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Il prigioniero - Recensione: lo cunto de li cunti

Il regista ispano-cileno Alejandro Amenábar torna al cinema con Il prigioniero, racconto fantasioso e affascinante dei cinque anni di prigionia ad Algeri di Miguel de Cervantes, l’esimio autore del Don Chisciotte

Titolo originale: El cautivo
Genere: Biografico, Drammatico, Storico 
Regia: Alejandro Amenábar
Sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Alejandro Hernández
Cast: Julio Peña, Alessandro Borghi, Miguel Rellán
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 133 minuti
Uscita Italia: 11 giugno 2026
Paese: Spagna, Italia

Il prigioniero, co-produzione spagnola e italiana, è diretto da Alejandro Amenábar, Premio Oscar per il Miglior Film Internazionale nel 2005 con Mare dentro - con un memorabile Javier Bardem - e già autore di grandi successi come The Others e Agora.

 

Proprio Agora può essere considerato un metro di paragone con Il prigioniero nella produzione di Amenábar.

Se infatti Agora ci ha narrato in chiave epica la figura storica di Ipazia d’Alessandria, filosofa e matematica messa a morte dai cristiani nel V secolo d.C., Il prigioniero ci porta nella vita inesplorata di Miguel de Cervantes, considerato non solo il padre del romanzo moderno, ma il capostipite della letteratura spagnola ed europea. 

Miguel de Cervantes, nato nel 1547 ad Alcalá de Henares, vicino Madrid, aveva origini modeste ma una storia di esili, viaggi e prigionia degna di un Caravaggio.

 

Non stupisce dunque che tutta questa avventura sia poi confluita in una delle opere più note e apprezzate della letteratura mondiale, il Don Quijote de la Mancha, né che un moderno cantastorie come un regista cinematografico abbia deciso di raccontarci la propria versione degli anni di prigionia di Cervantes ad Algeri, dal 1575 al 1580.

 

[Trailer italiano de Il prigioniero]  

 

 

Un bardo soldato 

 

Algeri, 1575: un carico di prigionieri cristiani viene esaminato per essere venduto all’asta. 

Tra di loro c'è un prigioniero dal braccio sinistro offeso per via di un nervo reciso da un archibugio durante la storica battaglia di Lepanto, vinta dalla Lega santa contro i turchi nel 1571. 

 

Il prigioniero è tale Miguel de Cervantes (Julio Peña), modesto soldato spagnolo che reclama però un trattamento signorile per via della lettera di raccomandazione che porta con sé, firmata da Giovanni d’Austria, fratello del re Filippo II.

 

Grazie alla lettera, Miguel non viene venduto come schiavo ma imprigionato insieme ad altri nobili e prelati nel palazzo del Bey di Algeri, Hasan Pasha (Alessandro Borghi), un italiano convertitosi all’Islam arrivato alle medie sfere del potere.

 

I nobili prigionieri hanno un solo modo per essere liberati, ovvero il riscatto pagato dai loro familiari per via del loro lignaggio.

Il bluff di Miguel gli si ritorce contro: lui non è nobile, la sua famiglia non ha le sostanze adeguate a pagargli il riscatto e la prigionia sembra così senza fine.

 

I tentativi di evasione saranno molteplici, così come quelli di convincere il Bey ad abbassare il prezzo per il proprio riscatto attraverso l’intercessione dei frati trinitari, Juan Gil (César Sarachu) e Antón (Jorge Asín), che già alla prima comparsa presso il cortile del palazzo, in sella ai loro destrieri, richiamano due personaggi che appartengono all’immaginario di noi tutti, nati proprio dalla penna del prigioniero Cervantes.

 

 

[Julio Peña è Miguel de Cervantes ne Il prigioniero]

 

 

Il prigioniero Miguel non resta passivo accettando il suo triste destino.

 

Per scacciare noia e dispiaceri comincia a inventare delle storie, con le quali cattura i suoi compagni di prigionia e attira la curiosità del Bey Hasan, che lo ascolta celato dietro la finestra.

È a lui che Miguel riesce ad arrivare dopo tempo, conquistandone la fiducia grazie al suo talento di cantastorie.

 

Giornate di libertà, pasti più abbondanti, opportunità di lavorare fuori dal palazzo: tutte concessioni che Miguel ottiene per sé e per i suoi compagni, tanto per poter escogitare un piano di fuga quanto per poter godere del mondo esterno e del variopinto ambiente di Algeri, in cui piaceri grandi e piccoli sembrano essere vissuti con molta più libertà che nel mondo cristiano.

 

Tra Miguel e Hasan si creerà un legame particolare, tra la sindrome di Stoccolma e la mutua consapevolezza di sfruttare l’altro per ottenere la libertà: Miguel per poter tornare in Spagna e scrivere finalmente le sue storie, Hasan per poter vivere come meglio crede e fare carriera.

 

Infatti, chi dei due è in gabbia? Il prigioniero cristiano, legato in catene e lontano dalla terra d'origine, o il prigioniero convertito, barrato nel suo palazzo sontuoso ma costretto al rinnego lontano dalla terra d'origine?

 

 

[Il prigioniero: Alessandro Borghi è l'ammaliante Bey di Algeri Hasan Pasha]  

 

 

Il potere delle storie

 

Il prigioniero è una fiaba, una biografia romanzata che ha lo scopo primario di catturarci nel vortice del racconto lungo la sua durata.

 

Inoltre, è forse il modo più autentico di (ri)scoprire un autore come Miguel de Cervantes, cioè lasciarsi affabulare da una storia così come Miguel affabulava i suoi compagni di prigionia per combattere la noia e continua ad affabulare milioni di lettori nel mondo attraverso la sua opera monumentale.

 

Ecco perché Il prigioniero rispecchia dunque molto dell’immaginario contemporaneo e del regista che ha deciso di rinarrare una storia nota ma poco dettagliata, in particolare se legata a un personaggio vissuto nel XVI secolo del quale non possiamo conoscere esattamente ogni cosa.

 

Miguel de Cervantes morì il 23 aprile 1616, per una questione di calendari diversi fu lo stesso identico giorno in cui morì William Shakespeare.

 

Questa curiosa coincidenza è una serendipità interessante, considerato quanto queste due figure storiche hanno avuto in comune: padri fondatori della letteratura dei loro rispettivi paesi, vite poco conosciute e dunque personaggi perfetti per una riscrittura in chiave epica ma non meno importante, a conferma ulteriore che siamo ciò che raccontiamo di noi.

 

Nel caso di Cervantes e Shakespeare, essi sono anche ciò che hanno scritto e composto, intrecciando la propria esperienza alle avventure mitiche dei loro personaggi.

 

  

[La prima comparsa ne Il prigioniero dei frati trinitari, incaricati di condurre le trattative per i riscatti dei prigionieri, ricorda iconograficamente le rappresentazioni più comuni di Don Chisciotte e del fido Sancho Panza]

 

 

Facendo eco a Le mille e una notte, Il prigioniero ci mostra come ci si possa davvero salvare la vita a suon di racconti e che la narrazione è spesso il più potente mezzo di comunicazione interculturale, al pari forse della musica.

 

Curioso e fondamentale è poi il peso dato alla coerenza e alla plausibilità nella trama di un racconto: più volte Miguel viene ripreso dal suo pubblico perché inserisce dei particolari non credibili, improbabili, anacronistici e da bravo bardo modifica, riscrive, adatta e sorprende gli ascoltatori.

 

Questo perché il patto narrativo è un accordo sacro di reciproca fiducia, che ci ricorda che ogni universo ha le proprie regole e che l’immaginazione non è un buon motivo per disattenderle.

 

 

[Il prigioniero: Miguel e i suoi compagni, tra i quali spicca al centro Padre Antonio de Sosa (Miguel Rellán), escogitano il primo tra i tanti piani di evasione]  

 

 

Cervantes Queer

 

Uno dei tratti più interessanti della storia de Il prigioniero è il rapporto con l’omosessualità.

 

Presentata come condizione tollerata e praticata ad Algeri, la sua narrazione punta soprattutto a criticare velatamente le posizioni cristiane a riguardo tanto nel XVI secolo quanto oggi.

È sicuramente un tratto che Amenábar ha ritenuto fondamentale anche basandosi sul proprio vissuto, introducendo l’argomento in maniera naturale e del tutto plausibile.

 

Lo storico di Cervantes José Manuel Lucía Megías è stato ingaggiato come consulente storico de Il prigioniero e ha puntualizzato che, per quanto ne sappiamo a oggi, Miguel de Cervantes non ha mai intrattenuto relazioni omosessuali né prima della prigionia né durante.

 

Ne Il prigioniero si fa riferimento alla motivazione che da giovane aveva condotto Miguel in esilio in Italia, ovvero la sua presunta relazione segreta con il suo mentore Juan López de Hoyos, mentre secondo la storia ufficiale Cervantes dovette fuggire dalla Spagna perché accusato di aver ferito un uomo e dunque punibile con l'amputazione della mano destra.

 

Inoltre, Lucía Megías ha affermato che è altamente improbabile che Cervantes e Pasha potessero avere una relazione, poiché nel mondo islamico l’omosessualità era tollerata solo tra due uomini di grande differenza d’età e non coetanei.

 

Detto ciò, però, lo stesso storico ha applaudito il film per la sua accuratezza di ricostruzione di ambienti, costumi e dati storici, facendoci capire che la fantasia può insinuarsi laddove la cronaca storica è meno accurata.

 

Per un personaggio come Cervantes è quasi naturale che accada.

 

 

[Ne Il prigioniero Cervantes è innanzitutto un cantastorie, che ammalia compagni, guardie e lo stesso Bey Hasan grazie al suo talento di narratore]

 

 

Anche qui potremmo fare un parallelo con Shakespeare e con gli studi più recenti che portano a ipotizzare una presunta bisessualità del Bardo di Stratford, teoria legata in particolare a molti dei suoi sonetti amorosi che riporterebbero la dedica a un amante maschile.

 

Non sappiamo ancora quanto ci sia di fondato in queste teorie, ma sappiamo sicuramente una cosa: non sarebbe improbabile che tratti queer della personalità di personaggi famosi possano essere stati celati o addirittura cancellati per via della morale comune, una pratica tra l’altro molto diffusa ad esempio nella Hollywood degli anni ’50.

 

L’accusa maggiore mossa spesso è il voler riscrivere la Storia in chiave arcobaleno spargendo personaggi queer un po’ dappertutto in nome del politicamente corretto, adducendo come contraltare la motivazione secondo cui “certe cose non esistevano un tempo”.

A parte che ciò non è per nulla vero, non è scorretto ribattere che “certe cose un tempo non esistevano” perché qualcuno aveva deciso di non farle esistere, di non raccontarle e dunque di cancellarle. È così improbabile?

 

Partendo dalla visione eteronormata, ogni “deviazione” sembra artefatta, scomoda, impossibile. 

Eppure non c’è una base di partenza giusta o sbagliata: non sappiamo se sia storicamente vero che Shakespeare fosse bisessuale, ma se lo fosse… sarebbe così strano?

 

Il prigioniero ci spinge dunque a farci godere del racconto e a immaginarci una storia forse non reale ma del tutto realistica. 

L’importante è che il nostro patto narrativo con la storia non venga infranto.

 

D’altronde, Don Chisciotte ce l’ha insegnato: cosa importa se abbiamo davanti giganti o mulini se ciò che conta è lottare fino alla fine?

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