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Öndög, di Wang Quan’an [Recensione] - Festival di Berlino 2019

Berlinale, giorno uno.  

 

A Berlino fa freddo.

Si corre allora alla ricerca di uno spazio libero in un bar o in uno dei tanti alberghi in zona Potsdamer Platz, meglio se dotato di presa elettrica o di Wi-Fi gratis, ognuno per scrivere il proprio pezzo. 

 

Ci sono tutti: italiani, tedeschi, norvegesi, indiani, cinesi, svedesi, spagnoli, francesi, persino un signore con la bandiera di - crediamo - Panama.

Giornalisti da ogni parte del mondo.

E poi produttori, pubblicisti, distributori, scrittori, attori, registi, sceneggiatori. Ci sono proprio tutti.

 

Siamo emozionati. Ci siamo anche noi. 

 

 

 

 

Leggiamo un po' il programma.

C'è da districarsi tra le numerose sezioni del festival, e poi tra date, luoghi, ticket, accessi riservati alla stampa, world premiere, screening per il pubblico, orari delle conferenze stampa, c'è da incastrare tutto.

C'è una possibilità di scelta enorme, a tratti quasi travolgente, ma anche molto interessante. Proviamo a stilare una lista di film che non vogliamo assolutamente perdere: poi la stracciamo, e la rifacciamo.

E poi la rifacciamo di nuovo. E ancora, e ancora. 

 

L'offerta di quest'anno è pazzesca.

Decidiamo quindi di fermarci un attimo nella hall del Grand Hyatt, dove è situato anche il press centre, così da raccogliere le idee. 

Che poi a noi oltre ai film piace proprio l'atmosfera, diciamolo.

 

L'organizzazione è impeccabile, a partire dai caffè offerti (con simpaticissime tazze con tanto di logo da poter noleggiare e restituire) passando ovviamente per i banchi di informazione, la logistica, la disponibilità di chiunque lavori al Festival.

E poi si percepisce una certa elettricità nell'aria: sorrisi, risate, aneddoti, ma anche i più generici

"Che ne hai pensato del film?" usciti dalla sala, oppure i

"Vi consiglio di prendere la zuppa di miso, è molto buona" tra le bancarelle di street food nei pressi dei maggiori cinema.

 

 

Abbiamo aspettative elevate - sul cibo, certo, ma soprattutto sui film. 

 

D'altra parte al Festival del Cinema di Berlino tra gli altri sono stati presentati, in anni recenti, opere del calibro de Il Petroliere, Grand Budapest Hotel, Corpo e Anima, Il cavallo di Torino, Boyhood, Una Separazione, per fare solo alcuni dei nomi celebri.

La qualità, insomma, qui è di casa. 

 

Questa edizione pare non essere da meno.

Per quello che abbiamo potuto vedere finora il livello dei film selezionati sembra essere parecchio alto; e da quanto captato dagli umori post-proiezione dei press-screening a cui abbiamo partecipato, non siamo i soli a pensarla così.

 

Ad esempio abbiamo visto Öndög, di Wang Quan’an

E siccome è il film che ci ha colpito di più di questa giornata, ora ve ne parliamo diffusamente.  

 

 

 

[Copyright of Wang Quan'an

 

 

Dall’intimità degli interni delle yurte alle vastità delle steppe. Dai bisogni più bassi, istintivi, essenziali, legati alla sopravvivenza, alle riflessioni sull’equilibrio tra uomo e natura, reincarnazione e aldilà.

Dalle sfumature leggere di un tramonto, con un vento instancabile che muove le frasche, alla macellazione rapida e vividissima di un agnello.   

 

Si presenta così Öndög, l’ultimo lavoro di Wang Quan’an, già vincitore dell’Orso d’oro nel 2007 con Tuya’s Marriage.

Essenziale, ma profondissimo. Rigoroso, ma fantasioso.

Contemplativo, ma ricco di azione. 

 

È una pellicola che si trascina avanti lentamente, con improvvisi balzi che ne stravolgono il ritmo, per poi tornare a posarsi, mesta e silente, ad ammaliare lo spettatore con i suoi paesaggi mozzafiato, dominati quasi del tutto da cieli coloratissimi e tenebrosi, che rilegano le aspre e ventose terre delle steppe a una sottile striscia nel fondo dello schermo. 

 

La Mongolia non è certo un paese passato alla storia per le sue memorabili produzioni cinematografiche.

Öndög si è rivelata una sorprendente eccezione, meritandosi a pieno la presenza in concorso per la 69esima edizione della Berlinale.

 

 

 

[Copyright of Wang Quan'an

 

 

Tutto inizia con il cadavere spoglio di una donna, trovato in mezzo al deserto.

Quello che, in principio, potrebbe apparire come un tradizionale thriller, sfrutta il più classico dei MacGuffin per portarci in una direzione del tutto diversa, che sembra quasi dimenticare il caso investigativo e si sofferma sempre di più nell’intimità degli abitanti di un territorio selvaggio e minaccioso, che non riesce però a mascherare del tutto il suo immenso fascino nei rari momenti di quiete.   

 

I campi lunghissimi, quasi come un western, rendono così protagonista l’ambientazione, che è il primo grande nemico di questa piccola umanità rappresentata simbolicamente in pochi personaggi essenziali, come nel teatro classico.

 

Ognuno con una maschera, portatore di una serie di valori e di caratteristiche fondamentali. 

Da una parte, un giovane poliziotto, ingenuo e naïf, dal cuore grande e desideroso di poter, finalmente, diventare uomo.

Dall’altra parte, la figura della custode del gregge, una donna forte, legata alla tradizione, portatrice del grande onere della maternità. 

 

Poi ancora un altro pastore, nomade e selvaggio, il vecchio capo della polizia, nostalgico sognatore di una giovinezza ormai perduta, e la giovanissima interna del dipartimento di polizia, simbolo della grazia e della bellezza che ha fatto perdere la testa a molti colleghi. 

 

 

 

[Copyright of Wang Quan'an]

 

 

Il forte simbolismo che caratterizza Öndög si riflette fortemente anche sugli animali che appaiono durante il corso della storia, portatori di un significato che sembra legarsi e amalgamarsi con i personaggi e le loro caratteristiche. 

 

Partiamo dal primo animale che appare nella pellicola: il cavallo.

Importantissimi per la cultura e la tradizione mongola, i cavalli, a differenza dell’immaginario europeo, galoppano in branco, sciolti, liberi.

Il carattere forte di queste bestie si rispecchia nel personaggio del pastore e aiutante della protagonista, che libero corre con la sua moto nella steppa. 

 

Dopo arriva il lupo: affamato, feroce, disperato.

Tornerà, nonostante sia stato cacciato, in quanto femmina: se non riuscirà a sfamare i suoi cuccioli, essi moriranno di fame. La sopravvivenza della sua specie è ancora più importante. 

Nella cultura mongola, il lupo è sempre stato visto come il grande nemico dei pastori, ma sempre trattato con estremo riguardo e rispetto, quasi divinizzato.

La sua minaccia aleggia costante, pronta ad abbattersi con furia.  

 

L’agnello, squartato ancora vivo, è tutto ciò che permette ai pastori di sopravvivere: dona carne, interiora, sangue, lana.

Tutto è dovuto a lui.

Il gesto quasi sacrificale della sua macellazione è ripreso in una scena estremamente vivida e significativa, ma ipnotizzante.

 

 

Il cammello è l’animale contro cui i due protagonisti si riparano dal freddo, sfruttandone il calore e le dimensioni del corpo per contrastare il vento.

È tutto ciò che richiama protezione, energia, sussistenza. 

 

La mucca, simbolo di maternità.

Ripresa nell’atto del parto, è fautrice del miracolo della nascita, nella messa al mondo di una creatura che possa dare continuità al ciclo eterno della vita.

 

I dinosauri, nominati come la specie che dominò il pianeta per millenni, ora ridotti solo a qualche mucchio di ossa e delle uova (Öndög), sola testimonianza di un passato glorioso.

Ed è quello che potrà accadere all’umanità, ultimo anello di questo percorso continuo e consequenziale, che viene espresso con estrema ingenuità dai personaggi, che tuttavia hanno dalla loro una conoscenza della natura vissuta con esperienze di sofferenze, duro lavoro e sacrifici.

 

La loro è una saggezza antica, popolare, ma così profondamente vera da toccarci nel profondo, ricordandoci che siamo soltanto di passaggio in un pianeta pronto ad assorbire i nostri corpi decomposti, trasformandoci in concime per le piante che verranno mangiate da animali, di cui ci ciberemo ancora in un cerchio infinito. 

 

Come solo nei grandi film accade, simboli, immagini, personaggi, suoni e dialoghi si fondono in un insieme equilibrato, armonioso e straordinariamente poetico.

 

 

La cinematografia di Aymerick Pilarski riesce perfettamente nell’intento di esaltare colori e luci di un ambiente naturale al tempo stesso inospitale e meraviglioso, custode di una piccola porzione di umanità spesso ignorata, ma capacissima di accogliere pensieri e riflessioni universali, proprio in mezzo alla costante lotta contro vento, gelo, predatori e fame. 

 

 

[Articolo a quattro mani redatto da Simone Colistra e Simone Braca, inviati per Cinefacts.it al Festival del Cinema di Berlino]

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4 commenti

Sebastiano Miotti

8 mesi fa

Grandi! Questi sono i tipi di reportage di cui si ha bisogno

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Elena Mercuri

8 mesi fa

L’atmosfera deve essere bellissima, la vostra riflessione sul film è molto coinvolgente, sicuramente lo recupererò.

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Simone Colistra

8 mesi fa

Elena Mercuri
Davvero incredibile, è un'esperienza fantastica. 
Per adesso rimane il mio film preferito del festival!

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Elena Mercuri

8 mesi fa

Simone Colistra
Io continuo a seguire la rubrica, vediamo se scovate qualche altra chicca!

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