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Dopo l'inquietante racconto autobiografico di Baby Reindeer Richard Gadd torna a verticalizzare la propria indagine psicologica sul trauma con Half Man, miniserie in sei puntate targata HBO e BBC, che abdica alla parvenza dell'autofiction per farsi anatomia spietata e geometrica della violenza relazionale maschile.
Half Man segue l'intensa relazione "fraterna" tra l'impetuoso Ruben (Richard Gadd nella versione adulta e Stuart Campbell in quella adolescenziale) e il timido Niall (Jamie Bell da uomo maturo, Mitchell Robertson da ragazzo) esplorando le fragilità e l'evoluzione del loro legame lungo un arco temporale di trent'anni.
Fin dalla sequenza d'apertura – un fienile oscuro in cui due uomini si stringono attorno a un imminente, inevitabile corpo a corpo – l'opera si configura come uno scavo archeologico volto a rintracciare l'istante esatto in cui le due identità, nel momento massimo di malleabilità, ovvero l'adolescenza, si sono incontrate, scontrate, uniformate e infine spezzate, l'una dentro il frammento distruttivo dell'altra.
[Trailer ufficiale di Half Man]
La narrazione di Half Man parte da un punto di rottura, quando il matrimonio di Niall, un evento che avrebbe dovuto sancire la definitiva emancipazione dalle ombre del passato, viene bruscamente interrotto dalla ricomparsa di Ruben, innescando un'esplosione di violenza.
Da qui, la serie viaggia indietro nel tempo per mostrare l'andamento delle vite dei protagonisti, dalla saldatura originaria del loro rapporto fino ai lunghi vuoti, riempiti dal rumoroso silenzio del fantasma reciproco.
Siamo nel 1986, quando un Niall quindicenne e un Ruben diciassettenne si trovano costretti a condividere la stessa camera nella periferia operaia di Glasgow a causa della relazione amorosa tra le loro due madri, convinte che la convivenza "fraterna" possa beneficiare alla famiglia, ancora tutta da costruire dopo la fine delle rispettive relazioni eterosessuali.
Da qui comincia una complessa co-dipendenza, asimmetrica e inconciliabile: Niall è il reietto, il corpo fragile e introverso schiacciato dal bullismo e da una latente, soffocata urgenza identitaria; Ruben è la scheggia impazzita, l'ex detenuto minorile che elegge la sottomissione dell'altro a proprio statuto esistenziale. Niall è insicuro e confuso rispetto al proprio orientamento sessuale, Ruben è il prototipo della mascolinità corrosiva e repressa, incline alla violenza e alla rabbia.
Il legame che avvolge i protagonisti di Half Man non è però un semplice rapporto di sopraffazione, ma una mutua dipendenza affettiva, dove il sentimento spontaneo di complicità viene continuamente deformato da un gioco di specchi, in cui l'immagine di uno respinge e attrae quella dell'altro, come una medicina che può trasformarsi in veleno a seconda della dose. L'affetto riesce a esprimersi unicamente attraverso i codici della coercizione, del desiderio malato e della sottomissione psicologica.
La dinamica tra i due supera la facile dicotomia vittima-carnefice, esprimendo sfumature più stratificate, che restituiscono la complessità variegata dell'animo umano alla prova con l'altro da sé.
[Stuart Campbell (Ruben giovane) e Mitchell Robertson (Niall giovane) in Half Man]
Da quel nucleo costitutivo, Half Man si sposta nei primi anni '90 per mostrare i tentativi di Niall di rifarsi una vita sganciata dalla protezione morbosa e invadente di Ruben che aveva caratterizzato gli anni del liceo.
Basta poco però per far credere a Niall di aver di nuovo bisogno della spalla del "fratello" per riuscire a crearsi uno spazio significativo nel nuovo ambiente universitario, dimostrando quanto l'angoscia di ritrovarsi al cospetto con se stesso in autonomia lo terrorizzi, spaventato all'idea di scoprire un sommerso con cui fare i conti, che potrebbe anche non piacergli. La sudditanza mentale che lo incatena a Ruben è tale proprio perché, nonostante la sopraffazione, gli concede il lusso di non doversi guardare, continuando a condurre un'esistenza incasellata nella norma scelta per lui da qualcun altro, che gli rende le cose drammaticamente più comode. È un loop che si autoalimenta, nella speranza illusoria di essere in grado di tracciare dei confini mentre chiede, a livello subliminale, di essere invaso.
E infatti Ruben arriva e si prende tutto il terreno a disposizione, con la solita fisicità aggressiva e dirompente che trascina nel baratro tutto quello che trova attorno. Se per Niall la lotta è interiore, per Ruben la richiesta di legittimazione è tutta tesa all'esterno, esibita attraverso la minaccia dei muscoli e la promessa della forza, che sostituiscono l'insufficienza delle parole a verbalizzare il tormento dei pensieri.
Gli eventi si susseguono con esiti catastrofici, che allontanano i due "fratelli" per molti anni.
La storia scorre quindi fino alla fine degli anni 2000, dove i protagonisti, ormai quarantenni, appaiono come anime anestetizzate e prigioniere dei propri irrisolti emotivi.
Questo complesso impianto cronologico serve a Half Man per dimostrare l'immobilità del trauma: mentre il mondo esterno si modernizza e cambia pelle, il legame nocivo tra i due "fratelli" resta tragicamente congelato nel tempo, in una coazione a ripetere senza soluzione di continuità, che reitera schemi e comportamenti disfunzionali.
[Jamie Bell (Niall adulto) e Richard Gadd (Ruben adulto) in Half Man]
La regia di Alexandra Brodski ed Eshref Reybrouck asseconda la tensione onnipresente in Half Man, con una messa in scena asfittica, dove il tempo sgranato dei flashback dialoga costantemente con il presente macroscopico del trauma.
L'ambiente scozzese, cupo e umido, cessa di essere mero sfondo geografico e diviene estensione materica delle gabbie mentali dei personaggi.
Half Man lavora su tutto ciò che agisce al di sotto della soglia della coscienza, tra attrazione e rigetto: la sessualità inibita di Niall, l'iper-mascolinità performativa e disperata di Ruben – originata a sua volta dallo spettro di un abuso paterno – si scontrano in una narrazione che interroga direttamente i fallimenti della virilità occidentale. Ruben non sa amare se non colonizzando lo spazio vitale di Niall, Niall non sa salvarsi se non ricercando la punizione in quel corpo fraterno e mostruoso.
È proprio nella famiglia che Half Man individua il nucleo originario della nevrosi, un ring primordiale in cui la sensibilità maschile viene ridicolizzata o messa a tacere. La nozione stessa che dà il titolo all'opera – quell'essere "mezzo uomo" gridato e subìto – diventa la chiave di lettura di un'intera generazione di corpi maschili incapaci di abitare la propria vulnerabilità senza tradurla in violenza autoinflitta o eterodiretta.
A complicare ulteriormente il quadro c'è un paradosso sotteso all'intera storia: la percezione che Niall ha dell'omosessualità della madre è caratterizzata da un'accettabilità sociale che invece preclude a se stesso.
Nella sua mente avviene una sorta di scissione psicologica che concede alla figura materna il diritto all'autenticità e riserva invece per sé un giudizio spietato.
Niall considera l'omosessualità maschile come intrinsecamente più sporca, una minaccia diretta a quella virilità patriarcale di cui si sente custode fallimentare.
Questo doppio standard non fa che esasperare il suo senso di colpa, in cui la diversità è vissuta come il tradimento definitivo delle aspettative del mondo eteronormativo, nonostante il contesto familiare di provenienza.
[Neve McIntosh nel ruolo di Lori (madre di Niall) e Marianne McIvor nel ruolo di Maura (madre di Ruben) in Half Man]
La frustrazione di Niall rispetto a una omosessualità inconfessabile, vissuta con stigma e vergogna, trova sfogo nella pratica del chemsex (consumare sostanze psicoattive prima o durante l'attività sessuale per intensificare, prolungare o disinibire le esperienze sessuali) che Half Man non feticizza né moralizza, ma fotografa per quello che è: un tentativo di anestesia emotiva, dove il sesso drogato diventa l'unico perimetro in cui il corpo si sente vivo, pur disintegrandosi.
La chimica che esalta i rapporti non è qui sinonimo di edonismo, perché non ha mai a che fare con il piacere, ma rituale di espiazione, amnesia temporanea della propria condizione di solitudine, in una reiterata e dolorosa dissociazione da se stessi.
Il senso di inadeguatezza si trasforma così in una colpa atavica che muove le azioni dei protagonisti di Half Man, riverberandosi come un'eco costante che non concede tregua, in cui l'atto distruttivo diventa l'unica lingua parlabile, perché non esiste altro alfabeto conosciuto o, meglio, concesso.
Half Man si impone così come un'opera respingente, faticosa ma imprescindibile nel suo rigore analitico, che consacra Richard Gadd come uno dei più lucidi e feroci drammaturghi del nostro presente, soprattutto nella declinazione del maschile.
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