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Fjord - Recensione: la famiglia nel fiordo - Palma d'oro Cannes 2026

Nel suo nuovo film vincitore della Palma d'oro Cristian Mungiu sceglie inaspettatamente da che parte stare, togliendo forza e coerenza al racconto di Fjord

Titolo originale: Fjord
Genere: Drammatico
Regia: Cristian Mungiu
Sceneggiatura: Cristian Mungiu
Cast: Sebastian Stan, Renate Reinsve, Vanessa Ceban
Distribuzione: TBA
Paese: Romania, Francia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Svezia
Durata: 146 minuti

Cristian Mungiu ha vinto la Palma d'oro al Festival di Cannes 2026 con Fjord e la notizia ha generato quello stupore che accompagna certi verdetti di giuria, con la sensazione diffusa che il film premiato sia forse il più divisivo del Concorso di quest'anno.

 

Il regista rumeno di 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni e Animali selvatici è senza alcun dubbio uno dei cineasti più rispettati della sua generazione, capace di costruire dilemmi morali complessi senza mai segnalare al pubblico da che parte schierarsi e, anzi, presentare le ragioni di tutti rendendo pressoché impossibile una presa di posizione netta.

 

Fjord fa invece esattamente il contrario e questo, per quanto mi riguarda, è il suo difetto principale e anche la ragione per cui la Palma d'oro mi ha lasciato perplesso.

 

[L'accoglienza della Sala Lumière al termine della première mondiale di Fjord a Cannes 2026]

 

 

Lisbet (Renate Reinsve) è norvegese, suo marito Mihai Gheorghiu (Sebastian Stan) è rumeno; assieme ai loro cinque figli si sono trasferiti in un piccolo paese della Norvegia, comunità della moglie, dove lui ha trovato lavoro come ingegnere informatico e dove entrambi hanno trovato una comunità religiosa compatibile con la loro fede cristiana, conservatrice e praticante.

 

La calorosa accoglienza iniziale della comunità scandinava si incrina quando un'insegnante nota dei lividi sul corpo della figlia adolescente Ella (Vanessa Ceban). 

Mihai non parla norvegese con sufficiente fluidità e incautamente firma una dichiarazione senza la presenza di un avvocato, dove ammette di avere occasionalmente dato degli schiaffoni ai figli.

 

I servizi sociali intervengono e i cinque bambini vengono portati via, affidati a tre case famiglie diverse, lontanissime una dall'altra e dando inizio a un incubo burocratico che da legale diventa diplomatico, per poi sfociare nel mediatico nel momento in cui la famiglia ottiene solidarietà via web e manifestazioni di connazionali davanti ai tribunali norvegesi. 

 

Fino a qui è evidente che ci stiamo muovendo nel territorio mungiano classico: un fatto ambiguo, un sistema che si mette in moto, una famiglia che si trova schiacciata tra culture, lingue e codici di valori incompatibili, fazioni alle quali non si può fino in fondo dare né torto né ragione.  

 

Il problema secondo me è che questa volta Cristian Mungiu sceglie esplicitamente da che parte stare, con una decisione che in Animali selvatici non si sarebbe mai permesso.

 

 

[La fotografia di Fjord è oggettivamente meravigliosa, soprattutto quando fa dialogare i personaggi con la maestosità dell'ambiente circostante]

 

 

La famiglia Gheorghiu di Fjord è vittima di un sistema ottuso e i funzionari dei servizi sociali norvegesi sono freddi, supponenti, spietati, privi di qualsivoglia umanità e trattano i bambini - il cui benessere dovrebbe essere al primo posto, come anche loro ripetono più volte - come oggetti, una merce di scambio utile a elevare il proprio sistema di valori andando a sputare sull'altro con un sopracciglio alzato. 

 

La responsabile della protezione dell'infanzia è costruita come antagonista cartoonesca, la scena in cui portano via il neonato è quasi grottesca e incomprensibile e lo è perché il regista già in quel momento aveva deciso di tacere tutta la rappresentazione delle ragioni di quella parte, presentandocela semplicemente come "un gruppo di persone cattive" nello stile dei villain Disney scritti peggio, senza sfumature né approfondimenti. 

 

In nessun momento Fjord si preoccupa davvero di raccontarci chi siano queste persone, perché fanno quello che fanno, quali pressioni istituzionali e culturali le muovono; ci viene detto che per svolgere quella professione, per occuparsi dell'affido dei figli altrui, viene loro richiesto di non avere figli propri: è una decisione enorme nella vita di una persona che, però, viene solo accennata e mai esplorata a fondo, così come restano fuori dai giochi le ragioni che spingono questi assistenti sociali ad abbracciare quel tipo di vita. 

Esistono come ostacoli, mai come esseri umani. 

 

Questo pesante squilibrio narrativo è secondo me un errore e da Cristian Mungiu non me l'aspettavo.

 

Le autorità norvegesi non hanno necessariamente ragione: la questione di quanto sia lecito interferire nelle pratiche educative di una famiglia immigrata in nome degli standard raggiunti da un'altra cultura è sicuramente complessa e fonte di discussione, ma affinché un film esplori a fondo quella complessità deve avere secondo me il coraggio di mostrarci entrambi i lati come umani. 

Senza questo passaggio Fjord più che un dilemma morale diventa una tesi.

 

Per quanto non palesata eccessivamente la tesi è che lo Stato norvegese ha distrutto una famiglia per la propria arroganza progressista. 

Il fatto che questo messaggio verrà quasi certamente cavalcato dalla destra italiana - le analogie con il caso della cosiddetta "famiglia del bosco" sono così ovvie da sembrare quasi costruite a tavolino - non mi aiuta a valutare il film serenamente, ma mi è impossibile ignorarlo. 

 

Fjord ha comunque tante cose che lo elevano sopra la media del Cinema contemporaneo. 

L'atmosfera costruita da Mungiu è affascinante e si compone di lunghe inquadrature fisse, di una palette cromatica fredda e nebbiosa e di una tensione che si accumula sotto la superficie di scene apparentemente quiete. 

 

Il paese norvegese è bellissimo e claustrofobico insieme e la fotografia non cede mai all'effetto cartolina; il largo utilizzo di inquadrature che mostrano la casa della famiglia Gheorghiu da fuori, inoltre, mi ha fatto pensare più di una volta che il regista volesse suggerirci che in fondo nessuno di noi può davvero sapere cosa accada nell'intimità familiare, in quel microcosmo insondabile formato da genitori e figli nel momento in cui "tutto il mondo è fuori". 

 

 

[Sebastian Stan in Fjord regala l'ennesima interpretazione superlativa della sua carriera post-Marvel]

 

 

Altra cosa da elogiare per forza è la forza delle interpretazioni: Sebastian Stan è irriconoscibile nel senso più alto del termine e sparisce dentro Mihai con una performance di combustione interna straordinaria, tutta corpo teso e rabbia trattenuta, un lavoro di sottrazione enorme che non cede mai alla tentazione del facile vittimismo e della pietà. 

 

Il suo è un personaggio che non si lascia amare e Stan non fa mai nulla che possa portarlo verso il lato empatico e simpatico, cosa che paradossalmente lo rende ancora più potente.

 

Renate Reinsve è altrettanto precisa nel registro opposto: Lisbet è sottile, stratificata, una donna pia che cerca di mediare tra mondi inconciliabili e che perde pezzi di sé in silenzio, una moglie che accetta il ruolo tapino imposto alle donne dalla Bibbia e che cerca in ogni modo di essere utile a tutti, sacrificando ogni cosa di sé fin quasi a diventare trasparente. 

C'è una scena che la vede protagonista - che non vi spoilero, ma vi anticipo che riguarda il latte materno - che è il momento emotivamente più vero del film e che secondo me mostra cosa Fjord avrebbe potuto essere se solo avesse rinunciato alla tesi per inseguire un po' di verità super partes. 

 

Non è la prima volta che il Festival di Cannes premia un film che racconta una storia in fin dei conti meno universale di altre e con un messaggio così fortemente schierato da un lato ma, in un'edizione che ha avuto in concorso opere di tensione morale più autentiche e globalmente comprensibili, la scelta lascia qualche domanda aperta.

 

Fjord è un film che farà discutere e ciò è di per sé un merito, ma il dibattito che scatenerà potrebbe essere meno interessante di quello che il film prometteva di generare. 

 

Cristian Mungiu sa fare Cinema divinamente e lo dimostra anche qui nelle sue scene migliori, questa volta però ha scelto da che parte stare e la cosa, secondo me, pesa davvero troppo.

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