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Alita - Angelo della Battaglia - Recensione

Nel 1990, Yukito Kishiro, mangaka nipponico, pubblicava il suo Alita - Angelo della Battaglia - titolo originale Gunnm -, giunto in Italia a circa sette anni di distanza, nel 1997.

 

Il sottoscritto, all’epoca, aveva circa 10 anni e, cercando disperatamente di simulare con scarsissimo successo le azioni di Holly e Benji, aveva iniziato a nutrire un certo interesse verso anime e manga.

Grazie ai ricchi palinsesti televisivi, soprattutto per merito di realtà ormai defunte quali JTv e la successiva sapiente programmazione anime di MTV, avevo cominciato a nutrire un certo fascino per le creazioni giapponesi.

 

Opere quali, ad esempio, Capitan Harlock, Ranma ½, Dragon Ball, Yattaman, L’Uomo Tigre, Galaxy Express 999, Lupin, Yu Degli Spettri, Trigun, Master Mosquiton, One Piece, insieme a creazioni più stratificate come Evangelion, Great Teacher Onizuka e Cowboy Bebop, avevano contribuito a ingigantire ed espandere la mia concezione di storytelling.

 

Stilemi, moralità, complessità dei personaggi, epica e iconografie venivano completamente ribaltati, mescolati e molto spesso resi più complessi, prestandosi a riletture molto più interessanti anche con il passare degli anni, assumendo quindi una duplice funzione e momento di fruizione, distaccandosi nettamente dai personaggi dei comics americani, altre divinità del mio pantheon infantile.

 

 



La narrazione orientale, seppur viaggiando su binari molto differenti, mi ha dato una coscienza sociale e narrativa molto forte, paragonabile solo a quella europea; possiamo stare qui a raccontarcela quanto vogliamo ma, per quanto si possa voler bene ai vari crociati mascherati made in USA, nessuno di loro riesce ad avere quella scrittura così densa, complessa e dannatamente affascinante di personaggi e storie create da autori quali Hugo Pratt, Andrea Pazienza, Gipi, Gaiman - che vi ricordo essere inglese - Alan Moore - altro figlio di Sua Maestà - e molti altri.

 

Un parallelo simile si potrebbe tracciare con il cinema.

Il cinema europeo, di creazione francese, è sempre stato scimmiottato dagli americani e, come predisse Lucio Fulci, un autore che zio Quentin ha copiato - o citato - moltissime volte, quando non sapranno più cosa copiare, cominceranno a fare remake.

Erigete una statua a quell’uomo geniale!

 

Il cinema USA fa remake a rotta di collo e a volte a così breve distanza dall’originale da travalicare il ridicolo: potremmo citare il disastroso Quarantine, remake della pellicola spagnola, geniale, REC di Jaume Balagueró e Paco Plaza; l’oltremodo inutile Old Boy di Spike Lee, vi prego guardatevi l’originale di Park Chan-wook; il più recente The Upside, remake del Quasi Amici francese di Olivier Nakache e Éric Toledano.

 

E ancora il Lasciami Entrare di Matt Reeves, regista che adoro, che per quanto interessante non si giustifica quando confrontato con l’originale di Tomas Alfredson la cui sapienza registica è perfetta per quella storia; l’insospettabile The Last Kiss, remake de L'Ultimo Bacio di Gabriele Muccino, dove Zach Braff e Casey Affleck si esibiscono in un floppone il cui titolo completo potrebbe essere The Last Kiss wasn’t really the best you gave me and we should really forget about it!

 

 



Esclusi i pallidi tentativi di riproporre il cinema europeo in salsa USA, senza capirlo, se affondiamo la faccia in quello americano, Hollywood ha letteralmente preso a divorare se stessa, facendo meta-industry, zombificandosi e cominciando un processo di cannibalizzazione che ha portato a remake di remake di remake: il Non Aprite Quella Porta di Marcus Nispel è forse uno degli sfregi più grandi mai fatti a uno dei classici del genere; I Magnifici Sette di Antoine Fuqua, il cui film originale è già una re-interpretazione in salsa western de I Sette Samurai di Akira Kurosawa, è stato, in molti casi documentati dall’FBI, capace di sviluppare esperienze sensoriali catalogate come “Senso Di Ragno”, portando il pubblico a percepire il pericolo e scansare la visione.

 

Infine, il buon Bradley Cooper potrà offendersi quanto vuole, ma era davvero necessario il quinto remake di A Star is Born?! - se ne è discusso anche sul podcast di Cinefacts, che sono sicuro seguiate come fosse vangelo, vero?!     

 

Quello che Fulci non aveva previsto, e sarebbe stato davvero difficile farlo, era l’evoluzione tecnologica che avrebbe reso possibile l'universo cinecomics.

Un genere che ha avuto dei picchi enormi sta raggiungendo, o forse ha già raggiunto, il picco, lo zenit prima del declino, e che sta costringendo tutti quelli che non sono nel giro, e sono molti, a trovare altre e nuove fonti produttive di massa per combattere questo titano.

 

Una delle tante trovate, ora che anche la serie di Harry Potter comincia a scricchiolare e nessun altro fenomeno teen sembra stagliarsi all’orizzonte, sta proprio nel cinema e nella cultura anime e manga nipponica.

 

Hollywood negli ultimi anni sta approcciando il mondo dei manga, grazie anche a un mercato USA che ha preso a riconoscere l’esistenza di un’intera narrativa che noi abbiamo già metabolizzato tra gli anni '70, '80 e '90, facendo di Italia e Spagna alcuni dei mercati di riferimento per la distribuzione di certe pellicole fuori dalla terra d’origine - noi Miyazaki lo guardavamo quando in USA pensavano che le animazioni riciclate della Disney fossero arte pura, tzè!

 

 



Al cinema sono quindi arrivate produzioni tragicomiche quali Ghost in the Shell, il Death Note di Netflix e, mentre noi cerchiamo di rimuovere il Dragon Ball del 2009 e lo Speed Racer delle sorelle Wachowski, si vocifera della trasposizione di Cowboy Bebop - in serie TV live action -, del lungometraggio su Akira e del remake di Your Name. 

 

Ora è il turno di Alita - Angelo della Battaglia: un manga conosciuto, forse non tra i più ricordati, e che il sottoscritto ha completamente mancato, trovandosi ad andare al cinema privo di qualsiasi paragone con l’opera originale - non che questa sia necessaria alla fruibilità di una trasposizione filmica e badate bene a come, trovandosi al cospetto di una trasposizione, sia sempre ben opportuno virgolettare il concetto di “paragone necessario”.

 

Come premesso poco sopra, il cinema e la scrittura americana, per quanto solida ed epica in molte compagnini, soffre sempre di una certa superficialità quando si arriva all’intrattenimento massificato.

 

La dicotomia del paese a stelle e strisce è molto spesso squadrata, monolitica, sorretta da pilastri lontani anni luce dal concetto di yin e yang e più la produzione vuole essere massificata, più tende alla semplificazione, trattando il pubblico come una masnada di ritardati e mancandogli di rispetto.

 

Esistono il giusto e lo sbagliato assoluto, il bene assoluto e il male assoluto, portando spesso lo spettatore all’esasperazione quando deve assistere alle avventure di un eroe talmente buono da risultare stupido, stucchevole e ingenuo, come una sorpresa da ovetto kinder messa al centro di una torbida storia criminale alla Martin Scorsese - non per niente uno che al cinema europeo e orientale ci guarda con occhio furbo, e se vi state ponendo qualche domanda vi dico solo che The Departed non è proprio suo.

 

 



Per queste e moltissime altre ragioni il pubblico americano, le produzioni e i cineasti stessi, molto spesso hanno problemi a digerire e adattare quei canovacci capaci di proporre maschere idiosincratiche, eroi grigi e storie d’amore che non si risolvano a tarallucci e vino, togliendo qualsivoglia sorta di complessità emotiva e morale, appiattendo storia e personaggi per via di un’eccessiva semplificazione e schematizzazione del costrutto, pervasi, forse, dalla paura di non essere capiti dal pubblico.

 

Di rimbalzo un Ghost in the Shell, per quanto non si possa definire aberrante, trova il suo difetto nel perdere un certo taglio autoriale, cercando di sostituirlo ricalcando le immagini ma senza comprenderne il significato e lasciando tra le mani del pubblico un film che, ironicamente, dà senso a Ghost in the Shell in quanto esplicazione in cinema del concetto di Ghost in The Shell.

 

Alita - Angelo della Battaglia, viene portato sullo schermo grazie a James Cameron, un regista che fa della tecnica e della voglia di sperimentare con il cinema il fulcro delle sue produzioni.

Da Terminator ad Avatar, il regista canadese ha sempre usato le proprie storie come pretesto per portare avanti delle idee di cinema fresche, intelligenti e votate a meravigliare lo spettatore, portandolo a vivere il film in sala poiché vera e propria esperienza impossibile da replicare a casa.

 

Lo è stato nel 1984, quando in Terminator un pupazzone meccanico con le sembianze di Schwarzy si conficcava un bisturi nell’occhio per svelare il vero aspetto, minaccioso e terrificante, del bulbo rosso cibernetico.

Lo è stato nel 1991, quando nel seguito di Terminator, Cameron faceva sfoggio di effetti speciali strabilianti per l’epoca, portando a schermo un villain minaccioso e quasi horrorifico.

Lo è stato nel 1997, quando in Titanic gli effetti visivi andavano oltre e rendevano credibile la tragedia della nave, salvo poi aprire un dibattito multi decennale sulla possibilità di Jack di salvarsi, stringendosi con la sua bella su quella stramaledetta porta che non è una porta. 

 

Lo è stato nel 2009, quando con Avatar ha mostrato a tutto il mondo cosa si poteva fare girando con le macchine da presa 3D e portando al cinema uno spettacolo sensoriale che nessuno ha più bissato, cannibalizzandolo poi con il 3D in post che causa solo una potente emicrania a una buona fetta di pubblico.

 

Lo è anche nel 2019, quando al cinema porta, dopo averlo tenuto per anni nel cassetto, Alita - Angelo della Battaglia?

Ni.

 

 



La pellicola prodotta da Cameron beneficia dello sforzo tecnico messo in gioco e fin da subito si capisce che la cura profusa nel portare a schermo un personaggio totalmente in CGI come Alita, dietro cui si nasconde la prova attoriale di Rosa Salazar, sarà centrale per la riuscita del film.

Le espressioni facciali, anche le più piccole, della Salazar, le rughe espressive sul viso, i movimenti degli occhi grandi e magnetici, sono meravigliosi e l’estetica complessiva della cyborg e dei suoi movimenti è magia tecnica.

 

Da spettatore ci si trova al cospetto di una creatura finta, eppure vera, un personaggio CGI a schermo la cui forza empatica è così dirompente da catturare l’attenzione, monopolizzandola, costringendoci a dividere il nostro modo di guardare ad Alita tra quello paterno del Dr. Dyson Ido interpretato da Christoph Waltz e quello romantico del bad boy Hugo di Keean Johnson.

 

Assistere al risveglio di Alita è quasi surreale, entriamo nel meta involontario: quello che si crea quando un effetto è così potente da coinvolgere il pubblico, trasmettendo una sensazione di stupore che non è propria del carattere a schermo, tanto quanto nostra, così da fare del dito che tocca lo specchio, mezzo di realtà e finzione, proiezione del nostro.

Alita è tanto aggraziata nelle sue smorfie, quanto prorompente nel suo muoversi ferocemente durante le scene di combattimento, macchina da guerra perfetta il cui corpo artificiale, pesante e massiccio, riesce ad andare oltre la gravità, illudendo le percezioni, ingannando il nostro occhio quando le sue forme esplodono di una violenza fatta di gesti perfetti, una letale acrobata del Cirque du Soleil.

 

Essere indifferenti a questo angelo guerriero è impossibile e la sua smemorata innocenza diventa nuovamente stupore a nutrire la curiosità di chi dalla sala guarda allo schermo, mesmerizzato nell'assistere a questo miracolo tecnico prendere vita e carattere senziente.

 

 



Al contempo risultano grotteschi e terrificanti tutti i personaggi che, giocando con la CGI e la narrativa, diventano, contrariamente alla protagonista, ibridi a schermo e fuori, tra uomo e macchina.

I cacciatori di taglie, come la clientela del Dr Ido e i criminali che popolano Iron City, sono una commistione tra la CGI e il live action, sfoggiando i muscoli di una tecnica che, nell'esagerare, sembra molto meno posticcia di molti altri cinecomics e blockbuster.

 

La messa in scena, la caratterizzazione di questo mondo distopico del futuro, è sempre credibile, forse poco ispirata o mal sfruttata, ma mai posticcia o abbozzata, il che dà al complesso una solidità, non certo scontata, in un contesto dove CGI e set si fondono.

Paradossalmente in Alita a non funzionare sono tutti gli elementi dove la tecnologia non è presente.

 

Il cast, per quanto ben assortito - tra i protagonisti principali oltre a quelli già citati troviamo anche Jennifer Connelly e Mahershala Ali - non dà tutto quello che dovrebbe e potrebbe dare.

Christoph Waltz mi aveva sorpreso in Bastardi Senza Gloria ma ancor di più in Django Unchained nel quale, interpretando un buono, riusciva a dare prova di un lato di sé inedito.

Sono fermamente convinto che Waltz sia perfetto per il ruolo di Ido.

 

Il modo in cui guarda Alita è impagabile e ricorda quello con cui guarda Broomhilda quando apre la porta della sua stanza e la vede per la prima volta, in trepidante attesa di poterle mostrare il vero motivo per cui si trova lì.

 

Non si può dire lo stesso di Jennifer Connelly, Mahershala Ali e Jeean Johnson e la colpa non è loro. 

 

Come anticipato nella parte introduttiva di questo pezzo, Hollywood non è proprio in grado di decodificare una certa complessità narrativa per poterla portare a schermo, e quando una storia ha un forte impatto emotivo anche questa diventa esplosione, eccedendo con le musiche epiche e l’estremizzazione della messa in scena di momenti enfatici che, molto spesso, di lì a poco diventano parodia.

 

Pur non avendo letto il manga e seppur conscio di non potermi e dovermi aspettare una trasposizione che macchiettizzi un certo mood non proprio dell’industria occidentale, uscito dalla sala mi sono sentito come stordito, come se avessi messo in bocca un bel pezzo di focaccia, per poi sentirmi sulla lingua tutto fuorché quella bella sapidità marcata e l’untuosità dell’olio d’oliva.

 

Alita è una focaccia che sa di morbido.

 

 



Quello che ci si trova di fronte è un film, molto probabilmente, maldestramente semplificato rispetto alla lettura e alla trasposizione di certi conflitti emotivi e la caratterizzazione dei personaggi.

Mahershala Ali è un cattivo inconsistente, terribilmente ridondante, senza tono e senza carattere, uno stilema di “uomo nell’ombra” nipponico che, per quanto ingenuo, viene sempre presentato e messo in scena sfruttando i silenzi, l’illuminazione, le inquadrature.

 

Ali, aka Vector, è servo di un villain molto più potente e pericoloso la cui ombra non si staglia mai sul cammino dei protagonisti e il senso di pericolo è raccontato, ma mai presente.

Allo stesso modo il personaggio di Jennifer Connelly è chiuso in una sfera che, sfruttando il proprio bagaglio culturale pop, buona parte del pubblico potrà arrivare a comprendere fino forse a empatizzarci, ma la cui soluzione, evoluzione e descrizione è così riduttiva e abbozzata da lasciare poco e nulla, trasmettendo, come tutto il resto, un senso generale di incompiuto.

 

I contrasti emotivi sono tutti di Alita, quando ci sono e quando riescono ad arrivare allo spettatore, e il quadro generale degli eventi è sbrigativo, poco curato, quasi mai accattivante e coinvolgente, vivendo esclusivamente della presenza della cyborg a schermo e insinuando il dubbio che Robert Rodriguez, per quanto eroe del cinema di genere e caciarone, si sia trovato completamente fuori dal proprio elemento nel raccontare questa storia. 

 

Rodriguez ha altri tempi, altri stilemi, altri miti e se Alita beneficia sì di una regia di tutto rispetto nelle scene d’azione, trova il suo punto debole proprio nella capacità di Rodriguez di raccontare una storia che ha bisogno di un lavoro di regia molto più studiato ed elaborato al fine di trasmettere certi snodi della trama.

 

Alita non ha una storia, di per sé, particolarmente complessa, eppure si spreca in un Robert Rodriguez che sembra davvero incapace di bilanciare il ritmo, di utilizzare il cinema per raccontare i personaggi con i silenzi, con le inquadrature, lasciando parlare la macchina, i gesti, concentrandosi nel condire la storia con tutti quegli elementi di dramma, probabilmente presenti nell’opera originale, utili alla fruizione della storia.

 

Indubbiamente complice anche la sceneggiatura scritta da James Cameron e Leata Kalogridis (e lo stesso Rodriguez), che sembrerebbe il solito canovaccio privo di qualsivoglia profondità, come se il pubblico non avesse assorbito i vari Sicario, True Detective, Breaking BadLo SciacalloBlade Runner 2049 o il meraviglioso Lei di Spike Jonze, dove l'emotività di ogni personaggio si esibisce a schermo con grazie e un senso melanconico enorme. 

 

 



Siamo nel 2019 e di personaggi in CGI di mirabile fattura, mescolati in un ambiente live action, ne abbiamo avuti diversi e la magia di Alita, dopo lo stupore della visione, mi riporta al Caesar della trilogia delle scimmie di Matt Reeves e Rupert Wyatt, che in quanto a plot e sviluppo dà una pista a questo film, lasciando a casa, ove possibile, le semplificazioni e la paura di non essere compreso e dando importanza ai sistemi di messa in scena e racconto per immagini.


Il reboot - interessante e sensato - della saga de Il Pianeta delle Scimmie ha forza proprio in quello storytelling che dona enfasi alla poetica sulla quale il film si basa, un processo che nella trasposizione a schermo di Alita, come di molti altri prodotti provenienti dalla terra del sol levante, non accade quasi mai.

 

Non respiriamo l'ambientazione di questo mondo futuristico decaduto e decadente.

I comprimari sono piatti, la storia d'amore è abbozzata e basata su un carattere che sicuramente era molto più interessante e tormentato, una sorta di Marlon Brando de Il Selvaggio futuristico e cyberpunk.


Non abbiamo dimensione dell'animo conflittuale del Dr. Dyson Ido e del suo rapporto con Chiren, un personaggio femminile che si spreca, e in linea di massima questa società che dalla discarica della disfatta guarda e vive per un olimpo galleggiante perde di ogni descrizione e si fa schiacciare da quella offerta, in due salse diverse, dal Ready Player One di Steven Spielberg e dal più similare Elysium di Neil Blomkamp.

 

Alita - Angelo della Battaglia vale la pena di essere visto sul grande schermo, soprattutto se avete nella vostra zona un cinema con la C maiuscola e magari con l'IMAX, ma rimane un film che, ancora una volta, va troppo all’osso della questione, distruggendo ogni ricerca narrativa tipica dello storytelling nipponico, quella mescolanza di dramma, eccesso e racconto enfatico, restando sulle gambe unicamente grazie a un progresso tecnico che, per quanto mirabile, non supporta nulla, se non un plot spoglio, scheletrico, popolato da maschere lasciate a se stesse e alla propria definizione all’interno del genere. 

 

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7 commenti

Emanuele Antolini

6 mesi fa

Un'occasione sprecata..

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Fulvio

6 mesi fa

Ho letto il manga qualche anno fa e ho soltanto vaghi ricordi. Da qui in poi ho inserito SPOILER.



Il film secondo me ha colto nel sego a livello di atmosfere (ad esempio nella prima partita tra amici del motorball). Ho trovato il cast azzeccato, ad eccezione del belloccio di turno, Keean Johnson.
Gli effetti speciali non stonano.
P.s.Solo io ho visto un parallelismo tra la lotta di Alita verso il potente Nova e lo scontro tra Massimo e Commodo?

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Mattia Malaspina

7 mesi fa

Lo guarderò mercoledì e vedrò se sono d'accordo o no su quello che hai scritto, ma un consiglio che ti do é recensisci il film, concentrati su di esso, perché del film ho letto molto poco, nella tua recensione 1/4 é recensione del film mentre i restanti 3/4 racconti dell'evoluzione del cinema americano, che detto francamente assilla un po'.
Poi quando lo riguarderò tornerò a risponderti

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Mattia Malaspina
Ciao Mattia, grazie per il commento, si apprezza ogni tipo di feedback.
Tieni a mente solo due cose:

1) Per me il film non é brutto e quello che dico sul cinema americano é un ragionamento su un frammento del cinema blockbuster made in USA che porta a generare il difetto che, per me, ha questo film. Magari un preambolo non riuscito, il feedback, ripeto, é ben accetto, ma la recensione "bello" o "brutto" e si creano le squadre ... beh, paradossalmente é quella voglia di semplificazione che non gradisco. Ogni tanto si puo' ragionare sulle cose e capire perché e da dove vengono. Puó interessare all'amante del cinema e puó stuccare a chi interessa solo sapere quale squadra scegliere.

2) Invito il pubblico ad andare al cinema per la valenza tecnica che ha il film. Da guardare in sala é favoloso e qualcuno probabilmente, come ha fatto molta critica estera, passerá oltre a certi aspetti, ignorandoli totalmente e va benissimo - uno dei miei film preferiti ha un sacco di difetti, eppure gli voglio tanto bene.

Goditi Alita!

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Davide Sciacca

7 mesi fa

Mattia Malaspina
Sia per rispondere a te, sia per dare un controfeedback ad Alessandro, io trovo invece molto interessante questo tipo di approccio, che ritrovo nella sua recensione di Garden State o in quella di Green Book di Teo. A volte il contesto da descrivere è più particolare e a volte è più generale, come nel caso in questione dove Alessandro si è premurato di dare un breve sguardo al cinema di animazione nipponico e come questo venga trattato da quello americano, anche in relazione alle sue problematiche interne. Questo già era parte della recensione del film perché serviva a inserirlo in una cornice più ampia. Per dire, quando si recensisce Apocalypse Now non ci si limita a scrivere "bravo Marlon Brando a improvvisare".

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Mattia Malaspina

7 mesi fa

Alessandro Dioguardi
Eccomi ritornato dopo la visione.

Per quanto riguarda la risposta al consiglio, era appunto un consiglio, una recensione funziona come un film, se l'incipit dura troppo e non si arriva al succo, ci si assopisce. Ma appunto é un consiglio.

Per quanto riguarda il film...
Prima di guardarlo ho letto un po' il manga, poche pagine giusto per non spoilerarmi nulla sul film, cosi che se non mi fosse piaciuto il film avrei continuato con il manga. 
Dopo la visione del film posso tranquillamente dire che il film si avvicina molto alla narrativa del manga (per quel poco che ho letto). Da amante del cyberpunk avrei voluto più introspezione da parte di Alita su cos'é, sulle sue sensazioni e le sue paure, ma neanche nel manga viene trattato. 
Non mi ha convinto molto il ragazzo i Alita, soprattutto nel finale, che sicuramente sarà utilizzato come mcguffin per il sequel. 
Per quanto riguarda gli occhioni che tanto mi hanno fatto dubitare durante il periodo di marketing devo dire che si sposano bene e sono contestualizzati, ti ci abitui molto facilmente anche se certe espressioni di Alita mi sembravano un po' strane.

Avrei voluto più introspezione sulla storia di Waltz e la Connelly.

Un bel film, molto meglio di Ghost in the Shell per quanto mi riguarda, speriamo abbia successo, già mi manca l'estetica della città di ferro e di Salem.

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Mattia Malaspina
Eccoci qua, Mattia.
Beh, sostanzialmente condividiamo l'opinione sul film.
I rapporti tra i personaggi, come hai visto anche tu, sono proprio abbozzati, quasi inconsistenti.
Tutto il rapporto con il ragazzo, il cui carattere è praticamente scontornato da un archetipo esistente, è lasciato a se stesso e lo stesso vale per Waltz e Connelly.
Anche per gli occhioni ci troviamo sulla stessa linea. Io avrei pensato ad un effetto molto peggiore ma in buona sostanza si sposano con il valore tecnico portato a schermo.

Sfortunatamente, credo proprio non vedremo mai un seguito. La scrittura manca. Manca carattere. Manca di sale. Manca di zucchero. Manca di amaro. Manca un registro e tante cose sembrano interpretazioni non comprese.

Un film che poteva dare molto di più e lo trovo peggiore di Ghost in the Shell che, se lo riguardi, troverai lontano da quel discorso, molto più amaro, dell'originale - siamo lontani da quel concetto di esseri umani come stringhe di geni che si tramandano e quanto una macchina possa avere una sua anima -, avvicinandosi a discorso più stereotipati sul genere e molto più semplicistico, ma quantomeno è scritto e riprende una certa estetica - peccato per quella scena con la madre che proprio non ha alcun senso.

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