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Scandalo a Cannes: vince Padre Padrone

Anche quest’anno, come il precedente, il Festival di Cannes non avrà in concorso film prodotti da Netflix; una polemica, quella fra Cannes e il colosso statunitense, che dura ormai da qualche anno: perché premiare film che (forse) non verranno distribuiti nelle sale cinematografiche?

 

Un dibattito che sembra recente, eppure c'è un precedente.      

 

Facciamo un salto indietro nel tempo: anno 1976, i fratelli Paolo e Vittorio Taviani si apprestavano a girare Padre Padrone, pellicola tratta dall’autobiografia dello scrittore Gavino Ledda; il film, prodotto per la Rai, era concepito per essere trasmesso in televisione e per questo girato in 16 mm.

 

Tuttavia, nel 1977 l'opera fu selezionata per partecipare al Festival di Cannes… E vinse la Palma d'oro! 

Dopo l’inaspettata vittoria, la pellicola fu distribuita nelle sale italiane a partire dal settembre 1977, in formato 35 mm.  

 

 

[I fratelli Taviani premiati a Cannes da Roberto Rossellini e Monica Vitti]

 


Padre padrone racconta la vera storia di Gavino Ledda (nei cui panni recita Saverio Marconi), inizialmente ambientata nella Sardegna degli anni ‘40: figlio di Efisio, tirannico pastore sardo (interpretato da Omero Antonutti), Gavino riuscirà - seppur con fatica - ad emanciparsi dalla vita pastorale, diventando scrittore e studioso di glottologia.      

 

La prima sequenza del film è significativa: Efisio Ledda irrompe nella scuola elementare frequentata dal figlio per portarlo via dalla classe di fronte all’incredulità della maestra e dei compagni di scuola.

 

La motivazione del gesto è molto semplice: la famiglia ha bisogno delle braccia di Gavino e l’istruzione è un elemento accessorio (e infatti il nostro protagonista resterà analfabeta fino all’età di venti anni.)

Questa sarà soltanto la prima di una serie di umiliazioni e vessazioni che Efisio farà subire a suo figlio.

 

 

 


Padre Padrone, dunque, si configura come la storia di un conflitto generazionale, per certi versi universale: quella fra genitori e figli.

 

Il titolo del film è entrato nel linguaggio quotidiano per indicare il patriarca dispotico, che dispone a suo piacimento della moglie e della prole.

In questo senso, Omero Antonutti (all’epoca principalmente attivo nel mondo teatrale) conferisce al personaggio da lui interpretato austerità e durezza, risultando assolutamente credibile.      

 

Attraverso gli occhi dei protagonisti ci viene anche descritto il contesto situazionale in cui essi si muovono e agiscono: ne viene fuori un ritratto impietoso del mondo sardo, non solo economicamente ma anche culturalmente arretrato, dove c’è spazio per riti e liturgie dal sapore folkloristico, processioni religiose e omicidi motivati da antichi rancori familiari.     

 

 

 

 

Scenari tutt’altro che idilliaci e che attirarono su Ledda le ire della comunità autoctona, che accusò lo scrittore di aver mistificato la realtà poiché ne forniva una visione distorta, violenta e di conseguenza offensiva; effettivamente, lo stesso Ledda dichiarò poi di aver esagerato, a fini narrativi, alcuni aspetti di quella società.  


Tuttavia, fra pastori costretti a vivere in condizioni di indigenza e giovani estraniati in preda alla solitudine - fattori, questi, che li conducono a comportamenti moralmente inaccettabili, si pensi alla discussa scena della zoofilia - Gavino trova dentro di sé la forza per opporsi al padre e fuggire da quella vita di stenti e miseria.  

 

 

 

 

Il giovane riesce infatti ad intraprendere la vita militare entrando a far parte dell’esercito - con la “benedizione” di Efisio - e ciò gli consente di allontanarsi dalla terra natale e di uscire dalla sua condizione di analfabeta, a tal punto da - dopo aver imparato a leggere e scrivere - appassionarsi alla lingua latina.

 

Fondamentale è il ruolo di Cesare (Nanni Moretti, che un anno prima aveva diretto Io sono un autarchico, lungometraggio d’esordio), compagno d’armi che lo aiuta negli studi.      

 

Al suo ritorno in Sardegna, dopo la licenza liceale, è chiaro che Gavino abbia vinto lo scontro col padre, il quale ormai può cercare di sottometterlo solo fisicamente ma non intellettualmente, peraltro rinunciandovi del tutto.

E il figlio andrà ancora via, stavolta per sempre.

 

 

 


Come già anticipato, la vittoria di Padre Padrone a Cannes destò un certo scalpore perché la Palma fu assegnata a un film che non era pensato per il cinema, ma doveva essere trasmesso in televisione.

 

A spingere affinché il premio andasse ai fratelli Taviani fu Roberto Rossellini, presidente della giuria di quel Festival: la giuria non era affatto d’accordo e supportava un altro (grande) film italiano, Una giornata particolare di Ettore Scola.   

 

Tuttavia, Rossellini riuscì a far cambiare idea ai giurati; con grande fatica, è stato detto nel corso degli anni, se si pensa che il celebre regista romano morì pochi giorni dopo quell’evento, stroncato da un attacco cardiaco, probabilmente dovuto anche alle tensioni che dovette affrontare mentre si trovava in Francia.

 

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