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Ink - Recensione: il lupo di Fleet Street - Venezia 2026

Danny Boyle apre il concorso dell'83ª edizione della Mostra di Venezia con un biopic tratto da un'opera teatrale

Titolo originale: Ink
Genere: Biografico, Drammatico
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: James Graham
Cast: Jack O'Connell, Guy Pearce, Claire Foy
Durata: 116 minuti
Paese: Regno Unito
Uscita Italia: TBA
Festival: Venezia 2026 - Film d'apertura, in Concorso

Benvenuti a Venezia da Danny Boyle: Ink è il film d'apertura dell'83ª edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. 

 

Il film, il primo a essere annunciato tra quelli della competizione principale, è tratto dall'omonima pièce teatrale del 2017 di James Graham, che ne ha curato in prima persona l'adattamento, firmando la sceneggiatura del quattordicesimo film del regista di Manchester.

 

[Trailer ufficiale di Ink]

 

 

Avrei anche potuto aprire questo articolo dicendo: benvenuto a Venezia, Danny Boyle! 

 

Si tratta infatti della sua prima presenza al lido in concorso, a circa 26 anni dalla sua unica partecipazione a un festival: era il 2000 e il controverso The Beach arrivava a Berlino.

 

Ink porta in scena la storia del giornalista Larry Lamb (Jack O'Connell) e sul suo incontro con il gigante dell'editoria Rupert Murdoch (Guy Pearce) ai tempi dell'acquisizione da parte di quest'ultimo di The Sun, il notissimo tabloid inglese che ai tempi (nel 1969) aveva bisogno di un deciso rilancio.

L'obiettivo dell'editore australiano era quello di comprare un giornale di Fleet Street - la strada della city londinese su cui avevano sede tutti i giornali - svuotarlo di tutte le implicazioni che lo avevano caratterizzato fino a quel punto e rilanciarlo sotto una nuova veste, quella di tabloid, per avere successo.

 

Nella scena d'apertura di Ink, Murdoch viene dipinto in qualche modo come il corruttore di un giornalista cresciuto nella tradizione britannica dell'informazione ma allo spettatore basteranno pochi minuti per realizzare che l'enorme ambizione di Lamb aveva solo bisogno di una piccola scintilla per divampare, anche al costo di radere al suolo ogni regola dell'editoria.

L'iniziale separazione tra la prospettiva capitalistica di Murdoch e l'approccio "delle 5 W" di Lamb si disperde giusto qualche dutch angle più tardi, prima ancora che il confronto tra i due sia finito: Lamb è, se possibile, ancor più ambizioso e spietato di Murdoch. 


Se il primo nutre il desiderio di essere riconosciuto dal chiuso e snob circolo degli editori inglesi, il secondo vuole scrollarsi di dosso l'etichetta di agnellino che il suo cognome gli ha cucito addosso.

 

 

[Jack O'Connell e Guy Pearce: Ink si regge sul continuo alternarsi tra unione e contrasto dei loro personaggi]

 

 

L'approccio scelto da Danny Boyle per raccontare una storia di ambizione e conquista capitalistica è esattamente quello che vi aspettereste dal regista britannico: il ritmo della narrazione è elevato, il montaggio frenetico, la colonna sonora enfatica e piuttosto onnipresente.

 

Ink prova a catturare l'attenzione del pubblico sin dai suoi primissimi frame, quando i volti dei protagonisti affiorano sullo schermo come se fossero bozzetti stampati, solo del primo di numerosi e riusciti trucchi attuati da Boyle per sedurre lo spettatore: Martin Scorsese è un modello a cui Graham prima e Boyle dopo hanno sicuramente guardato, pensando che anche l'editoria inglese avrebbe avuto bisogno del suo lupo.

 

Trasformare la vergogna di Fleet Street (questo il soprannome attribuito da Lamb al Sun) nel giornale più venduto del mondo richiede pelo sullo stomaco e poca considerazione delle questioni morali, anche se le stesse coinvolgono direttamente la redazione del tabloid in questione: se è vero che gli inglesi non cambiano giornale così come non cambiano squadra di calcio, serve un piano ben congegnato affinché siano invogliati a farlo.

Nasce così la linea editoriale riassumibile col trittico di parole "Win. Free. Love."

 

A differenza di Illusioni Perdute di Xavier Giannoli, presentato sempre a Venezia qualche anno fa, il meccanismo di corruzione dell'editoria non sembra sollevare alcun rimorso nel protagonista.

Il dilemma morale di Larry Lamb non esiste e il film si dirige spedito verso la propria conclusione senza porsene; forse perché il regista prova dichiaratamente una grande simpatia per la carica distruttiva del lavoro di Rupert Murdoch sui media britannici.

 

Nelle note di regia, Danny Boyle dichiara di aver sentito contemporaneamente il dovere e il privilegio di portare sullo schermo il lavoro di James Graham, soffermandosi sull'importanza storica del 1969, un anno che induce a un paragone diretto tra gli eventi narrati e l'allunaggio.

 

La tesi di Boyle e Graham è che l'approccio "sfacciato, irriverente e audace" del super soaraway Sun abbia sfidato l’establishment, portando un tabloid sull'orlo del fallimento a diventare il giornale più venduto al mondo, ridisegnando il nostro mondo in vista dell’era moderna e aprendo la strada alle moderne controversie sulle fake news, sui social network: sotto questo profilo, il finale dell'opera (che ricorda un po' troppo da vicino quello di 2073 di Asif Kapadia) risulta piuttosto sbrigativo e semplicistico. 

 

 

[L'intero cast di Ink fornisce un'ottima prova, ma difficilmente uno dei suoi protagonisti potrà ritagliarsi uno spazio tra i premiati]

 

 

Così come un po' troppo semplicistico è l'approccio a Jules, il personaggio di Claire Foy: nella conferenza stampa di presentazione di Ink, Danny Boyle ha dichiarato di averlo ideato come un ponte tra il mondo del 1969 e la contemporaneità.

 

L'idea che sia un personaggio inserito programmaticamente in Ink per avvicinarla a tematiche femministe, ma con scarsa profondità, emerge attraverso un paio di battute non perfettamente contestualizzabili nella propria epoca.

La prova dell'attrice ciononostante risulta in ogni caso apprezzabile, così come apprezzabile risulta a mio avviso anche il risultato complessivo che Boyle - malgrado un budget da soli 20 milioni, a più riprese definito dal regista "basso" - ottiene con il suo Ink: un'apertura di Venezia efficace, ma con scarse ambizioni di palmarés.

 

Essere però in concorso per la prima volta a settant'anni, per Danny Boyle può essere già considerata una vittoria. 

____

 

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