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La cronologia dell'acqua, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, segna l’esordio alla regia di Kristen Stewart, attrice attiva sin da bambina – la ricordiamo in Panic Room accanto a Jodie Foster – e salita alla ribalta grazie a una delle saghe young/adult più amate, chiacchierate e memate degli anni 2000, ovvero Twilight.
Per il suo primo film da regista, Stewart sembra aver scelto una storia e un personaggio con un vissuto in linea con molte delle produzioni di cui ha fatto parte come attrice: penso a Personal Shopper di Oliver Assayas e Spencer di Pablo Larraín.
La cronologia dell'acqua è infatti un racconto denso di trauma, dolore e angoscia che rispecchia il dramma del realmente accaduto, in una vita come quella di Lidia Yuknavitch segnata da immersioni e risalite, sofferenza e riscatto.
[Trailer ufficiale de La cronologia dell'acqua]
Non sono pochi i memoir di donne cresciute in contesti abusanti e traumatici che hanno poi trovato una via di riabilitazione attraverso lo studio, la scrittura, l’insegnamento.
Uno dei più recenti è Poor di Katriona O’Sullivan, oggi docente di psicologia alla Maynooth University e autrice bestseller in molti paesi. La sua storia non ha nulla di meno in quanto a sofferenze rispetto a quella raffigurata ne La cronologia dell’acqua, ma il contesto in cui essa è avvenuta, l’Europa – in particolare l’Irlanda – e non gli Stati Uniti segna una fondamentale differenza nel trattamento di tali sofferenze e nell’asprezza del percorso per uscirne.
Banalmente, il welfare state, in situazioni di gravissimo disagio socio-economico ma anche familiare, fa una grossa differenza nell’approccio che la società ha nei confronti di chi quel disagio comincia a viverlo da bambino, e in particolare da bambina.
Il memoir La cronologia dell'acqua ha certamente un canale privilegiato di assorbimento, attraverso la lettura: tempi più lunghi e lenti, necessità e possibilità di pausa per non farsi travolgere dal contenuto emotivo, riflessione cauta.
La cronologia dell'acqua film soffre forse di un carico emotivo eccessivamente poggiato sulla frammentazione del racconto, sullo slittamento temporale, sull’intreccio non sempre lineare, su un’estetica spesso soverchiante e su una sceneggiatura da slam poetry.
[Un particolare di Imogen Poots ne La cronologia dell'acqua]
Blue Is The Warmest Color
La cronologia dell'acqua è la cronologia di Lidia.
Lidia è una giovanissima campionessa di nuoto. Capiamo subito che l’esteriorità che la sua famiglia mostra di sé è una finzione.
La madre (Susannah Flood) è alcolizzata, spenta, non reattiva.
Il padre (Michael Epp) è un ex-atleta, ex-artista, architetto vestito di bianco ma capace degli abusi peggiori sulle sue stesse figlie.
Claudia, sorella maggiore di Lidia, è la prima destinataria delle attenzioni deviate del padre e fugge di casa, lasciando alla piccola Lidia la sua copia di Saint Joan of Arc di Vita Sackville-West: la storia della santa e combattente ragazzina raccontata da una delle poetesse e intellettuali queer più famose della letteratura inglese.
Lidia sostituisce purtroppo Claudia nelle vessazioni del padre e la spirale di traumi e violenza non fa che peggiorare.
Una volta cresciuta, Lidia - interpretata da una bravissima Imogen Poots - è una persona distruttiva e autodistruttiva, tra matrimoni falliti, la perdita della prima figlia, nata morta, la richiesta di aiuto alla sorella Claudia - che da adulta ha il volto di Thora Birch - che sembra uscita da quella spirale in maniera diversa, più sana, essendosi costruita la propria famiglia e avendo cambiato cognome.
Lidia cerca sé stessa nella scrittura e in un insieme di racconti che diventeranno poi La cronologia dell'acqua.
Partecipa a un seminario di scrittura tenuto da Ken Kesey (interpretato da un ottimo Jim Belushi), autore noto soprattutto per Qualcuno volò sul nido del cuculo da cui nel 1975 venne tratto lo straordinario film omonimo diretto da Miloš Forman con Jack Nicholson e Louise Fletcher come protagonisti.
“Nessuno è abbastanza grande da reggere ciò che ci accade”, dice Kesey a Lidia durante una sera al ritiro per scrittori.
La cronologia dell'acqua è un alternarsi di arancione e blu, colori complementari, laddove il primo satura i momenti di sofferenza, mentre il secondo, colore associato comunemente all’acqua e al mondo in cui Lidia si sente più sicura, rappresenta i momenti di calma.
[Grande prova attoriale per Imogen Poots e Thora Birch, che interpretano le sorelle Lidia e Claudia ne La cronologia dell'acqua]
Orange and Teal
La cronologia dell'acqua è un film vintage.
La sceneggiatura richiama molto la poesia beat o la più recente slam poetry: frasi corte, dirette, esplicite, dure e spesso ripetitive.
Uno stratagemma narrativo che riguarda spesso anche i dialoghi: sicuramente incisivo, ma che rischia di essere ridondante lungo i 128 minuti di film.
La cronologia dell'acqua è vintage anche nella scelta della fotografia: aspect ratio dagli angoli smussati - tra La chimera di Alice Rohrwacher e Storia di un fantasma di David Lowery – sgranatura da vintage footage, inquadrature molto strette e quasi soffocanti.
Ma il tocco estetico forse un po’ troppo calcato è il “filtro orange and teal”, questo giocare costantemente su arancione e ottanio sgranati per dare un tocco rétro alle immagini (ricordate gli anni di orange and teal su Instagram?).
Che sia fatto per esaltare i “momenti blu” dell’acqua o per dare un tocco disturbante ai “momenti arancioni” di trauma, la scelta estetica de La cronologia dell'acqua sembra prevalere eccessivamente in alcuni momenti del film, a scapito della narrazione.
A darmi questa sensazione di instabilità – molto probabilmente voluta, quindi riuscita – è anche il montaggio tagliente, con immagini visibili per un fulmineo fotogramma a simboleggiare la costante presenza di pensieri e ricordi intrusivi, una tecnica molto più comunemente usata negli horror.
[Ritratto di famiglia felice: una realtà falsa e falsata alla base della narrazione ne La cronologia dell'acqua]
La storia de La cronologia dell'acqua e quella personale di Lidia Yuknavitch sono indubbiamente ai limiti dell’horror.
Molte storie di disagio sociale, mentale, familiare trovano spesso un racconto efficace (ma anche ermetico, molto di frequente) nelle dinamiche narrative dell’horror: uno degli esempi più recenti è Die My Love di Lynne Ramsey.
Non so se sono sulla giusta strada, ma alcune scene de La cronologia dell'acqua mi hanno dato alcune suggestioni lampo, sparite subito come erano apparse, legate a piccoli particolari: Crash di David Cronenberg - per la lunga cicatrice sul retro della gamba della madre di Lidia e la sua attrazione per il dolore - e Nymphomaniac di Lars von Trier - con la scoperta del sadomasochismo e le inquadrature ravvicinate di gocce di fluidi corporei che solcano la pelle.
[Il blu, colore spesso associato alla tristezza, ne La cronologia dell'acqua simboleggia invece la pace, stato d'animo fugace e occasionale]
L’altro lato dell’annegare
La cronologia dell'acqua non è a mio avviso un film perfetto, ma è decisamente un buon debutto registico per Kristen Stewart, da molti anni impegnata a raccontare storie e situazioni spesso lasciate ai margini dal Cinema mainstream.
Lidia incontra Andy (Charlie Carrick) – Andy Mingo, regista e co-sceneggiatore de La cronologia dell’acqua insieme a Stewart – e diventa mamma di Miles.
Soprattutto ospita in casa il padre ormai malato: per via di un’ipossia causata da uno svenimento in acqua – ancora lei, benefattrice e nemesi – ha subito danni cerebrali e perso la memoria.
“Prima che mio padre fosse mio padre era solo un ragazzo”, scriveva Lidia nelle prime bozze de La cronologia dell'acqua.
Un ragazzo come tanti. Un padre abusivo e violento. La normalità nella crudeltà, l’umanità nella bestialità.
La cronologia dell'acqua è una storia cruda, spessa come l’aderenza di una cicatrice guarita male, pesante da guardare e da elaborare come la pressione sottomarina.
E forse è giusto che sia così.
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