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Il Grande Spirito: un western urbano ambientato a Taranto - Recensione

Taranto e la sua Città Vecchia, l’ILVA e la sua costante presenza opprimente, la povertà, la difficile situazione sociale.

 

I mostri che, in condizioni di degrado, vengono generati da un fango di storture e delinquenza, come fossero Uruk-hai.

 

Chi da tutto ciò prova ad allontanarsi, scappando, per dare una svolta alla propria vita.

 

Uno spaccato della condizione tarantina in una delle zone più belle ma anche più difficili della Città dei due Mari.

 

 

 

 

Un’apertura con le immagini dello stabilimento siderurgico ILVA, nuvoloni di fumo bianco nel cielo azzurro, primi piani sulle ciminiere, sul fuoco infernale dell’inceneritore.

 

Piazza Fontana, Taranto Vecchia.

La storia parte in una vecchia macchina, con un gruppo di persone poco raccomandabili che, appostate, aspettano che arrivi il loro obiettivo.

 

Avvistato l’uomo, scendono tutti dall’auto con l’intenzione di seguirlo fin sopra nel suo appartamento e in macchina resta solo il palo, Tonino (Sergio Rubini, anche regista e sceneggiatore, non unico, del film), volontariamente lasciato senza armi a causa di un incidente accaduto in passato e da cui ha maturato il dispregiativo soprannome di Barboncino.

 

Per aiutare la banda di malavitosi, i fatti portano Tonino ad abbandonare il posto di palo e a raggiungere gli altri nell’appartamento del malcapitato dove, su un tavolo, trova un borsone pieno di soldi e gioielli.

 

Fin dall’inizio è chiaro come, nella banda criminale, Tonino sia l’elemento più esterno, quello che si è trovato lì in mezzo non per vera convinzione ma, forse, perché gli eventi della vita lo hanno portato a tutto quello e lui, passivamente, si è lasciato trasportare.

 

Ma cogliendo al volo ciò che gli si presenta davanti, con un’improvvisa voglia di riscattato, di cambiare vita, nel giro di pochi secondi prende la decisione di tradire i suoi “colleghi”, rubare il bottino e scappare.

 

 

 

 

Questo movimentato preambolo ci dà un quadro generale sul tipo di vita che il personaggio interpretato da Sergio Rubini vuole abbandonare, sui personaggi da cui dovrà scappare e proverà a nascondersi con una rocambolesca corsa sui tetti di Taranto.

 

Tonino troverà un nascondiglio in una specie di magazzino-ripostiglio situato sulla terrazza di un palazzo che, però, non è disabitato: piccolo, sporco e senza niente di funzionante, quel rifugio è l'abitazione di Renato (Rocco Papaleo), stralunato personaggio che lo aiuta a non farsi trovare.

 

È proprio lui l’altro protagonista con cui la storia si arricchisce di sogni, originalità, elementi fantastici, con cui la narrazione acquisisce grande originalità discostandosi dalle solite storie di criminalità nei difficili quartieri meridionali.

 

Già da prima che il personaggio di Renato apra bocca, capiamo che dietro a quegli occhiali dalle lenti spesse e mezzi rotti, c’è tutto un mondo da scoprire: aspetto trasandato, una bandana rossa legata in fronte e poi, uno che per curare le ferite prepara una medicazione con foglie masticate…

 

Per ragioni che ci verranno svelate in seguito, Renato ha smesso di vedere la realtà come la vedono gli altri, non riconosce più le persone semplicemente come buone o cattive, non riconosce neanche più se stesso come Renato: lui è Cervo Nero, indiano originario di una tribù canadese di Sioux e Tonino è l’Uomo del Destino di cui il Grande Spirito aveva annunciato l’arrivo.

 

 

 

 

È con Renato che inizia ad esserci più chiara la natura dinamica della narrazione: tutto muove in verticale, dal basso verso l'alto e viceversa.

 

Si va dai tetti su cui si nascondono gli indiani alla strada in cui li aspettano gli spietati yankee, dalla tenerezza più sincera ai bassi tradimenti, dall’affetto quasi infantile dei baci sulle labbra al sesso per cinquanta euro.

 

C’è questo continuo respiro, ci sono persone, emozioni, un’intera città che avrebbe un potenziale altissimo ma che allo stesso tempo non trova il modo di esprimerlo rimanendo, così, bassa, lontana dal cielo.

 

Un cielo che non risuciamo neanche a vedere per intero a causa di quei nuvoloni moratali.

 

La locandina è piena di elementi verticali, con i protagonisti arrampicati sulla scaletta di un palazzo, totalmente in linea con il significato del film.

 

E le ciminiere son sempre lì che osservano.

 

 



Alti e bassi anche tra i due protagonisti che ci regalano una performance toccante: Tonino con i suoi modi un po' rudi ma, in fondo, affettuosi, Renato spesso spaesato, in una dimensione spazio-temporale tutta sua, con una tenerezza tipica dei bambini ma capace anche di azioni forti.

 

L’evolversi del loro particolare rapporto che oscilla tra la mera convenienza e la vera amicizia, l’essere l’uno fatale presenza per l’altro: tutto nella narrazione riceve il giusto peso, nessuna esagerazione o forzatura mentre si passa dalla risata alla tragedia.

 

Riuscirà dunque Tonino, l’Uomo del Destino, a salvarsi dagli yankee tenendosi il bottino?

 

Come spesso accade nei migliori film, l’importante qui non è cosa accade ma come viene raccontato.

E questo gioco di opposti, il mischiare il sacro ed il profano, dona all’intero film un tocco di realismo che da un po’ non si vedeva.

 

Il pianoforte di Ludovico Einaudi impreziosisce il tutto.

Bella l’idea di far partire il tema musicale portante ogni volta che l’ILVA appare mostruosa e imponente osservatrice.

 

Infine, chi scrive ha apprezzato smisuratamente i richiami a quell’opera d’arte che è Il Cacciatore, film del 1978 diretto da Michael Cimino.

 

La bandata rossa di Renato come quella di Nikanor Chevotarevich (Christopher Walken), la pistola carica di proiettili che Tonino porta in macchina…

 

Ma farete voi i vostri collegamenti guardando il film.

 

 

 

[Christopher Walken interpreta Nikanor Chevotarevich ne Il Cacciatore, prova che nel '79 gli valse l'Oscar al miglior attore non protagonista]

 

 

Se proprio dovessi fare la pignola e trovare un difetto in questo film, potrei dire che a volte sembra esserci qualcosa che non va nel montaggio: in alcuni passaggi, da una scena all’altra, i movimenti dei personaggi inquadrati è come se si risolvessero con poca fluidità.

 

Ma è una sensazione che si percepisce al massimo due o tre volte nell’intero film e su cui, in realtà, non ci si sofferma neanche troppo lasciandosi trascinare dalle successive immagini che arrivano, ritmiche, una dopo l'altra.

 

Chi non è originario delle zone in cui si svolgono le vicende avrà sicuramente la necessità di leggere i sottotitoli nella parte iniziale del film perdendo, purtroppo, tanto dei modi di dire dialettali (stessa differenza che c'è guardando i film in lingua o doppiati).

 

Probabilmente non si accorgerà neanche della grandissima differenza di accenti tra i malavitosi che rincorrono Tonino, che parlano in dialetto tarantino, e Tonino stesso che parla in dialetto barese.

 

Anche se ambientato a Taranto, condivido la scelta di far parlare in barese il personaggio interpretato da Sergio Rubini: barese di nascita, sentirlo parlare in tarantino sarebbe risultata una forzatura palese alle orecchie degli autoctoni.

 

Consiglio caldamente di andare al cinema a vedere questo bellissimo film.

Tutto ciò che si vede è, purtroppo, abbastanza realistico.

 

L'ILVA è reale, è un cancro, è il fondo della città

Ma anche tutta la bellezza che ci viene mostrata è vera, è lì, è a Taranto: il mare, la Città Vecchia ed i suoi vicoli, i pali per l'allevamento delle cozze nel Mar Piccolo, i pescherecci, il sole, i tramonti, il Lungomare e lo skyline della città guardandola dalle spiagge di Capo San Vito.

 

Provare per credere...e per averne un'anteprima andate al cinema a vedere Il Grande Spirito!

 

 

[Vista della città di Taranto con il Ponte Girevole che unisce il Borgo Nuovo alla Città Vecchia e separa il Mar Grande dal Mar Piccolo]

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1 commento

Rossella D'Introno

9 giorni fa

A Taranto, il mostro d'acciaio non ha solo distrutto il territorio, ma anche (e forse soprattutto) le persone. Rocco Papaleo sorprende, come anche la luce di Taranto. La meravigliosa colonna sonora cattura lo spettatore: Ludovico Einaudi utilizza il suo palpitante pianoforte per dare ritmo e voce al racconto, in un modo impeccabile, dove la musica prende per mano le immagini e ci cammina insieme.
Una commedia amara, dall'atmosfera di una favola western ricca di simbolismi, nella quale, come ha detto lo stesso Sergio Rubini, ognuno dei due protagonisti, entrando nella visione del mondo dell'altro, si salva.

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