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Pupi Avati è il gotico padano. Il gotico padano è Pupi Avati.
Pochi registi nella Storia del Cinema possono permettersi l'onore di vedere il proprio nome accostato a un sottogenere cinematografico, partorito e cresciuto quasi esclusivamente grazie al proprio lavoro: se pensate al body horror pensate a David Cronenberg o a Shin'ya Tsukamoto, se pensate agli zombi movie pensate a George A. Romero, se pensate all'heroic bloodshed pensate a John Woo.
Se pensate al gotico padano, pensate ovviamente a Pupi Avati, un uomo di Cinema come pochissimi, che in quasi sessant'anni di carriera - con la prospettiva dell'oggi fa strano pensare volesse diventare un musicista - ha disseminato il nostro panorama audiovisivo di opere con costanza ammirabile.
[Trailer della versione restaurata de La casa dalle finestre che ridono, in arrivo nei nostri cinema per il cinquantennale del film capostipite del gotico padano]
Dopo una vita cinematografica così lunga, se proprio volessimo ridurre il suo contributo a un unico lascito, non potremmo che concordare che la minuziosa architettura gotico-padana sia la sua trovata cinematografica più pura, asserendo inoltre che La casa dalle finestre che ridono sia il manifesto del gotico padano e pertanto la quintessenza del lavoro di Pupi Avati.
Eppure, prima dovremmo esattamente capire quale sia il contesto che si delinea in maniera così univoca attorno alla filmografia del suo autore.
Quindi che cos'è il gotico padano?
Forse è il caso di dargli una definizione, visto che si tratta di un fenomeno capace di dare il nome a un libro (scritto da Claudio Bartolini e Ruggero Adamovit e ristampato ben tre volte), a un documentario dalla forte ricostruzione creativa (diretto da Roberto Leggio e Gabriele Grotto) e a una serie RAI di prossima uscita (rigorosamente diretta dallo stesso Avati).
Si tratta di un sottogenere cinematografico, figlio dell'horror e del grottesco, ambientato principalmente nella bassa padana dell'Emilia Romagna, una zona tradizionalmente associata al sole, al rumore delle zone limitrofe affollate da turisti e a una complessiva bonomia dell'umanità che la popola.
L'esperienza diretta e la perizia cinematografica di Pupi Avati hanno completamente spogliato delle accezioni comuni la sua amata regione d'appartenenza, trasformandola in una terra intrisa di misticismo e omicidi, caratteri devianti e figure deformi, rigorosamente avvolti dall'umidità del delta del Po e da una nebbia capace di avvolgere e far sfumare i contorni della realtà.
Se lo stile architettonico gotico si muove in verticale, alla ricerca della luce, tra archi e ricche decorazioni, il gotico padano tende a dialogare con la fede ma si muove prettamente in orizzontale, tra disadorni luoghi contadini e un'umanità più che mai dolente.
Nel gotico padano la tradizione orale deforma il presente della narrazione, in cui l'ostinata fede cattolica dei personaggi occlude ogni possibilità di redenzione. Una sorta di sagacissimo connubio tra folk horror e giallo all'italiana, in cui le storie di tradizione contadina si dipanano in suggestioni orrorifiche e vibrazioni da thriller.
Risposta breve alla domanda originaria: guardate La casa dalle finestre che ridono e mettete in fila tutti gli elementi che lo rendono un cult senza tempo, oltre che il capostipite assoluto del sottogenere.
[Il contrasto tra il volto innocente di Lino Capolicchio e le atmosfere oscure de La casa delle finestre che ridono è uno dei punti di forza dell'opera]
La sinossi de La casa dalle finestre che ridono è nota, ma il suo sviluppo di trama è estremamente complesso.
Il restauratore Stefano è chiamato a restaurare un affresco in una chiesa di campagna, dipinta da un pittore morto suicida, il misterioso e folle Buono Legnani.
Al suo arrivo sul posto, tra complessi rapporti con il clero, insoliti comportamenti degli abitanti e inquietanti figure femminili, il protagonista - e lo spettatore - sentono crescere l'inquietudine e il pericolo.
Le atmosfere rarefatte e sospese della narrazione, unite ai continui riferimenti religiosi e al fascino pittorico delle immagini (rappresentate e costruite da Avati) donano all'opera una sorta di sacralità orrorifica, ergendola nell'olimpo delle pellicole più importanti di un periodo che è stato l'assoluto pinnacolo creativo, produttivo e artistico per il thriller horror nostrano, quello a cavallo tra gli anni '60 e '70.
Accanto ai più riusciti film di Lucio Fulci, Mario Bava e Dario Argento trova agevolmente posto anche il manifesto del gotico padano, con il suo stile del tutto inconfondibile con quello degli autori del brivido coevi.
Anche nella genesi dell'opera, che originariamente avrebbe dovuto chiamarsi La luce dell'ultimo piano, la tradizione orale ha avuto il suo enorme ruolo: Pupi Avati ha infatti raccontato di essersi ispirato alla sua infanzia, quando nel paesino in cui viveva fu aperta la tomba di un prete e furono ritrovati al suo posto i resti di una donna.
Il regista ha raccontato come una sua zia gli ricordasse di continuo l'episodio, minacciandolo di chiamare il "prete donna", una sorta di androgino uomo nero della bassa padana.
Nel 2024 anche i Cahiers du Cinéma hanno dedicato un'analisi a La casa dalle finestre che ridono, in occasione della sua uscita in Blu-ray e della nuova proiezione al Festival del Cinema Fantastico di Parigi, laddove il film aveva incantato nel 1979, ben 45 anni prima, ottenendo il Premio della Critica.
Se sull'impatto de La casa dalle finestre che ridono non ci sono dubbi, è molto interessante analizzare come il gotico padano si sia sviluppato lungo una filmografia così complessa e composita come quella di Avati.
[Le bocche che danno il titolo a La casa dalle finestre che ridono sono il simbolo del gotico padano]
Di certo nelle bocche immobili in un sorriso sardonico dipinto sull'edificio che dà il nome a La casa dalle finestre che ridono si condensa tutta la mitologia, l'iconografia e, se vogliamo, la contraddittorietà del gotico padano: l'isolamento dell'edificio, l'ambientazione, un'immagine grottesca (e quasi pop ante-litteram, se si considera l'ambientazione anni '50) impressa su una pietra brulla, l'omertà che una struttura tanto peculiare genera negli abitanti del luogo.
Elementi peculiari di un sottogenere che talvolta sfugge al genere di riferimento per trovare rifugio in opere della filmografia.
Il suo percorso parte infatti ben prima dello straordinario apice toccato con La casa dalle finestre che ridono, già dalle prime due opere di Avati: Balsamus, l'uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati.
Si tratta di due esperimenti, embrionali e imperfetti, ma nondimeno affascinanti di una filmografia che già mostrava tutti i suoi interessi e snodi di indagine: la superstizione popolare, la tensione asfissiante dell'ambientazione provinciale emiliano-romagnola, un ancestrale interesse per l'occulto e un ambiguo rapporto con la religione, un inquietante intreccio tra omertà umana e presenze inspiegabili.
Il secondo è definito dallo stesso Avati come il suo "film maledetto", tanto per le difficoltà personali affrontate dal regista al momento della realizzazione dell'opera quanto per la tematica complessa e oscura del film, presentato al Festival di Locarno del 1970 e poi divenuto praticamente introvabile.
Nelle sue prime opere, realizzate con pochi mezzi e in un contesto del tutto instabile, Pupi Avati ha già mostrato i temi che avrebbe reiterato nella sua filmografia, spesso usandoli come fondamento per l'analisi di un'umanità ignorante e incattivita - ricordate l'orrore dei rapporti in Regalo di Natale? - la cui rappresentazione trascende i film orrorifici e arriva a toccare opere lontane dall'immaginario di genere ma inequivocabilmente avatiane.
Tra queste non possiamo che ricordare il suo primo film "di sistema": La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, che riadatta tutti questi temi in chiave di commedia grottesca e precede tanto La casa dalle finestre che ridono quanto il successivo Tutti defunti... tranne i morti.
[In Tutti defunti... tranne i morti tornano alcuni dei volti noti del Cinema di Avati: da Francesca Marciano a Carlo Delle Piane, il mix degli elementi in gioco risulta però ben diverso]
"La mazurka" conteneva in nuce tanto gli elementi tematici del capolavoro del gotico padano quanto la dissacrante dissezione del genere portata da Avati nel 1977: un altro unicum nella Storia del Cinema.
Il gotico padano è un filone disinnescato alla sua nascita: un sottogenere che ha raggiunto nello stesso anno il suo apice formale e la sua parodia, per mano dello stesso autore.
Toccata la vetta del genere e la sua negazione simultaneamente, solo un uomo con un grande senso del Cinema avrebbe potuto continuare a pennellare sporadiche reiterazioni del gotico padano.
Per tornare ad affermare con forza la sua visione, era necessario un ritorno alla creazione di un film più profondamente di genere: sfruttando la scia degli zombi movie e l'interesse crescente per l'occulto, Zeder nel 1983 risponde a questa necessità ammantandosi sin dalla sua uscita della nomea di cult assoluto.
Non a caso le musiche dell'opera sono di Riz Ortolani, divenuto noto per il suo contributo ai B Movie italiani, primo tra tutti Cannibal Holocaust.
Dopo un prologo ambientato negli anni '50, l'opera colloca l'orrore nella contemporaneità (un elemento di quasi assoluta novità per il gotico padano) ma non rinuncia all'indagine sull'opera di una figura avvolta nel mito (laddove nel film del '77 c'era Buono Legnani qui c'è lo scienziato Paolo Zeder) né alla rappresentazione ambigua di figure del clero.
Il gotico padano è risorto sotto nuove vesti, grazie a una sceneggiatura che unisce le sensazioni del gotico padano a echi fantascientifici, a opera dei fratelli Avati e di Maurizio Costanzo.
Gli stessi che - con Gianni Cavina, capace di incarnare come nessuno le nevrosi sottese alle opere di Avati - erano riusciti a costruire il successo de La casa dalle finestre che ridono.
Su Costanzo sarebbe interessante soffermarsi un attimo per chiederci in quante delle nostre storie possa rientrare la sua figura.
Che si parli delle origini di Ennio Morricone o di un capolavoro come Una giornata particolare, il suo nome emerge di tanto in tanto come uno dei deus ex machina più inaspettati ed efficaci.
In questo caso eccolo qui: sceneggiatore dei due film appena citati ma anche di Tutti defunti... tranne i morti e de Le strelle nel fosso: le opere più rappresentative del periodo d'oro del gotico padano.
[Protagonista di Zeder è uno dei volti più riconoscibili del Cinema horror italiano: Gabriele Lavia]
Zeder non segna soltanto una momentanea interruzione nella produzione orrorifica di Avati, ma è anche il film di chiusura del periodo di maggiore intensità di Costanzo come sceneggiatore.
Uno dei più noti volti della Storia della televisione italiana è uno dei quattro architetti del gotico padano.
In pochi d'altronde conoscevano le nefandezze dei piccoli italiani come lui: questo conferma come il gotico padano sia dunque, un insieme di comportamenti, superstizioni, figure sbilenche e sensazioni, tanto bizzarre quanto opprimenti. Opprimenti sì, ma non oppresse necessariamente dalla necessità di incasellarsi in un genere.
Ecco spiegata, dunque, la lettura critica di Ruggero Adamovit nel suo dialogo con Avati al momento della scrittura del suo libro: Adamovit ritiene che il successivo Le strelle nel fosso sia l'iterazione più significativa del gotico padano perché quest'ultimo è caratterizzato da una rappresentazione geografica e antropologica che trascende il genere e abbraccia l'intera filmografia del regista.
Eppure si tratta di un film assolutamente peculiare, un'incursione quasi inclassificabile nel fantastico.
Il gotico padano è la chiave per leggere il Cinema di Pupi Avati, anche quando questo non è necessariamente orrorifico o quando non è ambientato nella Pianura Padana.
[L'ultimo episodio cinematografico del gotico padano è L'orto americano: qui l'intervista di Marco Lovisato a Pupi Avati e Filippo Scotti]
Non è dunque un caso che, dopo i due ritorni del gotico padano negli anni (nel 1996 con L'arcano incantatore e nel 2019 con Il signor Diavolo), due delle più recenti opere ricondotte al sottogenere, Il nascondiglio (2007) e L'orto americano (2024), rappresentano gli Stati Uniti (in entrambi i casi il provinciale Iowa) come location ideale per l'ambientazione del gotico padano: non solo per ovvi fattori geografico-naturalistici, con gli spazi sconfinati statunitensi a dilatare il senso di rarefazione della pianura padana, ma anche e soprattutto per fattori favolistici.
La nazione universalmente narrata come terra dei sogni e della reinvenzione dell'essere umano diventa invece terreno fertile per una nuova gemmazione degli orrori di un'umanità sempre terribilmente uguale a sé stessa.
Tra i registi che non potevano che innamorarsi di una simile visione non poteva che esserci Guillermo del Toro, che nel 2025 ha scelto L'arcano incantatore assieme a Il Casanova di Federico Fellini per la sua selezione proposta all'AFI Fest di Los Angeles, il festival dell'American Film Institute, da lui diretto.
Un riconoscimento davvero niente male per il gotico padano, che a circa sessant'anni dalla sua nascita e a ben cinquanta dall'uscita del suo film più amato, sembra oggi essere più vivo che mai.
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