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La casa - Il rogo del male - Recensione: ritratto di famiglia in un inferno

L'orrorifica saga più iconica dell'ultimo mezzo secolo si arrichisce di un nuovo truculento capitolo che, senza tuttavia la goliardica anarchia delle origini, riesce comunque a incendiare gli animi pur senza fare il gran botto sperato

Titolo originale: Evil Dead Burn
Genere: Horror
Regia: Sébastien Vaniček
Sceneggiatura: Sébastien Vaniček, Florent Bernard
Cast: Souheila Yacoub, Tandi Wright, Hunter Doohan
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Uscita Italia: 8 luglio 2026
Durata: 111 minuti
Paese: USA

Non portasse sul groppone il serpentino nome e cognome di Sébastien Vaniček probabilmente un film come La casa - Il rogo del male non sfigurerebbe certo nel curriculum di un tipaccio come Rob Zombie.    

 

Non è infatti un mistero che il quasi esordiente cineasta francofono – ancora inebriato dal meritatissimo e zampettante successo dell'aracnideo battesimo del fuoco di Vermin – abbia guardato con una certa simpatia e innegabile rispetto alle sanguigne avventure vissute dal sadico Capitano Spaulding e dalla ruspante famiglia Firefly fra le insidiose mura di un'altra e ben più rodata Casa.

 

[Trailer ufficiale de La casa - Il rogo del male]   

 

 

Che sia tuttavia occupata dai celeberrimi 1000 corpi o infestata dall'ormai navigato Diavolo poco importa poiché, quando l'indiscusso padrone della summenzionata baracca si rivela essere nientepopodimeno che il mitico Sam Raimi, capite anche voi come le bollette di luce, gas e telefono sia davvero l'ultima delle preoccupazioni con cui doversi barcamenare.

 

È appunto codesto diabolus ex machina che, dopo aver intelligentemente subaffittato la condominiale incombenza de La casa - Il risveglio del male a quel talentuoso – Mummia permettendo – buontepone di Lee Cronin, ha optato stavolta per affidare le preziose chiavi de La casa - Il rogo del male a un altrettanto giovane ma già scafato Vaniček; ben conscio del fatto che a un genere come l'horror e, a maggior ragione, in una saga come quella di Evil Dead, il sangue fresco urge oggi più che mai al fine di evitare che quanto di buono fatto in un ormai lontano e glorioso passato non finisca irrimediabilmente per prosciugarsi sotto l'infigardo sole del politicamente corretto.    

 

Se dunque, parafrasando a nostro esclusivo uso e consumo il caro, vecchio e ormai trapassato Lev Tolstoj, tutte le famiglie dannate si assomigliano fra loro e ogni famiglia è dannata a proprio modo, va detto e ripetuto che alcune di esse dannate lo sono decisamente più di altre.

 

Un po' come la tutt'altro che allegra famiglia Price, composta dalla madre Susan (Tandi Wright), dal padre Edgar, dal figlio Joseph (Hunter Doohan) – già intento a ficcare impudentemente il naso fra le esoteriche pagine dell'immancabile Necronomicon a neanche cinque tocchi di lancetta dalla comparsa dei loghi di New Line Cinema e Ghost House Pictures – dalla di lui fidanzata Thya (Luciane Buchanan) e dalla sciancata nonnina Polly (Maude Davey).

 

Ultima ma non ultima, pure dall'odiatissima new entry Alice (Souheila Yacoub).

 

 

[Anna-Maree Thomas non ha certo paura di prendersi un raffreddore ne La casa - Il rogo del male] 

 

Perché mai odiatissima, chiederete voi?

 

Beh, nonostante il grintosissimo incipit de La casa - Il rogo del male contribuisca più che egregiamente a metterci fin da subito le cose ben in chiaro, costei viene ingiustamente ritenuta la diretta nonché principale resposabile della non certo serena né naturale dipartita dell'amato Will (George Pullar): rampollo di casa Price nonché, va detto, sua tutt'altro che dolce metà che, dopo l'ennesima litigata ben innaffiata di alcol e rancore, ha ben pensato di compiere il fatidico balzo verso l'infernale Aldilà andando incautamente a schiantarsi contro la prima indemoniata di passaggio (Anna-Maree Thomas), vale dire la (non così) famosa Jessica già comparsa brevemente nel prologo e nell'epilogo del precedente capitolo.

 

Superato l'inevitabile scoglio di una dolorosa esequia funebre – durante la quale le continue interruzioni dell'inconfondibile ruggito in fuoricampo di un forno crematorio offriranno un gradito leitmotiv al sapore di humor nero – i nostri afflitti Parenti serpenti, ben consci del titolo e della rodata solfa della storiella alla quale hanno scelto di prendere parte, penseranno bene – anzi malissimo, col senno di poi – di radunarsi nella fredda e umida casa in riva al lago che tanti giorni felici ha vissuto in passato e che parecchie frattaglie vedrà di lì a pochissimo imbrattare le proprie scolorite pareti. 

 

Soprattutto quando diverrà chiaro come un virulento e immondo anatema, incautamente trasportato dall'abisso della bara all'egualmente torbida oscurità dell'anima del nuovo commander in chief di questa evidentemente disgraziata dinastia, inizierà pian piano a impossessarsi di ciascuno degli indifesi convenuti seguendo il vecchio adagio secondo il quale "i panni sporchi si lavano e sbranano rigorosamente in famiglia".     

 

Com'è che si dice? 

"De gustibus non est disputandum", giusto? 

 

Ebbene, mi perdonerete se, prima di proseguire con la disamina di questo caldissimo, violentissimo, gagliardissimo e indubbiamente gustosissimo La casa - Il rogo del male dirò che, pur riconoscendo l'oggettivo stile e la solida mano registica del nostro Sébastien Vaniček, personalmente ho maggiormente apprezzato e, forse, compreso la viscerale prospettiva offerta dal sopracitato Cronin con la sua incubotica mise-en-scène di ormai tre annetti orsono.

 

 

[Una famiglia decisamente particolare protagonista de La casa - Il rogo del male] 

 

Mettiamola così: se Lee suonava un denso e rancido blues, il nostro Sébastien picchia durissimo i graffianti e ustionanti tasti di un rock che non lascia mai un attimo di tregua e che, pur con il concreto rischio di qualche ripetizione e calo di tonalità di troppo, alla fin della fiera riesce a vomitarci dritta in faccia un'opera nella quale, più che il consueto spavento a suon di jumpscare preconfezionati, a farla da padrone è un perenne e quasi sempre ben dosato moto di autentica repulsione.

 

D'altronde sfido chiunque a sorbirsi timpani perforati a botte di penna stilografica, sedili conficcati a tradimento in qualunque guancia capiti a tiro, corroboranti beveroni di cera calda, ami da pesca conficcati chissà dove e rasoi da barba dalla vocazione tutt'altro che depilatoria senza battere ciglio o, alla peggio, persino in ritirata. 

 

Anche se, questo va detto e ripetuto, la rugginosa e plumbea fotografia scelta da Philip Lozano per valorizzare la natura indubbiamente fumantina di questa efferata Cronaca familiare riesce a mitigare più che egregiamente le derive verso la bassa macelleria che a più riprese tentano di prendere il sopravvento tra una fuga a perdifiato in cima alle scale, qualche opportuno incidente d'auto e una malaugurata sosta tattica in bagno; riportando il tutto entro il robusto e suggestivo perimetro di un soffocante kammersplatter – pardon, intendevo kammerspiel – mascherato da fulciano gioco al massacro. 

 

Tuttavia il passaggio dallo splatter al gore o, per meglio dire, da una caustica risatina a denti stretti a un ben più serioso brivido di raccapriccio – un andazzo in verità già annunciato dal buon Raimi nel corso di questi suoi nuovi progetti a metà strada fra sequel e reboot – diviene qui palese e dichiarata sin dalle prime programmatiche sequenze.

 

I ruspanti tempacci del buon Ash e del suo grandguignolesco zucchero sono ormai un lontano ricordo; almeno per noi aficionados della primissima e, volendo, pure seconda irripetibile ora.  

 

 

[Luciane Buchanan ha decisamente bisogno di idratarsi ne La casa - Il rogo del male] 

 

Perciò non stupisce affatto che in questo La casa - Il rogo del male tocchi dunque accontentarsi – ma in realtà, come si suol dire, chi s'accontente gode, vero? – di trinciapolli elettrici usati come armi improprie, utensili da cucina in grado di assolvere più che egregiamente la propria funzione di oggetti contundenti, seghe circolari dal destino tutt'altro che incerto, sbavanti dentiere lappate di gusto come se non ci fosse un domani e pure un bel cavatappi che, come il caro vecchio Jason Voorhees c'insegna, alla bisogna la sua (s)porca figura riesce a farla senza se né ma.

 

Laddove l'originaria trilogia raiminiana, figlia dei reaganiani anni '80 e di un cine-occhio inevitabilmente maschiocentrico, nasceva su di una base di solido testosterone, la sonora sterzata verso un deciso e quanto mai propizio girl power – una filosofia già convintamente abbracciata da Fede Àlvarez nel suo ingiustamente bistrattato reboot e proseguita di diritto da Cronin con un Risveglio quasi interamente imbevuto di sangue e doppio cromosoma X – si fa qui evidente oltre che necessaria, nel momento in cui, così come ben esplicitato da un catartico climax al vaghissimo sapore di elevated horror, la ferita per lo più solo suggerita della violenza domestica passa dall'essere una semplice suggestione sperduta nei meandri di qualche sporadico flashback a una rovente allegoria di (s)figurativa potenza. 

 

Una lettura, quella offerta da Vaniček in La casa - Il rogo del male, che pare voler riprendere l'anitico filosofico adagio attribuito a Lucio Anneo Seneca secondo cui "non viene dall'esterno in nostro malum, poiché esso è già dentro di noi, nelle stesse nostre viscere"; abbandonando dunque la rotta del caro, vecchio e decisamente calssico home invasion per ricondurre il tutto verso un ben più claustrofobico e concentrato home massacre

 

Pur con i suoi variopinti liquami corporali, le sue deridenti teste parlanti e le numerose membra evirate a suon di vanga, mannaia e sega elettrica, è chiaro come in origine quel gran simpaticone di Sam Raimi volesse tutto sommato divertirci, no?

 

Perciò, pur con quella sozza, cupa, umorale e, almeno stavolta, abrasiva seriosità che certamente lo contraddistinguono, anche il trentaseienne cineasta di Noisy-Le-Grand – qui anche autore della sceneggiatura assieme al fidato Florent Bernard – ci e soprattutto si concede qualche breve ma intenso divertissement ben amalgamato con il truculento impasto generale de La casa - Il rogo del male; lasciando che siano la più anziana componente di questo indemoniato caravanserraglio e un insospettabile montascale a regalarci qualche (in)sano momento di non certo trascurabile felicità. 

 

 

[Souheila Yacoub ha qualche cicatrice in sospeso con La casa - Il rogo del male] 

 

Provare per credere e, cosa più importante, rimanere pazientemente seduti sino e ben oltre la fine dei titoli di coda.

 

Raimi era anarchico, Àlvarez chirurgico, Cronin eretico e Vaniček direi un gran sadico.

Uno di quelli che non si fanno il minimo scrupolo a dare letteralmente alle fiamme ogni residuale briciolo di amore parentale e fedeltà coniugale – tematiche che sarebbe davvero piaciuto venissero scandagliate ancor più in profondità – per poi veder nascere da codeste immonde ceneri un incubotico universo infarcito di dolore tanto fisico quanto e soprattuto emotivo, incipiente senso di colpa e, per non farci mancare proprio nulla, pure di qualche ruspante cangnolone demoniaco che male davvero non fa.

O forse sì? 

 

La casa - Il rogo del male fa dunque il suo ben oltre il normale e rassicurante confine del puro mestiere, seppur senza apportare nulla di realmente innovativo a un immaginario e una lore che, diciamoci pure la verità, ciò che aveva di genuinamente esplosivo da dire lo ha detonato in mille sanguinolenti pezzi ormai più di tre decenni orsono.

 

Un film senza infamia, questo è certo; le cui poche ma buone lodi stanno tutte in un concept assai accattivante e in un'irruenza diffusa che, nonostante una perenne indecisione in sottotraccia che gli impedisce di pigiare sino in fondo il pedale del coraggio e tirare, quando necessario, il freno a mano del too much, a conti fatti e bocce ferme accontenta un po' tutti senza tuttavia scontentare troppo i raiminiani di vecchio pelo.

 

Siamo dunque al cospetto di un prodotto che divampa non certo dal fuocherello di paglia che ci si sarebbe potuti aspettare, brucia lentamente sino a dare l'impressione di estinguersi ben prima del tempo e, quando meno te lo aspetti, come la celeberrima fenice riprende vigore per spontanea combustione, permettendo al più iconico e decisamente malmesso fra i suoi villain di compiere finalmente la propria stilosissima entrée in puro stile Terminator per incendiare, una volta per tutte, i resti ormai carbonizzati di codeste deliranti e insanguinate scene.

 

 

[Maude Davey è la cara, dolce e indemoniata nonnina di La casa - Il rogo del male] 

 

 

Detto ciò posso dunque concludere che La casa - Il rogo del male è un film orgogliosamente di pancia – anzi, di viscere – che non disdegna tuttavia qualche provvidenziale colpo di testa; laddove proprio le teste non mancheranno certo di saltare, spaccarsi e abbrustolire per benino nel corso di 111 indiavolati minuti.

 

A mio personalissimo gustus, sempre e comunque troppi per un prodotto del genere, sia chiaro. 

 

D'altronde i bei tempi in cui bastava una snella e concetrata oretta e 20 minuti per scatenare il proverbiale inferno in terra – o, per meglio dire, in Casa – sono ormai morti e sepolti... visto l'andazzo direi al massimo cremati.

 

Anche così, datemi retta, non ci metterei proprio la mano sul fuoco... figuriamoci la faccia!

 

___

 

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