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Shining, capolavoro di Stanley Kubrick: quale interpretazione per il finale?

Viaggio in uno dei film film più riusciti del regista statunitense.

 

Shining, il film di Stanley Kubrick uscito nel 1980, è un adattamento del romanzo omonimo scritto qualche anno prima dal maestro del brivido Stephen King.

La pellicola racconta le vicende della famiglia Torrance, custodi invernali dell’Overlook Hotel situato in Colorado.

Le difficoltà d’adattamento condurranno ben presto il capofamiglia Jack Torrance alla pazzia, dalla quale dovranno difendersi la moglie Wendy e il figlio Danny, in possesso dello shining. 

 

Traducibile in italiano come “luccicanza”, si indica con questo nome uno speciale potere attraverso il quale è possibile rivivere momenti del passato o prevedere eventi futuri.

 

 

 


Questo thriller soprannauturale è oggi un cult della cinematografia mondiale e non è difficile immaginarne i perché.

 

Innanzitutto è giusto sottolineare come gran parte di tale merito vada ascritto a Stanley Kubrick e Jack Nicholson, regista e protagonista che formano l’asse portante del film: con artisti diversi, molto probabilmente Shining non sarebbe il film che conosciamo oggi.

Del buon Stanley non si può non apprezzare lo stile cinematografico; per esempio le molte inquadrature prospettiche presenti nell’opera ben definiscono gli spazi all’interno dei quali si svolgono gli eventi, dando allo spettatore la sensazione di sentirsi parte della scena stessa (la fotografia - ricordiamolo - è curata da John Alcott, fidato collaboratore del cineasta nelle sue precedenti opere).

 

 

[Il direttore della fotografia John Alcott con in mano un esposimetro, sulla destra, e Garrett Brown con addosso la sua steadicam, sulla sinistra]

 


Sono inoltre passate alla storia le riprese effettuate con la steadicam, un supporto meccanico inventato qualche anno prima da Garrett Brown, che si è occupato personalmente di effettuare le riprese di Shining: grazie a un meccanismo che scarica i pesi mediante leve e molle di carico su due bracci, la steadicam consente all’operatore di muoversi liberamente e velocemente senza che la cinepresa subisca scosse o oscillazioni eccessive, i cui effetti sono poi visibili nel materiale girato.

 

Per citare un esempio, la scena in cui Danny (Danny Lloyd) attraversa diverse ambientazioni dell’hotel a bordo del suo triciclo è certamente rimasta impressa nella memoria degli amanti della settima arte.

Famosi sono anche gli aneddoti riguardanti la pignoleria del regista: fra questi, lo stesso Brown raccontò successivamente come la scena in cui Dick Hallorann (cuoco dell'Overlook Hotel, interpretato da Scatman Crothers) spiega a Danny cosa sia lo shining fu ripetuta per ben centoquarantotto (148!) volte.

 

E che dire dei rapporti fra Kubrick e Shelley Duvall?

Non furono affatto ottimi ma, a detta di Vivian Kubrick nel making of del film, suo padre si dimostrava molto critico nei confronti dell'attrice per impaurirla e renderla insicura di se stessa come Wendy, il personaggio che doveva interpretare.

 

 

 


Per quanto concerne Jack Nicholson, la sua prova è indubbiamente magistrale: con la sua mimica facciale e le sue movenze l’attore conferisce al suo Jack Torrance un grado di credibilità sbalorditivo; qualcuno potrebbe giungere alla conclusione che Nicholson sia un folle anche nella vita reale!

 

Almeno in Italia, parte del suo fascino è dovuto anche al doppiaggio di Giancarlo Giannini, col quale si congratulò lo stesso Kubrick per la rimarchevole performance.

 

 

 


Shining è stato anche al centro di teorie del complotto riguardanti il cosiddetto falso allunaggio: secondo alcuni l'uomo non ha mai messo piede sulla Luna, e le immagini mostrate dalle televisioni di tutto il mondo quel fatidico 20 luglio 1969 sarebbero state girate in teatri di posa da Kubrick, commissionategli dalla NASA.

In Shining ci sarebbero delle prove che dimostrerebbero la veridicità della precedente affermazione: si va dalla somiglianza fisica di Stuart Ullman con John Fitzgerald Kennedy (l'attore è Barry Nelson; JFK non riuscì a vedere Neil Armstrong toccare il suolo lunare ma fu lui il primo a immaginare questo scenario), al motivo geometrico della moquette (simile alla rampa di lancio situata a Cape Canaveral, punto di partenza dell'Apollo 11) sulla quale gioca Danny prima di avvicinarsi alla celeberrima stanza 237.

 

 

 


Forse sono solo coincidenze o forse Kubrick era a conoscenza delle voci che giravano sul suo conto e si è divertito a disseminare tali allusioni nella pellicola, per poi gustarsi le reazioni dei complottisti.

Vale la pena soffermarsi sulla reazione che suscitò la pellicola in Stephen King: lo scrittore la criticò definendola poco coerente col suo romanzo.

 

Nel 1997 lo scrittore statunitense decise di produrre una miniserie televisiva, più fedele al libro; e a distanza di tempo l’opinione non è cambiata, poiché in un'intervista di alcuni anni fa lo scrittore statunitense ha descritto Shining come un film freddo: 

"Lo Shining di Kubrick è molto distaccato, guarda ai personaggi come fossero formiche su un formicaio, li studia da lontano e con condiscendenza dice:

“Non sono carine queste formichine? Guarda che cose interessanti che fanno!”"

 

Volendo fare dell'ironia, probabilmente lo scrittore nutre ancora risentimento per le (strane) telefonate che il cineasta gli faceva nel cuore della notte mentre il film era in produzione.

 

 

 


Sul versante opposto, invece, Stanley Kubrick non si scompose più di tanto di fronte alle critiche ricevute da King; anzi, tradizione vuole che il regista, riferendosi al romanzo, affermò in modo lapidario:

"Non era poi un gran capolavoro".

Chissà se King avrà da ridire anche sul sequel Doctor Sleep, che vedrà Ewan McGregor nei panni di un Danny ormai adulto.

Dulcis in fundo (oppure in cauda venenum, considerando la spinosità della questione) una riflessione sul finale del film, che - va detto - non è quello previsto dalla sceneggiatura originale.

 

Le vicende narrate sono accadute - più o meno - intorno al 1980; eppure, tra le tante fotografie poste sulla parete di una sala dell’albergo, la carrellata in avanti della macchina da presa permette di focalizzare l’attenzione su una in particolare, scattata durante una serata di gala del 4 luglio 1921.

 

Tra gli astanti immortalati c'è anche un sorridente Jack Torrance in abito da sera.

Il finale è quindi criptico, e coloro che hanno visto il film avranno formulato diverse teorie su questo particolare.

 

 

 


A questo punto bisogna anche tirare in causa un personaggio solo all'apparenza secondario: Delbert Grady.

 

Custode invernale dell’hotel in un'epoca precedente, durante la sua permanenza uccise con un’ascia la moglie e le figlie gemelle.

Durante un colloquio tra Jack e il fantasma del suo predecessore, quest’ultimo gli consiglia di emularlo.

 

Alla luce di questo, quale interpretazione per il finale?
 

 

 

A parere - non necessariamente condivisibile - di chi scrive, è opportuno liberarsi dalla tipica concezione della storia come “lineare” per assumerne una “circolare”: la storia non è irreversibile, con avvenimenti che si possono porre su un linea temporale secondo un prima e un dopo; i vari eventi possono ripetersi ciclicamente.

 

Si potrebbe citare il filosofo tedesco Friedrich W. Nietzsche, che parlò di “eterno ritorno dell’uguale”: non tutto scorre, ma tutto torna.

 

Forse Kubrick ci voleva dire che ci sarà sempre un custode folle e malvagio all’Overlook Hotel, così come sarà sempre presente la malvagità nella vita degli esseri umani.

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2 commenti

Claudio Serena

1 anno fa

"Il custode è lei. E' sempre stato lei"
frase di miiiiister Grady

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Emanuele Antolini

1 anno fa

Secondo me Jack quando muore va a formare insieme a tutte le anime che si vedono nella foto, le persone che abitano nell'hotel, sostituendo il precedente custode

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