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Lee Cronin - La mummia - Recensione: non tutti i sarcofaghi riescono col buco

Tanto fumo e poco arrosto trasudano dalle ammuffite bende che avvolgono l'ultima produttiva fatica targata James Wan e Jason Blum, a dimostrazione di come riportare in vita un mostro sacro della Settima Arte non sia sempre garanzia di buona salute, né tantomeno di spavento assicurato

Titolo originale: Lee Cronin's The Mummy
Genere: Horror
Regia: Lee Cronin
Sceneggiatura: Lee Cronin
Cast: Jack Reynor, Laia Costa, Natalie Grace 
Distribuzione: Warner Bros. Entertainment Italia
Uscita Italia: 16 aprile 2026
Durata: 134 minuti
Paese: Canada, Irlanda, Spagna, USA

Confesso che in principio ero tentato di affrontare Lee Cronin - La mummia alla solita storiografica maniera.

 

In particolare ero già pronto a consumare fiumi di pixel e altrettanti crediti della vostra preziosissima pazienza nel tentativo di spiegare perché e percome, in più di mezzo secolo abbondante di brividi su celluloide, bende e sarcofagi abbiano rivestito un ruolo così importante nella Storia del Cinema cosiddetto de paura.

 

[Trailer ufficiale e ricco di cattivi presagi di Lee Cronin - La mummia]

 

 

Tuttavia, complici il nome e cognome così strategicamente posizionati a furor di titolo ancor prima dell'entrata in scena di Colei Che Non Deve Essere Sbendata, ho deciso di fermarmi, prendere un bel respiro e considerare Lee Cronin - La mummia come prodotto di un azzardato quanto necessario esercizio di immaginazione.

 

Fingiamo dunque per un attimo che i vari Karl Freund, Terrence Fisher, Stephen Sommers e Alex Kurtzman non abbiano mai messo piede in terra egiziana o, meglio ancora, che il loro contributo alla lunga tradizione delle imbalsamate resurrezioni si riduca a qualche sporadico capitombolo nell'oscuro e dimenticabile regno della serie Z.

Difficile, vero? 

 

In un'epoca nella quale i mostri sacri dell'orrorrifica Settima Arte stanno prepotentemente riguadagnando terreno sul grande e sul piccolo schermo - tra il goticheggiante Nosferatu di Robert Eggers, il redpillato Wolf Man di Leigh Whannell, il baroccheggiante Frankenstein di Guillermo del Toro e l'iperfemminista La sposa! di Maggie Gyllenhaal - direi che la sospensione del confronto piuttosto che della consueta incredulità appare oggi più che mai una questione di filmica sopravvivenza ancor prima che di mero principio, no? 

Però... c'è un però!

 

Anche partendo da un così propositivo What If? onestamente trovo assai difficoltoso considerare l'ultimo congiunto sforzo produttivo di James Wan e Jason Blum come un qualcosa che possa andare anche solo al di là dell'ennesimo prodottino usa e getta tutto chiacchiere, frattaglie, levitazioni e distintivo.

 

 

[Un sarcofago non fa primavera, ma fa decisamente paura in Lee Cronin - La mummia]

 

 

Conoscendo infatti assai bene l'ancora breve ma già intenso trascorso del nostro caro Lee Cronin nei confronti di quei proverbiali jarmuschani Morti che non muoiono potrei dirvi quanto la sua Mummia somigli davvero tanto - decisamente troppo! - a una sorta di La Casa - Il risveglio del male Capitolo 2; tanto evidenti, dichiarate e non particolarmente velate appaiono le numerose strizzatine d'occhio e conseguenti palesi ripescaggi a quanto di già ottimamente fatto in quel dei raimiani sentieri del sequel.

 

Volendo potrei inoltre sbandierare ai quattro venti il lungo e spesso cordone ombelicale che, voi per mortifera materia di base quanto per ritualistico svolgimento di un certo plot, lega a doppio filo e triplo cappio il suddetto Lee Cronin - La mummia a un ben più torbido e impattante trattato di lutto applicato e viscerale negazione come lo sconvolgente Bring Her Back dei maramaldi fratelli Philippou.

 

Questo però non è terreno di stucchevoli "celo" e pretenziosi "mi manca", vorrei limitarmi a dar conto di quel che le pregne ma, a mio modestissimo parere, tutt'altro che invitanti 2 ore e 10 di tale personalistica rivisitazione ci pongono spietatamente dinanzi agli occhi.

Ben consci del fatto che, se come lapalissiana dichiarazione d'intenti si sceglie di legare il destino dell'opera al nominativo del suo autore, l'inevitabile battaglia a "chi ce l'ha più horror" è pronta per essere servita su di un piatto d'argento con contorno di ragnacci, unghie incarnite e, perché no, pure qualche bella dentiera nuova scrocchiante. 

 

Dopo un tutt'altro che promettente incipit in terra egiziana nel quale gran parte delle possibili carte vengono già spegazzate sul tavolo, Lee Cronin - La mummia ci proietta dritti dritti nella disavventura della famigliola Cannon, nella quale l'amorevole padre Charlie (Jack Reynor), la di lui stoica mogliettina d'ispaniche origini Larissa (Laia Costa) e i bidimensionali figlioli Sebastian (Shylo Molina) e Maud (Billie Roy) si troveranno costretti a fare i conti con la tragica nonché misteriosa scomparsa dell'amata primogenita Kate (Natalie Grace). 

 

 

[Natalie Grace non ha una bella cera in Lee Cronin - La mummia]

 

Scrivo "scomparsa", ma in realtà, grazie alle prodezze dell'onniscente occhio cinematografico, noi tutti ben sappiamo che la suddetta è caduta vittima di un losco rapimento in piena regola a opera di un'arcana e loschissima figura nota a tutti come La Maga (Hayat Kamille); la quale, da provetta Stregaccia Cattiva che si rispetti, dopo aver donato alla sua giovane Biancaneve la proverbiale merendina del malaugurio è riusctia senza troppi sforzi a sottrarla ai suoi più cari affetti, con la rapidità di un avvoltoio su una polposa carcassa.

 

Il perché di tutto ciò rimarrà a lungo un mistero; almeno fino a quando, passati ben otto anni e con in mezzo un sofferto trasloco in quel di Albuquerque, i nostri affranti protagonisti riceveranno l'aspettata notizia del fortunoso ritrovamento della summenzionata desaparecida.

Tuttavia le circostanza di questo non certo consolatorio happy ending avranno fin da subito dell'incredibile, in quanto, stando a ciò che le sbigottite autorità de Il Cairo avranno timidamente modo di comunicare per bocca della risoluta detective Zaki (May Calamawy), l'emaciato, raggrinzito e, diciamolo pure chiaramente, parzialmente  mummificato corpicino del reato parebbe essere stato rinvenuto, inspiegabilmente ancora in vita e opportunamente lievitato, all'interno di un pesante sarcofago precipitato da un aereo.

 

Ricorda forse qualcosa?

Non farei il mio mestiere fino in fondo se non vi dicessi che, almeno sotto questo specifico punto di vista, Lee Cronin - La mummia pare avvicinarsi più che mai pericolosamente sull'orlo di quel coup de théâtre con il quale il ribaldo Alex Kurtzman tentava di tenere a galla uno spaesato Tom Cruise protagonista di quell'indecente Mummia che, nell'ormai giurassico 2017, da sola riuscì nell'arduo compito di stroncare sul nascere quel tanto decantato Dark Universe tanto voluto e in seguito rinnegato da Universal. 

Tornando a noi, inutile dire che, dopo l'accorato giubilo iniziale e qualche fisiologico punto di domanda opportunamente soffocato sotto spessi strati di amore genitoriale e glassa per torte di compleanno, chi più e chi meno i nostri spaesati congiunti inizieranno a notare parecchie cosucce non così propriamente al giusto e cristiano posto.

 

Che sia l'inumana resistenza delle incolte unghie della nostra incartapecorita figlioletta prodiga, il di lei vorace appetito per qualsivoglia strisciante o zampettante schifezza o le luride bende e le relative arcane scritture che ornano la sua disidratata pelle - quasi fossero da essa inconcepibilmente assorbite - pare ovvio anche senza aver frequentato un corso intensivo di parapsicologia che qui gatta - o meglio ancora: demone - ci cova, vero?

 

 

[Per Laila Costa ogni trapassato è bell' 'a mamma soja in Lee Cronin - La mummia]

 

Basterà infatti qualche rapida ricerca in rete e un'opportuna chiacchierata con un'esperto di archeologia del prestigioso Albuquerque Community College (Mark Mitchinson) affinché i nostri due terrorizzati genitori si rendano conto a tempo record che una forza tanto antica quanto spietata sembrerebbe aver preso dimora nel fragile corpo e nella sconquassata anima della povera giovane Kate.

 

La piccola è ora condannata a una breve, ma intensa vitaccia di dolore, vomito, spine dorsali pericolosamente incurvate, letti traballanti, xenoglossia incipiente e pedanti cosplay in gloria dell'esorcistica Linda Blair e della sua sboccata tradizione.

Il tutto, manco a dirlo, in attesa di passare il blasfemo testimone a qualche fresco e volenteroso guscio di carne (dis)umana.

 

Farei certamente un gran torto se non ammettessi che, in un certo qual modo, Lee Cronin - La mummia possiede nel profondo un suo innegabile fascino. Un fascino oscuro, mortifero, vojeuristicamente improntato sull'estetica del marciume e, cosa più importante, bramoso come pochi di puntare al facile shock per poi tirare indietro l'artiglio come se nulla fosse successo.

 

Una tendenza in verità inscritta nel talentuoso DNA di un autore come Lee Cronin che, fin da quel promettente esordio di Hole - L'abisso, ha dimostrato di sapersi eccellentemente distreggiare in equilibrio su quella suggestiva e assai morbosa Twilight Zone che divide il temibile Aldilà da un altrettanto spaventevole Aldiquà.

 

Un regista che, quando vuole, libero dai lacci e lacciuli di franchise, marchette e altre danarose influenze esterne mostra di saper bene quali dolenti tasti battere, con una forza che davvero pochi contemporanei possono anche solo sognarsi.

 

 

[Veronica Falcón non è certo in vena di carezze in Lee Cronin - La mummia]

 

 

D'altronde per entrare nelle sanguinolente grazie di un tipetto come Sam Raimi all'indomani di un onesto battesimo del fuoco per raccogliere la sua infernale eredità un qualche fattore X, Y o Z bisogna comunque possederlo, no?

 

Ed è appunto sulla base di un tale succoso curriculum che un titolo indubbiamente godibile seppur inequivocabilmente di mestiere come Lee Cronin - La mummia mi è parso molto più simile a un routinario congegno sputaspaventi a buon mercato sulla falsa riga del fu The Other Side of the Door di Johannes Roberts piuttosto che uno di quegli elevated horror oggi così tanto pregni di metaforici significati e sottese allegorie. 

Forse è tuttavia proprio questo suo essere così onestamente "basso" il vero - e, per quanto mi concerne, unico - quid in grado di rendere questo tripudio di cliché, topoi, gole squarciate e putrefazione assortita degno, se non di essere vissuto, quantomeno serenamente addocchiato.

 

Nonostante la mia più che evidente insofferenza nei confronti di un racconto nato da ottime premesse, ma progressivamente affossato da uno svolgimento più pigro che non prudentemente canonico, Lee Cronin - La mummia è comunque un film che si lascia tranquillamente guardare.

 

 

[Billie Roy se la ride coi denti di un'altra in Lee Cronin - La mummia]

 

 

Il vero problema, se di problema si vuol parlare, è piuttosto cosa si è costretti a sorbire per oltre 130 altalenanti minuti durante i quali, mano a mano che il sovrannaturale incubo della famiglia Cannon prende esotericamente vita dinanzi ai nostri occhi, tolta la truculenta dipartita dell'esagitata nonnina Carmen (Veronica Falcón) e il vojeuristico autolesionismo della nostra avvizzita revenant, ciò che rimane altro non è che una sequela di jumpscare e soluzioni narrative ripescate senza troppi complimenti da quell'ammuffito sarcofago dal quale il nuovo orrore avrebbe dovuto e potuto spurgare lercio e copioso come non mai.

 

E dire che la putrescente fotografia di David Garbett, la mimetica colonna sonora di Stephen McKeon e l'esagitato montaggio di Bryan Shaw, uniti alla necrofila mano registica e al grandangolare occhietto del comandante in capo, contribuiscono a rendere Lee Cronin - La mummia un prodotto certamente ben più riconoscibile e visceralmente autosufficiente rispetta alla stragrande maggioranza degli orrorini cotti e mangiati di cui gran parte dei cataloghi streaming sono oggi bulimicamente ingolfati.

 

Non dunque tanto la forma, quanto il contenuto mi pare il vero tasto dolente di un'operazione che pare sotto certi aspetti più fuori genere che non semplicemente fuori tempo massimo: troppo iconoclasta per essere genuinamente mainstream, ma anche troppo poco sostanziosa per poter ambire a quelle "altezze" fra le quali dimorano titolini di recente fattura quali Weapons di Zach Cregger, I peccatori di Ryan Coogler, Oddity di Damian Mc Carthy e quel sopracitato Bring Her Back al quale, torno volentieri a ripetermi, un'operazione come Lee Cronin - La mummia deve gran parte della propria vita e una non indifferente fetta della propria inevitabile morte.

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