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Love exposure: una lezione nipponica sul postmodernismo

Love exposure di Sion Sono è un inno: alla vita, al cinema, all’amore!

Difficilmente al termine di una pellicola di ben quattro ore si resta freschi, inebriati, eccitati come durante i titoli di coda di questa lezione di postmodernismo.

 

Non si fa in tempo ad abituarsi a un registro stilistico che un capitolo è già concluso, siamo strattonati da una colonna sonora a dir poco eclettica tra l’Allegretto della Sinfonia n.7 di Beethoven, meditativo, estatico, rabbioso, bellissimo, e musica j-pop, giovanile e canzonatoria degli Yura Yura Teikoku; si alternano nel giro di pochissimi minuti picchi altissima di pura poesia e di combattimenti volutamente esagerati, figli di una lunga tradizione di b-movie orientali. 

 

Ed ecco che i personaggi utilizzano le arti marziali per fotografare le mutandine di passanti ignare, ma ciò non ci limita nel valutare il loro dolore profondissimo e quasi atavico, descritto perfettamente dai loro passati tragici.

L’alternanza di generi non stride, è fluida, è magica.

 

Love exposure è puro cinema perché è libertà, crea delle regole per poi infrangerle, il rigore tecnico e contenutistico sono solo un muro da distruggere, ricostruire e ancora distruggere.

 

Alla ricerca di intricati simbolismi che hanno così ben plasmato il cinema contemporaneo mondiale spesso sottovalutiamo l’importanza di ciò che può sembrare scontato: raccontare una storia, che sia banale, paradossale o complicatissima è poco importante.

 

L’importante invece è riuscire a piegare, controllare, gestire il mezzo filmico con tutte le sue appendici al potere immenso della fantasia.

Ed ecco che l’avventura di Yu Honda, protagonista di Love exposure, per quanto assolutamente fuori di testa tiene attaccati allo schermo, si lascia vivere, senza lasciarci il tempo o la voglia di interrogarci sulla sua verosimiglianza.

Love exposure lascia una scia di felicità; e per felicità non intendo solo risate solitarie nel ricordo dei momenti comici, la lacrimuccia commossa o il sospiro di sollievo nei momenti di riconciliazione finali, intendo effettivamente pura catarsi, la capacità del film di lasciare in dotazione energia vitale.

 

Il film di Sono è un’esperienza filmica di sincerità e purezza.

Sincera e pura è anche l’erezione del giovane, buono e religiosissimo Yu dedicata solo ed esclusivamente a una ragazza, dichiarazione d’amore buffa e spontanea nei riguardi di Yoko, ai suoi occhi incantevole come lo può essere soltanto la Vergine Maria.

 

In un mondo alienato e anti-comunicativo come quello nipponico, ulteriormente condizionato da una religione dogmatica come quella cattolica - che ricordiamo essere davvero una minoranza in Giappone - un’erezione adolescenziale è l’unico metodo diretto in cui Yu riesce a esplicitare il suo amore incondizionato, altamente spirituale quanto visceralmente fisico, verso Yoko, la Maria misandrica che ha stima solo di due uomini: Gesù e Kurt Cobain.

 

Come in una fiaba grottesca, il principe Yu affronta prove incredibili per salvare la sua principessa dalla cima di una torre, che nel caso di Love exposure si tratta letteralmente di un palazzo molto alto.

 

 

 




L’incipit dell’Odissea di Yu, nostro giovane santo e pervertito, non nasce con l’incontro con Yoko e la volontà di salvarla da ogni cosa, ma dal contesto familiare: da piccolo perde sua mamma, l’unico ricordo che gli rimane di questa è una statuetta della Madonna che costudisce più che gelosamente, viene cresciuto dal padre fino a che l’uomo non decide di prendere i voti e diventare sacerdote.

Con l’unico intento di riconquistare le attenzioni del padre, invidioso della mente casta e pulita del figlio, incomincia a compiere una serie di marachelle come spezzare una gomma da cancellare di un compagno di classe.

 

Rendendosi conto che questo non poteva essere abbastanza per rimediare al suo abbandono Yu verrà travolto da un uragano di peccati, gravi quanto ridicoli, che saranno il nucleo scatenante di una serie di reazioni a catena.

Il bello del film è scoprire tutto ciò che porterà un ragazzo che non riesce neanche a schiacciare le formiche senza sentirsi in colpa a diventare un guru del porno voyeurista, un rapitore, un adepto in una setta, un omicida, uno psicopatico, un travestito e persino un terrorista.

 

Love exposure è un film sulla religione, in primis. O meglio, sulla religiosità.

Non sulla fede in quanto questa non viene mai realmente messa in discussione, non vacilla mai, anche di fronte agli orrori della vita.

Sul cattolicesimo in modo particolare, sull’impossibilità di conciliare l’umanità, che è intrinsecamente un covo di errori, sbagli, piccole o grandi perversioni, con una religione così solida, irremovibile, indiscutibile.

 

La perversione del fedele rischia di divenire proprio il peccare per il solo gusto di trasgredire le regole e nient’altro.

Perciò siamo lontanissimi dal Silenzio di Dio di Ingmar Bergman, da Antonius Block appoggiato al confessionale che discute con la Morte sull’impossibilità di cogliere Dio con i propri sensi.

La fede, anzi, è la combustione dell’amore. Senza l’amore d’altra parte la vita è monca.

 

Per esprimere questo concetto Sion Sono sceglie di lasciar recitare a Yoko, mentre si dimena in riva al mare rifiutando di essere salvata da Yu, il capitolo 13 della prima Lettera ai Corinzi di San Paolo accompagnata dal già citato Beethoven extradiegetico.

 

La lettera è riportata senza alcuna correzione, tranne una piccola, ma immensa per quanto concerne l’intero significato, variazione della traduzione partendo dal greco. Nella lettera infatti si parla di agàpe, dal greco ἀγάπη e in latino caritas, e teologicamente indica l’amore smisurato e disinteressato di Dio verso l’umanità.

Sono sceglie di tradurlo in giapponese con  愛, “Ai”, cioè amore, in un senso più intimistico e meno metafisico.

 

Etimologicamente vuol dire: un cuore colmo di pena.

Yoko urla a Yu quello che Yu già sa e già sta vivendo: un amore più grande di ogni cosa. 

 

 

"Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore, sarei un rame risonante o uno squillante cembalo. 

Se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla.    Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente. 

 

L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non invidia; l'amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s'inasprisce, non addebita il male, non gode dell'ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa.   

 

L'amore non verrà mai meno.

Le profezie verranno abolite; le lingue cesseranno; e la conoscenza verrà abolita; poiché noi conosciamo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. 

 

Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino.

 

Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto. 

Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la più grande di esse è amore"

 

 

 

 

 

 

Non è solo la religione cattolica a essere sezionata, con tutte le sue contraddizioni.

Persino l’apprendimento della tosatsu, la nobile arte di fotografare mutandine a passanti ignare, ha i connotati di un percorso mistico, questa volta di tipo tipicamente monastico e orientale, sfruttando il culto del corpo nelle arti marziali. 

 

Prima lontana sullo sfondo, poi sempre più preponderante tramite la sadica Keiko, interpretata da Sakura Ando, la Zero Church si insinuerà nella vita dei protagonisti e del loro nucleo familiare, una setta religiosa in cui i partecipanti intraprendono un lungo percorso per ascendere a un totale spersonalizzazione, una fuga dalla realtà ben lontana dalla felicità che attinge al reale.

 

Keiko e la sua Chiesa circuiscono giovani insicuri e famiglie disastrate, mirando agli elementi più deboli e alla fragilità.

Il punto debole della sadica Keiko sarà per l’appunto Yu, con il quale ritiene di condividere il seme del peccato originale e per il quale non può che provare una sorta di amore primitivo e rancoroso che la spingerà a infilarsi sempre più insistentemente nella storia già complicata tra il protagonista e la sua Maria.

 

In questo triangolo da teen-drama Keiko è il burattinaio, è smaliziata e furba e, seppur in maniera più plateale ed estremamente più violenta, anche lei è delusa dagli uomini come Yoko.

 

L’istituzione della famiglia patriarcale viene frantumata; e lo è, innanzitutto, per l’incapacità dei padri di dar priorità alla serenità della famiglia, deviati dalla combinazione castrante di regole rigide e sessualità repressa.

In questo contesto Sono pone la speranza nei giovani uomini, capaci di giocare con la propria mascolinità vivendola in modo spensierato, così tanto che Yu riesce ad avere la sua prima erezione travestito da donna.

 

A questi padri-orchi non è riservata alcuna catarsi, persino al sacerdote, tutto sommato il meno peggio tra gli uomini adulti che popolano il film, spetta una fine squallida.

 

 

 

 

 

 

Love exposure è, oltre a tutto questo, un piccolo grande gioiello di avant-pop nipponico in cui gli stilemi dei manga, shonen e shojo, si susseguono in continuazione, e lo si gusta ancor più a mani piene se si ha già un minimo di confidenza con la cultura popolare del Sol Levante.

 

La stessa Sasori, travestimento femminile di Yu, è la protagonista di una serie di film cult degli anni ’70 appartenenti al genere del Pinky Violence (aka: belle donne che picchiano duro).

Gli attori che interpretano Yu e Yoko, Takahiro Nishijima e Hikari Mitsushima, non sono attori professionisti ma popolari idol, ma grazie alla direzione magistrale di Sono, dimostrano di essere più di icone del pop e carne da rivista.

 

Così come un film così sgargiante ed esagerato nasconde intricati meccanismi psicologici e critica sociale, così due esponenti di un mondo così patinato e luminoso come quello degli idol dimostrano di avere tanto talento.

Questo film matrioska, in cui demenzialità e serietà, dramma e commedia, si ritrovano uno dentro l’altro è unico e pare urlare continuamente:

 

“A chi importa degli standard della gente comune?” 

 

 

Chi lo ha scritto

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1 commento

Matteo G

1 mese fa

Non conosco il film di Sion Sono, ma l'articolo mi piace e mi invoglia a vederlo.Complimenti!

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