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Love Me Tender è la rappresentazione di una ricerca, quella del significato in una sofferenza inutile.
Opera seconda della francese Anna Cazenave Cambet e adattamento dell’omonimo romanzo di Constance Debré, il film è stato presentato al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, raccogliendo successivamente due candidature agli European Film Awards, di cui una per la sua protagonista Vicky Krieps.
Un racconto introspettivo, dal sapore vagamente bergmaniano, che mette a nudo le contraddizioni impietose di un sistema sociale e giudiziario.
[Trailer ufficiale di Love Me Tender]
Da tre anni Clémence ha ormai abbandonato la sua vita precedente, legata alla carriera di avvocata e alla famiglia composta dal marito Laurent e dal figlio Paul; sembra ormai aver trovato una certa serenità, dedicandosi alla scrittura e al nuoto e gestendo senza problemi la custodia condivisa del figlio, anche grazie al sano rapporto con l’ex marito.
Le manca solo un piccolo passo, che finalmente è pronta a fare: confidare a Laurent la sua riscoperta sessuale nei rapporti con le donne.
Ma fatalmente è qui che tutto precipita.
La confessione liberatoria la trascina suo malgrado in un abisso giudiziario interminabile per l’affidamento del bambino, nutrito dalle manipolazioni dell’uomo e dalle storture della burocrazia francese.
[Clémence (Vicky Krieps) con il figlio Paul in una scena di Love Me Tender]
Love Me Tender si presenta come un’opera diretta e coraggiosa, che denuncia a denti stretti un’esperienza oppressiva peculiare e tristemente concreta.
È un dichiarato manifesto di femminismo intersezionale: la storia di una donna punita per essere fuggita dai canoni di un ruolo preconfezionato, scoprendo a pieno la sua identità omosessuale.
La difficoltà nell’affermare il ruolo di vittima sta però nel fatto che la discriminazione non è palese, ma impregna con ineffabile naturalezza l’intero quadro sociale.
Per farla emergere, l’opera definisce finemente e con grande precisione il contesto che circonda Clémence e bastano pochi accenni per mettere a fuoco chi siano gli antagonisti.
Da un lato Laurent (Antoine Reinartz), all’apparenza gioviale e premuroso, è in realtà il residuo rancido del maschilismo latente, in cui un evidente spirito omofobo si unisce alla tossicità dell’orgoglio machista, spingendolo a strumentalizzare un bambino di otto anni pur di ferire la donna che non può più avere.
Parallelamente c’è l’ordinamento giuridico, che, invece di aprire spiragli verso una giustizia equa, finisce di fatto per rinchiudere in una fase di stallo inconcludente.
Le lungaggini burocratiche alimentano l’angoscia e la cultura patriarcale si rivela come un difetto sistemico. L’assurdità esplode nel procedimento legale, che non si vergogna a mettere cinicamente in dubbio la stabilità mentale di Clémence a causa delle sue legittime scelte di vita.
Cazenave Cambet costruisce un film fortemente aderente al romanzo autobiografico di Debré, fondato sullo sguardo femminile e ponendo la donna al centro della narrazione.
Clémence è una figura centrifuga: tutto ruota intorno a lei, alle sue emozioni, reazioni e sofferenze.
Conosciamo gli altri personaggi - tra cui anche il padre (Féodor Atkine) e Sarah (Monia Chokri), la compagna più duratura ‒ esclusivamente attraverso il modo in cui si relazionano con la protagonista, che non è praticamente mai assente dall’inquadratura.
Una prospettiva parziale ma ricercata, illuminata dall’ennesima impressionante prova di Vicky Krieps.
L’attrice lussemburghese si conferma stella indiscussa del panorama indipendente europeo, affrontando i suoi personaggi sempre con la giusta misura. In questo caso gioca abilmente con il linguaggio del corpo, sfrutta posture e microespressioni per enfatizzare il tormento di Clémence, dipinge un ritratto puro e privo di sovrastrutture con cui diventa pressoché impossibile non empatizzare.
Un’interpretazione che da sola vale la visione.
[Vicky Krieps e Monia Chokri in una scena di Love Me Tender]
Parlando di divorzio e scontri genitoriali, è poi facile il richiamo a un classico come Kramer contro Kramer, di cui tuttavia Love Me Tender abbandona l’iconica ambiguità.
D’altro canto, il focus unidirezionale sull’interiorità della protagonista mette automaticamente in secondo piano la vicenda familiare; inoltre, nella battaglia legale per l’affidamento del figlio c’è una netta presa di posizione, che non viene mai messa in discussione.
Una scelta che si giustifica con la volontà di evidenziare la pretestuosità dello scenario, indagando prevalentemente la convivenza individuale col dolore, come sottolinea l’esplicito richiamo a Sussurri e grida.
Il ruolo di vittima è difatti per Clémence una condizione esistenziale, che ingloba la sua identità di donna, madre e amante.
Ne consegue un’impostazione fortemente manichea, sicuramente consapevole e funzionale a quanto detto finora, anche se in questo modo si perde, a mio avviso, l’occasione di estrapolare le sfumature di una situazione tanto intricata e di esplorare le pesanti ripercussioni sulle altre vittime incolpevoli (su tutti il piccolo Paul), lasciando un lieve senso di incompletezza.
La vocazione riflessiva del film è poi chiaramente espressa a livello estetico.
La regia è placida e claustrofobica, fatta di lunghe inquadrature fisse in cui si snodano i dialoghi e di letture fuori campo degli scritti di Clémence, che sospendono il racconto in maniera quasi eterea.
Anna Cazenave Cambet cerca di unire introspezione autoriale e impegno civile, aspirando a posizionarsi tra le suggestioni rivendicative di Céline Sciamma, i processi di accettazione di Xavier Dolan e il tepore umanistico di Mia Hansen-Løve.
Si mette così al servizio della trama, riuscendo senza particolari acuti a enfatizzare lo spirito sofferente della protagonista, anche grazie all’aiuto di un’ottima fotografia, costantemente fredda e tensiva.
[Vicky Krieps e Park Ji-min in una scena di Love Me Tender]
Ciò che può apparire più ostico è piuttosto il ritmo lento, che dilata il racconto per oltre 130 minuti con un effetto di progressiva ridondanza e ripetitività.
Eppure, si rivela una forma azzeccata e necessaria, che materializza il peso frustrante dell’attesa, obbligandoci a condividerlo con Clémence fino in fondo.
Un’attesa insensata e infinita, che prosciuga le energie mentali ed emotive della donna e ne mette in risalto la più grande perdita: il tempo.
Quello per costruire una relazione stabile, per imparare a fidarsi degli altri, per potersi serenamente ricostruire una vita e soprattutto quello dell’irrecuperabile infanzia del figlio.
Altrettanto significativo è il titolo dell’opera, lo stesso del romanzo da cui è tratta: Love Me Tender, come la canzone di Elvis Presley.
Un richiamo dalla doppia natura: supplica della protagonista per un gesto d’amore insperato, ma anche dichiarazione possessiva dell’uomo alla donna che non può più avere, generando un cortocircuito ossimorico dove la tenerezza è soppiantata dalla violenza psicologica.
Il finale, realistico e bruciante, contiene tutta l’urgenza di adoperarsi per scardinare questa seconda opzione, che purtroppo ancora ci appartiene; una realtà retrograda, inaccettabile e inesorabilmente disumana.
[articolo a cura di Simone Loi]
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