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Fashionista: l'orrore sotto il vestito - Recensione

Talvolta, il mostro cinematografico - così come quello reale - non è individuabile a occhio nudo nel nostro incedere quotidiano. Non ci sono 'M' segnate col gessetto sulla spalla della giacca dell'assassino. Niente scatole con teste decapitate consegnate nel bel mezzo del nulla.

Perché il male, spesso e volentieri, è più sottile e vigliacco.

Nascosto dentro di noi, pronto a uscire fuori solo se al riparo in confortevoli mura domestiche, facendo poi deflagrare le nevrosi, i feticismi e gli abusi che ci sbranano l'anima.

Il mostro cinematografico, così come quello reale, qualche volta può essere il nostro affabile vicino di casa.
O addirittura la persona che ricambia il nostro sguardo allo specchio.

 

 

 

 

Da questa premessa si muove una lunga catena di pellicole indagatrici, realizzate da registi-stalker che, armati di macchina da presa, si insinuano  nei nostri caldi, comodi nidi familiari per riprendere i demoni che sguinzagliamo quando ci sentiamo al sicuro da occhi indiscreti.


Su questo tipo di ragionamento ci sono cineasti che hanno creato la propria fortuna: basti pensare a Michael Haneke e ai suoi morbosi Benny's Video, Il Settimo Continente e La pianista.

Produzioni che hanno dato il via a una sorta di metamorfosi, o per meglio dire, "ibridazione di genere", capace di trasformare il dramma e il thriller in qualcosa di più sinistro, oscuro e orrorifico.

Fashionista, film del 2016 diretto dal britannico Simon Rumley, può essere agevolmente collocato in questa tipologia di ibridi.


Nella desolata e oscura suburbia texana vive April (Amanda Fuller), fashion-addicted  legata ai propri vestiti da un rapporto viscerale e morboso.

Suo marito Eric (Etham Embry), proprietario di un negozio di vestiti usati, è affetto da un disturbo ossessivo-compulsivo che lo porta ad accumulare senza sosta capi di abbigliamento.


Dalle difficoltà coniugali della coppia si scatenerà un vortice di dolore, follia e avvenimenti a dir poco bizzarri che porteranno April a conoscere Randall (Eric Balfour), eccentrico e ambiguo feticista di vesti femminili.

 

 

 



Il cinema di Rumley (praticamente sconosciuto in Italia, vista la sua scarsa distribuzione) è permeato da un leitmotiv votato alle ossessioni, siano esse mentali, materiali o affettive.

 

I personaggi dei suoi film sono costantemente alla ricerca di qualcosa con cui sfamare le proprie dipendenze: che sia un succido buco con cui accoppiarsi, un rapporto schiavo/padrona a cui aggrapparsi o un cumulo di vestiti di seconda mano, poco importa.

 

Tuttavia, le marionette manovrate dai fili invisibili del regista inglese (anche sceneggiatore dei suoi lavori) non troveranno mai soddisfazione nelle proprie pulsioni che, al contrario, non rappresentano altro che un'eterna dannazione.

Se, nei deliri di lamiere contorte di cronenberghiana memoria, i dettagli di bottoni sfilati dalle asole e zip spalancate erano messaggeri di cicatrici, sesso e deformazioni corporee, in Fashionista gli stessi particolari sono invece gli apriporta a mutilazioni mentali, non visibili sulla superficie epidermica, ma dolorose e castranti quanto quelle patite dai personaggi del maestro canadese del body horror.

 

L'abito è quindi solo una corazza, una patina odorosa che, se respirata a pieni polmoni, tranquillizza April, ma dalla quale la crisalide dovrà liberarsi per traformarsi in farfalla, abbandonando definitivamente le proprie ossessioni.

 

 

[Protagonisti e regista. Da sinistra: Amanda Fuller, Etham Embry e Simon Rumley]

 


Il soggetto del film è tanto disturbante quanto solido e lo stesso si può dire della regia di Rumley che, al netto dei gusti dello spettatore e di qualche sbavatura, è dotata di un'identità precisa, portata avanti con determinazione fino alla fine.

Sicuramente da sottolineare sono la performance della protagonista Amanda Fuller, l'ottimo lavoro di montaggio di Tom Sainty e le musiche di Richard Chester che contribuiscono - quasi sempre - allo stato di immersione dello spettatore all'interno del film.


Anche la fotografia (penzolante fra il bluette e il rosso) di Miltom Kam, collaboratore abituale di Rumley, sembra essersi evoluta, distanziandosi anni luce dalla buone idee - ma grezze - di lavori come Bitch, terzo segmento di Little Deaths, film collettivo del 2011.

 

 

 


In conclusione, l'opera creativa di Simon Rumley, dopo un primo sguardo al suo Fashionista (vincitore del premio alla miglior regia per un lungometraggio al Ravenna Nightmare Film Festival del 2017), pare essere immotivamente snobbata dal mercato italiano, specie considerando che il regista in questione è attivo dal lontano 1993.

Viste le sue imperfezioni, Fashionista non ci farà di certo gridare al capolavoro, ma le idee inusuali e i riferimenti registici di rilievo sembrerebbero suggerire allo spettatore l'idea di tenere sott'occhio le produzioni firmate Simon Rumley.

Il film è distribuito in Italia da The Dark Side of Movies sulla piattaforma streaming CINEMAF.

 

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