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C'era una volta a... Hollywood: l'amore ha l'amore come solo argomento - Recensione

C'era una volta a... Hollywood è senza ombra di dubbio uno dei film più attesi, più chiacchierati e più anticipati degli ultimi anni: quando sul campo di gioco entra Quentin Tarantino le masse impazziscono, il web esplode e se in più il cast è quello della Champions League hollywoodiana si può immaginare a che livello siderale viaggino le aspettative. 

 

Aspettative che spesso, nella vita come al cinema, uccidono il momento in cui poi ci si gusta quello che tanto si attendeva, e nella filmografia del regista di Knoxville C'era una volta a... Hollywood è a mio avviso l'opera meno tarantiniana e allo stesso tempo quella che più ne racchiude le manie, i feticci e gli amori. 

 

Il film è costruito come un gigantesco ritratto di un'epoca che non c'è più: l'epoca in cui Hollywood stava riscoprendo una nuova identità, sballottata tra la fine del grande star system e l'inizio di quella che sarebbe stata poi denominata New Hollywood. 

 

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La Los Angeles del 1969 che si vede in C'era una volta a... Hollywood è in pieno periodo Flower Power: le illusioni di un mondo felice sbattono la faccia contro l'orrore della Guerra del Vietnam, il movimento hippy fa proseliti ovunque e la protesta che si gonfia nelle strade si riversa anche nel Cinema, ammazzando i vecchi miti con la voglia di qualcosa di nuovo. 

 

Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) è esattamente questo: un vecchio mito. 

 

Protagonista di una serie western di successo si ritrova a fare i conti con il tempo che passa e con il fatto che non ha più ruoli da protagonista positivo che creino empatia con il pubblico, ma al contrario viene utilizzato come vecchia gloria da far prendere a pugni dal nuovo eroe di turno. 

 

Accanto a lui c'è la sua controfigura e ormai amico fraterno Cliff Booth (Brad Pitt), che gli fa anche da autista e da balia. 

 

 

[Leonardo DiCaprio e Brad Pitt: una vera bromance la loro in C'era una volta a... Hollywood]
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In C'era una volta a... Hollywood questi due personaggi sono soltanto dei vascelli che servono a Quentin Tarantino per trasportare lo spettatore all'interno di quel mondo e di quell'epoca, grazie a uno straordinario lavoro del reparto scenografia che ha riportato Los Angeles indietro nel tempo di mezzo secolo, grazie ai costumi, alle musiche e alla pellicola in 35mm, 16mm e addirittura 8mm utilizzata dal direttore della fotografia Robert Richardson per replicare quel tipo di pastosità d'immagine che oggi il digitale non riesce ancora a farci rivivere. 

 

Il viaggio nel tempo e nel Cinema è accentuato da continui passaggi tra colore e bianco e nero e da un aspect ratio mai domo, che passa dal classico 2.39:1 fino al televisivo 1.33:1, facendo vivere il grande schermo di vita propria.

 

C'era una volta a... Hollywood è confezionato alla perfezione: da ogni inquadratura trasuda la passione del regista nei confronti di quell'epoca e del Cinema di quegli anni, e come spettatori assistiamo ad una vera dichiarazione d'amore che si traduce in lunghissimi quadri dedicati ai paesaggi, o al percorso in macchina da un luogo all'altro.  

 

 

[C'era una volta a... Hollywood ricrea alla perfezione la Los Angeles del 1969]

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E non solo il Cinema in quanto tale viene travolto dall'affetto tarantiniano, perché anche la televisione di quel momento, anche gli stessi mestieranti della televisione e del Cinema ricevono lo stesso abbraccio: con uno dei protagonisti che nella vita fa lo stuntman viene palesato l'amore nei confronti di chi il Cinema lo faceva davvero sporcandosi le mani e spaccandosi le ossa.

 

Tutto questo amore però va secondo me a inficiare il racconto, il cosiddetto storytelling

 

Da sempre penso che Quentin Tarantino sia un grandissimo sceneggiatore di personaggi e un grande regista di attori: capace di dare vita a volti e maschere che, nonostante si vedano per un minutaggio risibile nel film, non vengono mai dimenticati. 

 

I suoi personaggi sono solitamente il motore delle sue storie: ciò che a loro succede e come loro reagiscono ci spinge a volerne conoscere i destini, e la loro umanità a volte fin troppo terrena dà spesso luogo a monologhi irresistibili, battute memorabili e situazioni che rimangono impresse.  

 

 

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In C'era una volta a... Hollywood tutto ciò viene meno perché Tarantino sceglie di illustrarci un mondo, piuttosto che raccontarci una storia. 

 

Di conseguenza i suoi protagonisti sono quasi impalpabili e il loro destino mi ha appassionato meno del previsto durante la visione del film. 

 

Le performance dei due attori principali sono però lo stesso clamorose: a mio avviso tra i due spicca di più Brad Pitt, grazie a un personaggio più rotondo, interessante e crepuscolare, con un passato orribile e un atteggiamento strafottente che conquista e che dà modo all'attore di sfoggiare le sue capacità, grazie anche a una delle scene più riuscite dell'intero film, girata come se fosse un western pur non essendolo. 

 

 

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Leonardo DiCaprio inanella un'altra prova straordinaria, chiamato qui ad interpretare il ruolo di un attore vanesio, che si rende conto essere vicino alla fine dei suoi giorni di gloria ma che si rende poco conto di cosa gli succeda intorno, impegnato com'è su se stesso e il proprio ego, un po' sciocco e per questo anche molto tenero. 

 

Los Angeles nell'estate del 1969 significa necessariamente anche Cielo Drive, Sharon Tate e Manson Family, e chiunque abbia sentito parlare della sinossi di C'era una volta a... Hollywood si è chiesto cosa e in che modo Tarantino avrebbe scelto di raccontare in merito, scegliendo Margot Robbie come Tate e inserendo nel cast dei personaggi del film anche Roman Polanski, Charles Manson e Jay Sebring, il parrucchiere presente tra le vittime della strage. 

 

 

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Oltre a presentarci una Sharon Tate eterea e dolcissima nel suo infantile entusiasmo quando si guarda al cinema, C'era una volta a... Hollywood tiene fede al proprio titolo anche e soprattutto per quel che riguarda quel tragico momento, ma di questo si può parlare solo svelando una parte importante della trama e quindi lo farò solo dopo l'avviso 'Spoiler' che trovate poco più sotto.

 

Si può però tranquillamente dire che la scelta del titolo del film sia per Tarantino più una dichiarazione sul contenuto fiabesco del film piuttosto che un omaggio al nostro - e al suo - sempre amatissimo Sergio Leone. 

 

 

[Mike Moh è Bruce Lee in una scena di C'era una volta a... Hollywood che sta già facendo discutere]
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Il regista regala ad ognuno degli interpreti un ruolo importante, anche se piccolo. 

 

Timothy Olyphant, Margaret Qualley, Luke Perry, Nicholas Hammond, Kurt Russell e lo stesso Al Pacino hanno un minutaggio non così pesante nell'economia totale di C'era una volta a... Hollywood - e sono sicuro che vi innamorerete di un personaggio "piccolo" per importanza ed età - eppure su ognuno di loro è stato cucito un abito in grado di farli esprimere come fossero tutti dei co-protagonisti.

 

Sottolineando una volta di più l'amore del regista/sceneggiatore nei confronti degli attori che chiama a recitare.  

 

 

[La giovanissima Julia Butters, che in C'era una volta a... Hollywood conquista il pubblico dopo pochi secondi]
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E menzione d'onore per Brandy, il cane: la Palm Dog di Cannes è assolutamente meritatissima.

 

Il nono film di Tarantino mi è parso quindi un meraviglioso gesto amorevole ricco di particolari gustosi dedicati agli amanti della Settima Arte: davvero qualunque cosa nel film può funzionare come rimando o citazione ma questa volta, a differenza dei film precedenti, le citazioni non sono delle riproposizioni di inquadrature o situazioni viste altrove, quanto piuttosto delle vere e proprie rappresentazioni di ciò che è stato nella realtà. 

 

La cosa non mancherà di entusiasmare parte del pubblico, anche se è probabile che C'era una volta a... Hollywood diventerà il film che più polarizzerà i giudizi nella filmografia di QT.

 

 

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Dai cartelloni cinematografici alle automobili, dalle canzoni ai costumi, tutti gli elementi che riempiono C'era una volta a... Hollywood arrivano di peso da quell'epoca. 

 

Anche i personaggi, perché possiamo vedere Steve McQueen (Damian Lewis) ad una festa presso la Playboy Mansion e Bruce Lee (Mike Moh) dietro le quinte di un film - in una scena che personalmente ho trovato un po' oltraggiosa, e ho capito il motivo della polemica nata dalla figlia del campione di arti marziali. 

C'è spazio anche per l'Italia e per Sergio Corbucci, in una sequenza fondamentale del film. 

 

È tutto meraviglioso e tutto lascia a bocca aperta... ma. 

 

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L'impegno profuso nel creare questa splendida capsula del tempo ha probabilmente tolto concentrazione al racconto: i primi due atti di C'era una volta a... Hollywood appaiono spesso come un mero 'mostrare' senza sostanza, con addirittura molte inquadrature dedicate esclusivamente a farci vedere una strada, una scritta, un cartellone. 

 

Mi è sembrato come se Quentin Tarantino, una volta scritto e prodotto il film, si fosse ritrovato in sala montaggio e avesse deciso assieme a Fred Raskin - suo fedele montatore dopo la scomparsa della mitica Sally Menke - di non tagliare via assolutamente nulla di quanto avesse girato. 

 

Tanto è l'amore provato dal regista per quei momenti e quei luoghi, da lui solo fantasticati per ovvie ragioni anagrafiche, che ha voluto inserire qualunque cosa nel film, anche quei quadri e quelle scene che a ben guardare non portano il racconto da nessuna parte, ma anzi lo congelano nell'attesa che succeda qualcosa.  

 

 

[Non si contano in C'era una volta a... Hollywood i locali riportati indietro di 50 anni]
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Questa sensazione l'ho provata soprattutto nei primi due atti di C'era una volta a... Hollywood, perché il terzo atto diventa a tutti gli effetti cinematografico: i personaggi si muovono, evolvono, imparano, cambiano, e le cose succedono. 

 

E succedono in maniera forte, decisa, esagerata e parossistica, spostando il film su un binario che fino a quel momento pareva corrergli accanto come una bellissima occasione che qualcuno aveva scelto di non cogliere. 

 

Sia chiaro per coloro che non riescono a leggere tra le righe: il film mi è piaciuto e non poco, si ride molto e ci si emoziona, ci sono alcune sequenze girate in maniera impeccabile, le interpretazioni sono tutte strepitose e tecnicamente questo C'era una volta a... Hollywood è assolutamente ineccepibile, con tanto di alcuni splendidi movimenti di macchina 'nascosti' ai quali Tarantino ci ha ormai abituati, quelli che si mettono al servizio del film e che non si fanno notare come virtuosismi sterili.  

 

 

[C'era una volta a... Hollywood è girato in pellicola 35mm, 16mm e 8mm]
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E credo sia evidente che C'era una volta a... Hollywood sia la dimostrazione del fatto che Tarantino abbia ancora tanto da dare al Cinema, e che quelle sue ormai famose dichiarazioni sul fatto di fermarsi dopo 10 film dovrebbero essere rinnegate perché sarebbe un vero peccato non vedere più sul grande schermo opere così pregne di cinefilia e cinematografia. 

 

Ma durante la visione ho sentito la mancanza di una solida spina dorsale, di un racconto che fosse più grande delle immagini da cui ero travolto, di una sceneggiatura che oltre ad omaggiare volesse seriamente dirmi qualcosa. 

 

E quel terzo atto così ispirato mi ha solo fatto notare ancora di più la differenza con ciò che lo precede. 

 

All'inizio ho accennato alle aspettative e forse sono proprio loro che mi hanno tradito: sulla carta, conoscendo il Cinema di Tarantino visto finora, C'era una volta a... Hollywood avrebbe potuto seriamente essere il suo Capolavoro con la C maiuscola, perché ne aveva tutti gli elementi. 

Penso invece che probabilmente lui stesso si sia emozionato all'idea di poterlo fare davvero. 

 

 

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Un po' come quando la donna dei tuoi sogni, quella su cui hai fantasticato una cena che pensavi non sarebbe mai avvenuta, ti chiede improvvisamente di uscire: c'è sicuramente qualcuno in grado di gestire la cosa con scioltezza, ma moltissimi andrebbero nel panico e non saprebbero da dove iniziare. 

 

C'era una volta a... Hollywood mi è parso quindi la splendida donna sempre rincorsa da Quentin Tarantino che finalmente sceglie di concedergli una serata assieme.


Lui si è emozionato troppo e ha voluto a tutti i costi urlare al mondo quanto l'abbia sempre amata, le ha fatto delle foto splendide - soprattutto ai piedi - e ne ha decantato a tutti l'eleganza e il fascino, mostrando loro quanto fosse splendida e simpatica e affascinante. 

 

Ma si è dimenticato di ascoltarla parlare di se stessa. 

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SPOILER DOPO LE IMMAGINI

 

SPOILER DOPO LE IMMAGINI 

 

SPOILER DOPO LE IMMAGINI 

 

 
 

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Cercherò di non dilungarmi troppo oltre, ma ci tenevo a dire qualcosa su C'era una volta a... Hollywood senza i freni inibitori dello spoiler. 

 

Innanzitutto credo che la scelta del finale sia una meraviglia: quell'inquadratura dall'alto con la macchina da presa che si allontana mentre compare il titolo del film sullo schermo e in sottofondo sentiamo una dolce musica... è esattamente quello che promette il titolo. 

 

Una fiaba a lieto fine, dove i cattivi muoiono e i buoni sopravvivono, e dove il nostro eroe trova molto probabilmente un nuovo futuro esattamente come aveva preconizzato durante il film. 

 

La vendetta di Tarantino nei confronti della Manson Family in C'era una volta a... Hollywood è di un'efferatezza incredibile: si percepisce quanto avrebbe voluto che andasse così, con tre morti nel peggiore dei modi e un accanimento pazzesco sui corpi e i volti dei wanna be killer. 

 

 

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Quando Rick Dalton torna in scena con in mano il lanciafiamme la sala dove mi trovavo è esplosa in una risata liberatoria, perché nonostante Cliff Booth avesse già fatto presagire un cambio di registro grazie all'LSD che cominciava a fare effetto, le scene di violenza sul grande schermo erano davvero quasi insostenibili. 

 

Poco prima del soggiorno italiano del personaggio di DiCaprio C'era una volta a... Hollywood a mio avviso inizia a decollare davvero, ma fino a quel momento - ripeto - mi è sembrato più che un film un affresco amorevole nei confronti della città e del sistema Cinema. 

 

Certo, ci sono scene riuscite benissimo: una su tutte è quella di Cliff Booth che si reca allo Spahn Ranch occupato dai proseliti di Charles Manson. 

 

 

[Con o senza t-shirt, in C'era una volta a... Hollywood Brad Pitt sprigiona un fascino magnetico come poche altre volte si è visto]
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Girata come se fosse un vero western, con l'attesa per lo scontro frontale tra le due fazioni - in questo caso uno contro tutti - i momenti di quiete prima di una tempesta che però non arriva e anzi si infrange contro una realtà inaspettata, con un Bruce Dern esilarante nel ruolo del cieco maschilista al quale va benissimo tutto basta che ogni tanto qualcuna gliela dia. 

 

Brad Pitt mette in mostra in quel momento tutto il proprio mestiere, oltre che quel suo fascino assurdo che fa traballare l'eterosessualità di qualunque uomo in sala, e si percepisce che Tarantino volesse metterla in scena esattamente come i registi italiani citati nel film stesso. 

 

Il fatto che Charles Manson sia semplicemente una comparsa mi ha stupito al contrario: era quello che pensavo sarebbe stato prima che uscisse il trailer del film, che invece mi fece rivalutare il mio pensiero. 

In realtà direi che ci avevo azzeccato, e l'ho trovata una scelta intelligente.  

 

 

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Rendere Manson importante in un film che dichiara il proprio amore per quel periodo avrebbe stonato: il Male in C'era una volta a... Hollywood viene prima canzonato, poi preso a pugni in faccia e infine dato in pasto al cane e alle fiamme.

 

Viene eradicato del tutto e Manson, che era la rappresentazione stessa del Male in quella Los Angeles, compare come se fosse un fantasma, un'entità, qualcosa di impalpabile da dimenticarsi in fretta. 

 

Ci sono personaggi che rimarranno nel nostro immaginario, pur senza avere la potenza espressiva di un Mr Wolf o di una O-Ren Ishii, come ad esempio quello di Julia Butters, la piccola attrice che ad appena 9 anni dimostra di saper stare in scena accanto a un mostro come Leonardo DiCaprio senza il minimo problema, in un ruolo irresistibile che funge allo stesso tempo da omaggio e da critica nei confronti degli attori bambini, professionali e preparati ma forse privati troppo presto del candore che la loro infanzia richiederebbe.  

 

 



Il gioco di C'era una volta a... Hollywood tra realtà e fantasia, tra fiaba e fabula, l'incastro tra ciò che era e ciò che viene rappresentato per com'era è affascinante, ed è senza dubbio l'opera da un certo punto di vista più matura di Quentin Tarantino. 

 

Sono ansioso di rivederla, perché vorrei lasciarmi andare alle immagini sapendo anticipatamente che non devo per forza cercare un racconto tra le pieghe di ciò che vedo, e forse così riuscirò davvero a godermela fino in fondo. 

Perché, nonostante C'era una volta a... Hollywood mi sia piaciuto tanto, mi ha lasciato un retrogusto amarognolo di occasione mancata.

 

 

Chi lo ha scritto

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44 commenti

Antonio Petta

3 mesi fa

Mi è piaciuto tanto il film, soprattutto il finale

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Stefano Calegari

7 mesi fa

C'è poco da aggiungere a questa straordinaria recensione. Mi trovo totalmente d'accordo su tutto ciò che è stato detto. Dico solo che non vedo l'ora di rivederlo. È un film così pieno di cinema che riguardarlo una seconda volta con la consapevolezza di quello che sarà, e quindi senza ricercare quello che non c'è e poi restare delusi, può solo che migliorare il mio giudizio complessivo. Voglio godermi ogni singola scena, ogni singola inquadratura. E soprattutto ogni singola espressione di due attori come di Caprio e Pitt che io ho trovato eccezionali.

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Davide Chemello

7 mesi fa

Grazie Teo, sei riuscito finlmente a dare parole a quello che provo per questo film. Sapevo, uscito dalla sala, che mi aspettavo qualcosa di più, ma a chiunque me lo chiedesse non riuscivo davvero a dire cosa di "C'era una volta.. a Hollywood" non mi avesse convinto. Mi associo quindi alle tue parole e soprattutto al fatto di voler rivedere il prima possibile questo film, che credo, infinitamente più degli altri, abbia da dare forse più a una seconda, terza visione, rispetto a quello che dà alla prima.

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Jude

7 mesi fa

Finalmente l'ho visto! E in lingua originale per fortuna, altrimenti mi sarei persa la parlata di Brad Pitt (che tra l'altro di solito esteticamente non mi fa impazzire, ma stavolta mi è letteralmente cascata la mandibola).

A parte questo, a me è piaciuto molto, nonostante mi aspettassi tutt'altro: e quasi mi viene da dire che tutto il film sembra ruotare intorno alle aspettative "mancate”.
Per tutta la durata del film i due protagonisti sembrano in "sospeso", in una sorta di limbo: Rick aspetta e spera nell'occasione giusta per rilanciare la carriera, Cliff vive praticamente alla giornata nell'attesa di scoprire come farà venir sera. Più in generale, durante tutta la prima parte sembra che i personaggi siano lì semplicemente per far passare il tempo (la Tate, gli hippy, Cliff stesso), aspettando qualcosa che puntualmente non accade: lo si vede benissimo nella (stupenda) scena dello Spahn Ranch, in un certo senso l’apogeo delle aspettative deluse (di Cliff ma anche nostre). E il bello è proprio questo, che non sono solo le speranze dei personaggi ad essere disattese, ma anche quelle del pubblico! Tarantino secondo me ci ha giocato un sacco: sapeva perfettamente che il film era attesissimo e che tutti erano curiosi di sapere come avrebbe gestito il “caso” Manson… La sua risposta è stata quella di lasciarci crogiolare (così come i personaggi) nell’incertezza e nell’attesa fino alla scena finale, probabilmente la più “tarantiniana” del film, e solo in quel momento ci ha dato quello che aspettavamo fin dall’inizio.
Non so, magari sono viaggi mentali miei eh! Per il resto concordo praticamente in tutto con Teo. L’unica cosa che mi ha lasciata perplessa (oltre alla scena di Bruce Lee, ma ho letto da qualche parte che potrebbe essere tratta da un evento realmente accaduto: qualcuno ne sa di più?), è questa: perché non hanno preso un’attrice di madrelingua italiana per interpretare Francesca? Il suo italiano era davvero poco credibile ☹

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Benedicta Serafini

7 mesi fa

Non posso che essere d’accordo con questa recensione, che è riuscita a razionalizzare i miei pensieri all’uscita dal cinema. Per molta della durata del film mi è sembrato di star assistendo ad una meravigliosa ricostruzione di un’epoca, un’iperbole per descrivere un contesto purtroppo vuoto di quella “frizzantezza” nella storia e nei personaggi che mi sarei aspettata da un film di Tarantino. Nonostante l’iniziale delusione non posso che concordare sul fatto che questa sia una delle opere più “tarantiniane” in assolto, in cui il titolo stesso ci rimanda ad uno spaccato del contesto holliwoodiano del ‘69, in cui, a prescindere dal finale, ci sono dei personaggi (alcuni dei tanti che ne popolavano la scena) che si muovono nel loro habitat senza sviluppare una trama particolare. Nel complesso un film saturo di immagini e dialoghi impressionanti.

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Daniele Falleti

8 mesi fa

Seppur sia definito uno dei meno "tarantiniani" nella forma, secondo me è il suo film più intimo. Un film che va guardato più volte e che secondo me tra una decina d'anni verrà riconosciuto come uno dei migliori film della sua filmografia. Credo sia un film che ha bisogno di tempo.

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Marco Natale

8 mesi fa

Non vedo quale sia il problema. Ogni film di Tarantino ti fa entrare nel suo mondo con i suoi personaggi. Qui ci riesce perfettamente e ti fa vivere un mondo e delle vite straordinarie

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Antonio Porricelli

8 mesi fa

Perfettamente d'accordo su tutto. Mi è dispiaciuto molto che il film non sia stato apprezzato molto in sala, ma bisogna ammettere che non è per tutti (non dico che se una persona lo ritiene un brutto film, è stupida, intendo che il film non è ciò che ti aspetti di vedere e che ci sono moltissime  citazioni che non tutti hanno colto e sicuramente ne saranno sfuggite molte anche a me). Alla fine lo possiamo definire "un film di Tarantino per Tarantino".

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Luca Buratta

8 mesi fa

Di sicuro è quello con la sceneggiatura meno "alla Tarantino", inteso come cliché che vuole per forza trame contorte, salti temporali e dialoghi graffianti nei suoi film. Ma forse è anche quello dove la sceneggiatura è meno importante rispetto agli altri, a occhio è il suo film dove si parla di meno (io avrei evitato anche la voce fuori campo...) e dove si mostra di più. L'obiettivo è centrato, il film ti prende e ti porta indietro di sessant'anni, oltre ad essere un'ottima scusa per Tarantino per girare una marea di roba che gli frullava nella testa da quando era bambino. È una dichiarazione d'amore per il cinema, rappresentato nelle sue diverse incarnazioni: il cinema muscolare, col personaggio di Pitt; quello di serie b che Tarantino ama, col personaggio di Leo; e quello della dimensione più eterea e sognatrice, con il personaggio di Tate e quella scena dolcissima nel cinema. Il finale è Tarantino puro, anarchico, rumoroso, gratificante.
È un film che supplica di essere visto decine di volte per decodificare la mole enorme di dettagli di cui trabocca, che ogni amante del cinema non può non amare.

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Manuel Perin

8 mesi fa

Ho apprezzato molto il finale. Nei film su assassini solitamente ho l'impressione che i registi provino quasi ad idolatrare le figure dei carnefici, invece Tarantino in questo film li tratta come meritano.

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