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Michael - Recensione: l'eterno Peter Pan

Il biopic su Michael Jackson è finalmente al cinema: un film che racconta l'infanzia difficile del Re del Pop, le sue fragilità e la scalata al successo 

Titolo originale: Michael
Genere: Biografico, Drammatico, Musicale
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: John Logan
Cast: Jaafar Jackson, Colman Domingo, Miles Teller
Distribuzione: Universal Pictures Italia
Uscita Italia: 22 aprile 2026
Durata: 127 minuti
Paese: USA

Michael è uno dei biopic più attesi di sempre: finalmente ci siamo e il film è uscito nelle sale italiane il 22 aprile.  

 

Abbiamo avuto l’occasione di vederlo in anteprima alla Global Fan Celebration di Berlino in una sala piena di fan provenienti da tutto il mondo, alla presenza del cast e di alcuni membri della famiglia Jackson. 

 

[Trailer ufficiale di Michael]

 

 

A sorpresa sono arrivati sul red carpet anche i figli del Re del Pop, Prince Michael e Bigi Jackson.

 

Il primo è stato parte attiva del biopic e ha seguito la sua lavorazione fin dall’inizio, esprimendo in ogni occasione l’ammirazione per l’enorme lavoro del cugino Jaafar Jackson nei panni del padre.   

La grande assente è stata Paris Jackson, secondogenita di Michael, che ha scelto di non partecipare né alla realizzazione del film né alla premiere a Berlino.

Per fortuna però lei e Colman Domingo (che nel film interpreta il nonno, Joe Jackson) hanno finalmente superato gli attriti degli scorsi mesi e Paris, in una recente intervista, ha augurato il meglio ai membri della sua famiglia coinvolti nel progetto.

 

Questo per specificare che il clima tra i Jackson è di serenità e per evitare che nelle prossime settimane qualcuno vi convinca del contrario per il solo piacere della polemica. 

Lo stesso è stato all’anteprima di Berlino, con i fan che hanno ballato e cantato le canzoni del loro beniamino per tre giorni di fila, con outfit ispirati ai look dei video musicali diventati iconici.

 

Il peso delle aspettative era perfettamente bilanciato dall’amore e da una devozione che non sente lo scorrere del tempo. 

 

 

[Il cast del film e la famiglia Jackson a Berlino per la première del film - Foto di Alice Rosa]

 

 

Il biopic racconta la vita di Michael Jackson a partire dalla tenera età, soffermandosi soprattutto sui primi passi nel mondo della musica insieme ai Jackson 5 e Joe Jackson, il padre-manager: proprio quest’ultimo si rivelerà fondamentale per comprendere la personalità di Michael dentro e fuori dal palco. 

 

Michael vorrebbe avere degli amici e andare a scuola, vivere come un qualsiasi altro bambino, ma si ritrova a provare tutto il giorno canzoni e passi di danza.

Vuole bene ai suoi fratelli, ma la differenza d’età e i pochi interessi in comune non aiutano a farlo sentire meno solo. Non c’è spazio per il divertimento e per il mondo esterno, solo per i soundcheck e le vessazioni di Joe.

 

Quello che può fare il più piccolo dei Jackson è immergersi nei libri e nei film di Charlie Chaplin, sognare un’altra vita che non vivrà mai davvero. 

"Dobbiamo capitalizzare il successo di Michael, perché è la famiglia Jackson il brand"

 

Questo è Joe Jackson, lo stesso che dopo le ustioni riportate da Michael per lo spot della Pepsi, non si preoccupa tanto delle condizioni fisiche del figlio ma della futura possibilità per quest’ultimo di iniziare il tour. 

A salvare Michael è l'amore per la musica, che sembra scorrergli nelle vene più del sangue e lo vediamo in studio di registrazione: gli viene chiesto disperatamente di stare fermo per non rovinare il suono, ma non ci riesce. 

 

È qualcosa di più grande di lui.  

 

 

[I Jackson 5 in una scena di Michael]

 

 

Oltre alla violenza fisica usata per punirlo quando il figlio sbaglia un passo o non esegue gli ordini, il padre di Michael non si risparmia nemmeno i commenti sull’aspetto fisico, come l'abitudine di chiamarlo "big nose", ovvero "nasone". 

 

Gli effetti psicologici ci saranno e infatti, appena possibile, Michael decide di rifarsi il naso.

La scena in clinica è importante anche per un’altra questione spesso discussa dai media, ossia quella della vitiligine. Viene appena accennata, vediamo solo alcune macchie bianche sul braccio della popstar, ma è con questa scena che il film prende l’ennesima posizione volta a mettere fine alle speculazioni. 

 

Gli anni passano, ma le lotte con il padre sono una costante e per Michael le figure di riferimento diventano persone che lavorano con lui come Bill Bray (KeiLyn Durrel Jones), guardia del corpo che gli rimarrà accanto per tutta la vita e John Branca (Miles Teller), manager nonché futuro capo della Michael Jackson Company.

La fama diventa il mezzo per circondarsi di seguaci disposti ad ascoltarlo e assecondarlo, ma anche per riempire quel vuoto con animali esotici (come Bubbles, famoso scimpanzé da compagnia che qui viene riprodotto in CGI) e aiutare i meno fortunati.

 

Alcune scene mostrano Michael andare a trovare i bambini ricoverati in ospedale, cosa che Jackson faceva davvero, ma nel biopic assume una connotazione diversa. 

Qui è evidente quanto Michael rivedesse sé stesso e i giorni in cui era stato lui a non poter uscire a giocare con gli altri bambini, quando si era sentito altrettanto prigioniero di un luogo a lui estraneo. 

 

Non voleva che nessuno provasse quella sensazione di solitudine che per tanto tempo aveva fatto parte della sua vita e che, di fatto, non lo avrebbe mai abbandonato.

 

 

[Jaafar nei panni di Michael Jackson in una scena del biopic]

 

 

Con cosa ci lascia questo film?  

 

L’urgenza principale sembra quella di comunicare allo spettatore una verità che conoscono bene solo i fan, ovvero che a Michael sia stata rubata l’infanzia e che, proprio per questo, non abbia mai smesso di cercarla. 

Dall’altra parte, se in molti hanno sempre visto solo il suo lato più infantile, il film cerca anche di introdurre una riflessione più sottile e meno immediata: quanta forza ci vuole a dire basta, a inseguire i propri sogni e a liberarsi da una dipendenza affettiva come quella di Michael verso suo padre?

Per fare questo ci vuole una maturità e una consapevolezza che Michael è riuscito a raggiungere completamente da solo. 

 

Dopo anni di pressione psicologica da parte di Joe Jackson, Michael inizia a ripetersi “Io sono il migliore” fino a crederci e a diventarlo davvero. 

 

Jaafar Jackson non ha interpretato Michael: lo è diventato. 

Quello che impressiona di più lo spettatore non è tanto la (sconvolgente) somiglianza fisica ricreata grazie a trucco e parrucco, bensì tutto il resto; Jaafar si è esercitato ore e ore per riuscire a ricreare i passi di Michael, le gestualità e addirittura la delicatezza della voce.  

 

Non sorprende che Jackie Jackson, in un momento di commozione durante la premiere, abbia sottolineato quanto fosse difficile anche per lui riuscire a distinguere Jaafar da suo fratello. 

 

 

[Jaafar Jackson nella scena di Michael che ricrea il video musicale di Thriller]

 

 

In effetti, di questo biopic colpiscono i dettagli e la cura con la quale sono stati ricreati soprattutto i momenti più iconici: dal video musicale di Thriller, passando per quel primo moonwalk per le celebrazioni dei 25 anni della Motown fino alla prima data da solista con Bad. 

 

Al fianco di Jaafar c’è Nia Long, che interpreta in maniera più che credibile Katherine Jackson, una madre che è sempre stata accanto al proprio figlio nonché la persona che lo conosceva più di chiunque altro. 

Hanno passato anni a guardare la televisione e a mangiare gelato insieme, diventando uno il confidente dell’altra; i momenti in cui li vediamo sullo schermo sono quelli che ci commuovono maggiormente, quelli in cui ci ricordiamo che indubbiamente il mondo ha perso un’icona della musica, ma c’è anche una madre che ha perso un figlio.  

 

Da alcune interviste recenti sappiamo che la vera Katherine Jackson ha sostenuto Jaafar in questo progetto e che, al termine del primo screening privato, ha ammesso di aver "rivisto l’essenza di Michael in mio nipote". 

 

 

[Nia Long nei panni della madre di Michael, Katherine Jackson]

 

 

Michael a mio avviso non è un film perfetto. 

 

In alcuni momenti sente il peso di dover condensare vent’anni di musica e soprattutto di vita in sole due ore, percezione che trova una sua spiegazione nei numerosi tagli che la pellicola ha dovuto subire.  

Va ricordato, infatti, che a causa di una clausola legale risalente all’epoca dei fatti, il film ha dovuto eliminare qualsiasi riferimento alle accuse di abusi su minori legate alla figura di Michael Jackson

Il finale viene riscritto, il film rimontato e (questa è la conferma che i fan stavano aspettando) diviso in almeno due parti. 

Michael si ferma all’inizio di quella che per i fan è la "Bad Era" e io non posso non chiedermi cosa ci riserverà il sequel, del quale non so ancora nulla ma che inizio già ad aspettare.

 

Mi chiedo perché e trovo risposta negli occhi della mia vicina di poltrona.

Non sappiamo nulla l’una dell’altra, ma le nostre espressioni sono identiche: un mix di stupore e di euforia. 

 

Sappiamo di aver appena assistito a qualcosa di grande, di tremendamente atteso, che lascerà un segno indelebile negli spettatori di tutto il mondo, che sia positivo o negativo.

 

 

[Jaafar Jackson in una scena di Michael]

 

Si accendono le luci della Uber Eats Music Hall di Berlino e con lo scorrere dei titoli di coda inizia a risuonare Man in the Mirror.

 

Guardo giù in platea, dove sono seduti gli altri fan, e mi rendo conto che le loro voci superano l’audio della musica ma quello che capisco un attimo dopo, forse, è addirittura più importante. 

Al netto di qualche sbavatura, Michael riporterà in vita per due ore il mito di Michael Jackson e farà sognare chi non ha mai preso parte a un suo concerto o ne porta ancora nel cuore un ricordo sbiadito. 

 

Questo film è per loro, per chi tra noi sente ancora la mancanza di questo grande artista e della sua sensibilità ma è anche per tutte le persone che vorranno provare a conoscere l'uomo dietro al mito. 

 

"Before you judge me / Try hard to love me 

The painful youth I've had / Have you seen my childhood?" 

"Prima di giudicarmi / Cerca di amarmi con tutto il cuore 

La giovinezza dolorosa che ho vissuto / Hai visto la mia infanzia?"

 

Così recita il ritornello di Childhood, una canzone poco conosciuta di Michael Jackson, ma perfetta per riassumere l'obiettivo di questo film.

 

Ricordarci di guardare oltre al guanto con i lustrini e alle eccentricità che ci hanno sempre raccontato i giornali, di provare a scorgere quel bambino impaurito dietro alla leggenda… ma anche tutta la strada che è riuscito a fare.

___

 

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