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La fine di Oak Street è probabilmente l’attestazione definitiva della poliedricità di David Robert Mitchell.
Il regista statunitense aveva già largamente dimostrato la sua capacità di muoversi tra i generi, passando dall’esordio con un delicato coming of age come The Myth of the American Sleepover alla consacrazione nell’elevated horror con It Follows, fino al magnetico quanto sfortunato Under the Silver Lake, neo-noir di matrice lynchiana tempestato da problemi distributivi.
A otto anni di distanza, Mitchell torna dietro la macchina da presa con la sua quarta pellicola e lo fa nel modo più spiazzante: realizzando un blockbuster estivo d’altri tempi, dove si incontrano dramma famigliare, fantascienza e dinosauri.
[Il trailer de La fine di Oak Street]
1982: Oak Street è un sobborgo residenziale, simbolo di un idilliaco immaginario da provincia statunitense fatto di feste paesane, corse coi sacchi, barbecue all’aperto e cordialità tra vicini.
Qui vive la famiglia Platt, che dietro una maschera di placida ordinarietà prova a nascondere le crepe del proprio sfaldamento domestico: Denise e Greg sono una coppia in crisi dopo vent’anni di matrimonio, lei inizia a sentire troppo stretta la sua vita, lui cerca sofferentemente di far fronte al ruolo di capofamiglia, senza accorgersi che le loro frustrazioni si ripercuotono silenziosamente sui due figli adolescenti, Audrey e Brian.
Improvvisamente, la loro esistenza viene sconvolta da un misterioso evento cosmico, che strappa il quartiere dalla periferia per trasportarlo in un mondo preistorico, selvaggio e ostile; un luogo sconosciuto e indecifrabile, in cui i Platt si rendono presto conto che la loro sopravvivenza dipenderà dalla capacità di restare uniti.
[Greg (Ewan McGregor) in una scena de La fine di Oak Street]
Appare subito evidente che il balzo spazio-temporale de La fine di Oak Street abbia in realtà una valenza ben superiore a quella del semplice snodo narrativo, perché è prima di tutto metacinematografico.
Il film si apre con il logo di Warner Bros. nel design utilizzato negli anni ’80, preludio a un'articolata operazione che intende omaggiare un preciso filone di family movie, ricreandone atmosfere e sensazioni.
Mitchell infonde il suo racconto con una profusione di azione, avventura, paura e ironia, in cui risuonano profonde eco spielberghiane (non solo un facile rimando a Jurassic Park, ma anche Lo squalo e Ai confini della realtà), che a loro volta si espandono verso un immaginario ancora più ampio, muovendosi dalle parti delle varie produzioni Amblin e di registi come Joe Dante, Robert Zemeckis o Richard Donner.
Si tratta di un lavoro dettagliato, alimentato dall’ambientazione in quella stessa epoca e dall’enorme ricerca fatta su costumi e scenografie, ma anche dalla fotografia di Mike Gioulakis che riproduce il magico alone della grana in pellicola.
Ciò che però sorprende davvero è quanto l’approccio di Mitchell riesca a rimanere lucido e autentico, senza scadere in una mera riproposizione plastica né sfruttando maliziosamente l’effetto nostalgia, ma anzi riuscendo a modellare i canoni del genere con un’impronta marcatamente personale.
D’altronde, come dichiarato da lui stesso, l’idea di un film con i dinosauri non nasce a caso, ma trova radici affettive nei suoi ricordi d’infanzia e nella passione del padre, a cui viene dedicata l’intera opera.
[Brian (Christian Convery), Denise (Anne Hathaway), Audrey (Maisy Stella) e il cane Starbuck in una scena del film]
Il primo aspetto ragguardevole de La fine di Oak Street è la consapevolezza del proprio linguaggio.
La regia di Mitchell è arguta, lascia che l’azione si sviluppi all’interno dell’inquadratura, sfrutta la prospettiva e la profondità di campo per creare una tensione snervante che travolge lo spettatore, per poi esplodere in sequenze d’azione frenetiche e mai confusionarie. Il montaggio accelera e rallenta a seconda delle necessità, dettando i ritmi di una giocosità infantile che pervade tutto il film, alternando armonicamente eccitazione, suspense, terrore e commozione.
Mitchell controlla in questo modo gli stilemi della grande produzione hollywoodiana e li integra in un’architettura molto più elaborata, senza trascurare la sua cifra da cinema indipendente grazie a movimenti di macchina deliberati, uso dello zoom e qualche sequenza orrorifica in cui si riconosce a pieno il regista di It Follows.
Inscindibile dall’estetica è la colonna sonora firmata da Michael Giacchino, in cui risuonano melodie à la John Williams che contribuiscono fortemente a ricreare il sapore anni ’80, catturando con precisione gli stati d’animo dei personaggi ed elevando notevolmente l’apparato emozionale delle immagini.
[Lo sguardo terrorizzato di Greg e Denise ne La fine di Oak Street]
Di fianco alla componente tecnica, c’è poi una scrittura ben curata.
I personaggi sono il motore del film, delineati a partire da archetipici classici evoluti secondo una coscienza attualizzante, mai rinchiusi in uno stereotipo e lasciando che sia lo spettatore a ricostruirne la complessità attraverso i dettagli che traspaiono sullo schermo.
Una base di partenza ottimale su cui si innestano le calibrate interpretazioni del cast: Anne Hathaway prosegue la sua onnipresenza in quest’annata cinematografica vestendo i panni di Denise, una donna tenace e determinata, che traccia un percorso alla ricerca della collimazione tra la piena realizzazione personale e la preservazione degli affetti; Ewan McGregor incarna Greg accentuandone la vulnerabilità e il distacco utilizzato come scudo per le proprie fragilità; Maisy Stella (già bravissima in My Old Ass) è Audrey, la figlia maggiore fissata con l’astronomia ma completamente ripulita dei tratti più macchiettistici della tipica “ragazza nerd americana”, mentre Christian Convery (il giovane e talentuoso protagonista di Sweet Tooth) porta in scena la confusione, l’innocenza infantile e i moti ribelli di un tredicenne di quel periodo.
Le dinamiche, i legami e i conflitti che si innescano sulle diverse emotività dei Platt rappresentano il cuore pulsante de La fine di Oak Street, tramite una progressione che garantisce il giusto grado di empatia per mantenere intatti coinvolgimento e credibilità.
La famiglia si trova costretta ad appellarsi al più atavico istinto di conservazione per fronteggiare un pericolo ignoto, che minaccia di divorarne il più intimo microcosmo invadendo le mura domestiche: una situazione che si pone in diretta continuità con l’insidia dei problemi di coppia e la potenziale disgregazione del nucleo famigliare, di cui gli animali preistorici diventano una sorta di adrenalinica proiezione attraverso la quale tentare di recuperare un sanguigno senso di unione.
D’altro canto, sembrano proprio essere i dinosauri a testimoniare l’intenzione di mantenere le persone al centro del racconto: la loro realizzazione estetica è fortemente improntata al naturalismo (con VFX generalmente molto buoni), basandosi il più possibile su studi paleontologici, tanto per salvaguardarne l’attendibilità, quanto per evitare di enfatizzarne la mostruosità e spostare quindi il focus dalla storia umana.
[Un T. Rex insegue i protagonisti in una scena de La fine di Oak Street]
In ogni caso, non si può negare che la dedizione di Mitchell nel preservare lo spirito dei popcorn movie anni ’80 ne conservi inevitabilmente anche i difetti: rimane una certa ingenuità di fondo nel districarsi della trama, a partire da un presupposto scientifico piuttosto superficiale, dinosauri provenienti da diverse ere preistoriche e alcune risoluzioni sbrigative, per quanto non sempre prevedibili.
A conti fatti, però, la bravura del regista è ravvisabile proprio nell’abilità di dissimulare questi aspetti, facilmente perdonabili perché messi in secondo piano rispetto al divertimento e al trasporto passionale, che restano sicuramente più impressi una volta usciti dalla sala.
Personalmente, credo permanga invece una leggera amarezza per alcune tematiche di più alto spessore, che il film accenna soltanto senza mai approfondire: si fa più volte richiamo al confronto tra scienza e religione ma è un dibattito solo approssimato, oppure ancora il discorso sul rapporto uomo-natura che non fuoriesce mai del tutto nonostante sia implicito nella trama, con tutti gli spunti etici del caso.
Tutto ciò non toglie a La fine di Oak Street il pregio di essere un’opera genuina, soddisfacente e realizzata con un amore costantemente percepibile, in grado di ristrutturare intelligentemente una forma di blockbuster alternativa a quello a cui siamo abituati oggi: la riconquista di un regno che sembrava perduto, l’occasione per tornare a meravigliarsi dell’assurdo con gli occhi di un bambino.
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