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Le bambine - Recensione: zanzare, acidi e stelline

L’esordio registico delle Sorelle Bertani è un coming of age eccentrico, la storia di tre bambine ribelli, intrappolate nel perbenismo decrepito della provincia borghese, che si trovano unite ad affrontare il vorticoso passaggio dall’infanzia all’età adulta

Titolo originale: Le bambine
Genere: Drammatico
Regia: Nicole Bertani, Valentina Bertani
Sceneggiatura: Nicole Bertani, Valentina Bertani, Maria Sole Limodio
Cast: Mia Ferricelli, Agnese Scazza, Petra Scheggia 
Distribuzione: Adler Entertainment
Paese: Italia
Durata: 105 minuti

Le bambine è il ricordo di un’estate, reinterpretazione emotiva di un passato immerso nel più glitterato squallore.

 

Folgorante opera prima della coppia registica formata dalle sorelle Nicole e Valentina Bertani, che avevano già collaborato per l’ibrido docu-fiction La timidezza delle chiome (Valentina in regia, Nicole al title design), il film arriva nelle sale italiane con Adler Entertainment dopo aver riscosso grande apprezzamento al Locarno Film Festival 2025.

 

Un racconto di formazione che oscilla tra il trip allucinogeno e la fiaba dark, cercando di coniugare estetica e narrazione verso una lucida rilettura della provincia italiana negli anni ’90, causticamente assorta nelle sue nevrotiche storture.

 

[Trailer ufficiale di Le bambine]

 

 

È il 1997 quando a Ferrara arriva la piccola Linda, otto anni, appena trasferitasi con la madre Eva dopo aver lasciato la villa della ricchissima nonna in Svizzera.

 

Si tratta solo dell’ultimo di innumerevoli spostamenti in giro per l’Italia al seguito di una madre sregolata e inaffidabile, che hanno ormai scombussolato la vita della bambina rendendola insofferente a tutto ciò che la circonda, almeno finché non incontra Marta e Azzurra, due sorelline trascurate dai genitori assenti e anaffettivi.

Tra la noia e la torrida calura estiva della bassa padana, le tre bambine iniziano così a condividere esperienze, scoperte, sensazioni e disagi, in un percorso stravagante che le porterà a capire cosa significhi davvero diventare grandi.

 

Il racconto delle Bertani traccia una parabola dalle tinte autobiografiche, dichiaratamente radicato nei loro ricordi d’infanzia e colorato da un microcosmo psichedelico fatto di figure grottesche e decadenti.

Il vissuto individuale trascende verso la memoria collettiva di un’intera epoca, rievocando le atmosfere degli anni ’90 attraverso uno stile marcato e aggressivo: la scena è costellata di memorabilia del quotidiano (oggetti, canzoni, spot televisivi) inscritti in un impianto visivo scintillante, con una fotografia dai colori saturi che alimenta la ricostruzione iconografica.

 

Non si tratta però di un banale effetto nostalgia, la patina sintetica e l’estremismo formale confezionano uno spazio di eterea sospensione nel quale indagare i traumi infantili di una generazione.

 

Il Tamagotchi, le schede telefoniche e il gelato Piedone, il Maracaibo e Certe notti di Ligabue, si trasformano tutti nei tasselli di una simbologia millennial, pieghe nel tempo che svelano un sentimento comune di abbandono e incomunicabilità.

 

 

[L'incontro tra Linda, Marta e Azzurra in una scena de Le bambine]

 

Le bambine si fonda infatti integralmente sulla prospettiva delle sue protagoniste.

 

A partire dal contesto del quartiere residenziale in cui trascorrono il loro tempo, che appare come un miscuglio straniante di situazioni e individui spesso portati al limite del ridicolo, frutto di un’angolazione che incrocia l’incapacità puerile di comprendere la complessità del mondo adulto.

 

Uno sguardo integrato tanto nella scrittura quanto nella macchina da presa: le Sorelle Bertani si servono di un formato 1:1 per catturare la visione delle bambine, un campo ridotto ma straordinariamente profondo, in cui agiscono attraverso una regia vertiginosa fatta di movimenti vivaci, fluidi piani sequenza, contre-plongée e violenti allontanamenti della camera per tracciare l’instabile quadro psicologico delle protagoniste.

Nel fare questo, la bravura delle registe si ritrova a mio parere in uno spiccato senso della misura, facendo in modo che una forma tanto accentuata non sovrasti mai il contenuto, ma anzi si metta al suo servizio, mantenendosi eloquente e raramente didascalica.

 

In tal modo, da spettatori ci troviamo catapultati in una profonda connessione empatica con Linda, Marta e Azzurra, partecipando attivamente alla loro curiosa e perplessa osservazione del mondo, che assume gradualmente i tratti di una sempre più amara presa di coscienza.

 

 

[La piccola Azzurra in una scena de Le bambine]

 

Gli adulti sono parte centrale del percorso, dipinti come sagome infelici e controverse, vittime dei propri rimpianti.

 

La madre delle sorelle è frustrata da un lavoro che non la soddisfa e decide di lasciare tutto per mettersi a costruire bambole, senza riflettere sulle conseguenze, mentre il padre resta una figura muta e criptica, perennemente avvolto dal fumo di una sigaretta; Eva è una tossicodipendente, egoista e sconsiderata nelle vesti genitoriali, contrapposta a una vicina di casa bigotta, petulante e ricoperta di una malcelata ipocrisia (interpretata superbamente dalla caratterista Marianna Folli). 

 

È una desolazione che richiama a gran voce il cinismo di Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo e le figure alienate dei film di Pietro Castellitto: tutti sono assenti, distanti, anestetizzati da un’esistenza ormai sfuggita dalle loro mani, trattano le bambine con scarsa umanità, come fossero seccanti zanzare da scacciare, del tutto inconsapevoli della spirale di solitudine autodistruttiva nella quale sono intrappolati. 

 

L’unica anomalia è il personaggio di Carlino, il babysitter di Marta e Azzurra, impersonato con grande verve istrionica da Milutin Dapčević: simbolo dei reietti di provincia, Carlino è il solo in grado di capire il disorientamento delle bambine, in fondo lui stesso non è altro che una bambina un po’ cresciuta, in lotta disperata per non bruciare tra le fiamme dello sconforto.

 

 

[Le bambine: Linda in ascensore con i gemelli Benjamin e Joshua Israel, già protagonisti de La timidezza delle chiome di Valentina Bertani]

 

Nonostante una visione così rovinosa del mondo adulto, Le bambine è però tutt’altro che un film deprimente. 

 

Se da un lato il riappropriarsi dello sguardo infantile serve a metabolizzare un trauma passato, dall’altro rivendica la necessità di contrastare il degrado provinciale con l’anticonformismo.

Linda, Marta e Azzurra sono esseri indocili e irreverenti, che abbracciano la loro vulnerabilità e attraversano la sofferenza, traendo da un’amicizia salvifica la forza per ribellarsi e costruirsi una propria identità. Grande merito va alla chimica instaurata dalle tre piccole attrici, Mia Ferricelli, Agnese Scazza e Petra Scheggia, che incarnano la rabbia e l’incoscienza dei loro personaggi con una naturalezza irresistibile.

 

La sceneggiatura, scritta dalle Bertani a sei mani con Maria Sole Limodio, cattura brillantemente il momento cruciale della perdita d’innocenza attraverso il confronto improvviso con la sessualità, la non binarietà, la droga, il dolore e l’emarginazione.

Il ritmo è forsennato, alterna i registri tra ironia pungente, realismo magico e momenti malinconici, generando un connubio luccicante di divertimento e tenerezza che appare ispirato a una certa cinematografia statunitense, tra Todd Solondz, Gregg Araki, Sean Baker e Harmony Korine.

 

Altrettanto funzionale è la forza propulsiva della colonna sonora dream-synth-pop, che conforta lo spettatore con la sua essenza trasognante per culminare in un finale indimenticabile sulle note di Children di Robert Miles.

 

 

[Le tre protagoniste in una scena de Le bambine, ripresa anche per il poster ufficiale del film]

 

Le bambine si dimostra insomma l’ennesima opera che attesta il grande stato di vitalità della giovane autorialità italiana, muovendosi dalle parti di esordi significativi degli ultimi anni quali Una sterminata domenica di Alain Parroni, Mimì - Il principe delle tenebre di Brando De Sica, Diciannove di Giovanni Tortorici o, ancora di più, il Cinema di Carolina Cavalli (Amanda e Il rapimento di Arabella), riuscendo comunque a trovare una propria cifra stilistica ben definita.

 

"Puoi essere bello solo se sei strano", spiega Linda a Marta e Azzurra, e forse non c’è frase migliore per riassumere lo spirito del film, che segna a caratteri cubitali il nome delle Sorelle Bertani tra gli emergenti più interessanti del nostro panorama contemporaneo.

 

[articolo a cura di Simone Loi]

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