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Resurrection - Recensione: non fate spegnere la candela

Il terzo lungometraggio di Bi Gan, in sala dal 23 aprile, è un colossale sogno lucido che incrocia la Storia del Cinema con quella della Cina, per lanciare un monito impetuoso sul futuro della Settima Arte

Titolo originale: 狂野时代 (Kuángyě shídài)
Genere: Drammatico, Fantascienza
Regia: Bi Gan
Sceneggiatura: Bi Gan, Zhai Xiaohui
Cast: Jackson Yee, Shu Qi, Mark Chao 
Distribuzione: I Wonder Pictures
Uscita Italia: 23 aprile 2026
Durata: 156 minuti
Paese: Cina, Francia

 

Resurrection è la personalissima lettera d’amore di Bi Gan verso il Cinema. 

 

Vincitore del Prix spécial al Festival di Cannes 2025, il film segna il ritorno sulle scene del regista cinese, a sette anni di distanza dall’incantevole Un lungo viaggio nella notte e dopo una produzione durata oltre un anno. 

Un'opera che attraversa un intero secolo in un turbinio instabile di sofferenza autodistruttiva, cercando di coniugare ambizione, ricerca cinefila e potenza lirica. 

 

La didascalia iniziale ci introduce in un mondo apparentemente distopico e spaventoso: l’umanità ha ormai rinunciato alla capacità di sognare, barattandola per l’immortalità; ma ci sono ancora dei superstiti, i cosiddetti “Deliranti”, che rimangono disperatamente aggrappati alla dimensione onirica. 

 

Grazie a una fotografa determinata a indagare questo comportamento e capire cosa si nasconda dietro l’etereo mondo dei sogni, ci troviamo catapultati nel viaggio omerico di un Delirante, che si espande ritmicamente tra le epoche e i generi cinematografici.

 

[Trailer ufficiale di Resurrection]

 

 

Bi Gan dichiara immediatamente e senza fronzoli la sua intenzione osannante alla Settima Arte attraverso un incantevole prologo muto, che fonde le deformazioni ambientali dell’espressionismo tedesco con le attrazioni del Cinema delle origini.

 

Qui, tra Il gabinetto del dottor Caligari e L’innaffiatore innaffiato, conosciamo il Delirante, ormai grottescamente sfigurato dalla permanenza nel sogno. Uno strano incrocio tra Frankenstein e Quasimodo.

Un Mostro dal cuore di pellicola.

Trasfigurazione eccentrica e affascinante che introduce con originalità alla più classica metafora psicanalitica del Cinema come portale sull’inconscio umano. 

 

Il film diventa a questo punto completamente imprevedibile.

 

I sogni del Delirante si articolano in cinque episodi che dialogano prima di tutto con la storia del linguaggio cinematografico. 

Bi Gan esterna il suo estro creativo scavando nei generi: si passa dal noir tensivo e psicologico al dramma introspettivo di caratura spirituale, per poi approdare a un caper movie teneramente malinconico e al melodramma pulp dalle tinte vagamente orrorifiche: quattro storie autonome che precedono l’epilogo, caratterizzate da una moltitudine di riferimenti cinefili che coprono tutto il XX secolo, coinvolgendo Georges Méliès, Jean Vigo, Jean-Pierre Melville, Carol Reed, Kon Ichikawa, Wong Kar-wai, Leos Carax e Jim Jarmusch, solo per nominarne alcuni. 

Nel fare questo, il cineasta cinese si dimostra abilissimo a omaggiare i grandi predecessori senza scadere nel banale citazionismo, né ricoprirsi di una boriosa patina accademica. 

 

I topoi narrativi si intrecciano con un’estetica mutevole, ma le trame rimangono inscritte in una visione macroscopica identitaria, applicando una cifra stilistica autentica e riconoscibile alla rilettura dell’iconografia cinematografica.

 

 

[Mark Chao in una scena di Resurrection]

 

Ciò consegue soprattutto al fatto che Resurrection non si limita a voler esibire un compendio sull’evoluzione filmica.

 

Si tratta infatti del primo film di Bi Gan in cui l’ambientazione cinese è calata in definite coordinate temporali.

L’incipit distopico è in realtà una rappresentazione della Repubblica Popolare Cinese negli anni '20, al quale seguono le varie fasi che hanno interessato il Paese nel secolo scorso: le guerre degli anni '30, la soffocante Rivoluzione culturale di Mao Zedong, gli anni '80 della riforma economica, l’alba angosciante del nuovo millennio. 

 

Il regista non seleziona i filoni cinematografici soltanto sulla base delle tendenze nelle varie epoche di riferimento, bensì articola toni, atmosfere e contenuti in maniera fluida, così da ritrarre il sentimento popolare dominante in ogni periodo storico. 

Ancora più significativo è il fatto che l’ultimo episodio, logicamente corrispondente alla contemporaneità, si sviluppi nella stessa situazione di partenza. 

 

Una dichiarazione implicita di fallimento secolare, il culmine di un processo involutivo che ha retrocesso la società cinese a un primitivo stato di soggiogamento.

 

 

[L'immagine evocativa di un tempio innevato tratta da una scena di Resurrection]

 

Non è però solo la scansione storica a evitare che Resurrection si riduca a una semplice sequela di cortometraggi: estremamente stimolante è il viaggio sinestetico che accompagna la peregrinazione onirica.  

 

Il Mostro appare all’inizio come una creatura dalla sensorialità decaduta. Il Cinema diventa allora anche un mezzo per recuperare i sensi perduti, uno strumento per riappropriarsi della propria umanità.

Vista, udito, gusto, olfatto e tatto diventano uno alla volta co-protagonisti dei vari segmenti, spesso enfatizzati dal meticoloso coordinamento tra i vari comparti tecnici (specie tramite sound design, tecniche di ripresa, posizionamento dell’inquadratura o composizione del quadro).

 

Ne deriva un’iper-significazione delle immagini che mira a coinvolgere lo spettatore in uno sguardo polisensoriale, riuscendoci a mio parere in maniera piuttosto suggestiva, anche se non sempre fino in fondo.

 

 

[Li Gengxi in una scena di Resurrection]

 

In ogni caso, quando si parla del Cinema di Bi Gan, l’aspetto tecnico ricopre sempre un ruolo di primo piano; non potrebbe essere diversamente per un’opera di questa portata. 

 

L’apparato meta-cinematografico è l’occasione per dare sfogo a un virtuosismo che pervade tutti i reparti: troviamo tre aspect ratio diverse, un montaggio che interseca ellissi, dissolvenze e sovrimpressioni, inquadrature in soggettiva, time-lapse e animazione digitale. 

Non manca poi il marchio di fabbrica del regista: un piano sequenza mozzafiato di oltre 35 minuti, finemente elaborato e complesso, che al suo interno contiene interamente uno degli episodi. 

 

Anche in questo caso l’approccio non è meramente museale. 

Il formalismo maniacale rispecchia l’essenza del film, mutando costantemente per adattarsi alla narrazione. L’estetica si mette al servizio del profluvio emotivo emanato dalle storie, valorizzandole con una costante sontuosità, a cui contribuiscono largamente le monumentali scenografie di Qiang Liu e la dinamica fotografia di Jingsong Dong, nonché le musiche trasognanti ed evocative degli M83.

 

Altrettanto fondamentali sono le interpretazioni: Jackson Yee veste i panni del Delirante in maniera eccezionale, trovandosi a incarnare cinque diversi protagonisti con credibilità e senza risultare mai uguale a sé stesso.

 

A dargli supporto è un cast ricco di volti noti dello star system cinese, da Shu Qi a Mark Chao, che caratterizzano diversi archetipi e tra cui spicca la giovane Li Gengxi nei panni di una sensuale, sperduta e perturbante femme fatale.

 

 

[Jackson Yee in una scena di Resurrection, dove interpreta cinque diversi personaggi]

 

Tutti questi elementi rendono Resurrection un film enormemente stratificato, dove forma e contenuto dialogano e si definiscono vicendevolmente con precisione millimetrica. 

 

Una ricerca ossessiva di perfezione, che rischia in parte di trasformarsi in un limite.  

La struttura a episodi è cadenzata secondo una linearità inedita per il regista, da cui traspare la complementarità delle storie, ma che al contempo le frammenta in maniera abbastanza meccanica. 

Le sceneggiature di Bi Gan sono di base un condensato di sensazioni, proiettate sullo schermo per attaccarsi alla pelle dello spettatore, potenzialità che di certo non manca a Resurrection sulla carta.

 

A differenza dei precedenti Kaili Blues e Un lungo viaggio nella notte, dove il passaggio tra due parti nettamente distinte (da montaggio frammentato a piano sequenza) avviene in maniera fisiologica, in questo caso il rigore formale e narrativo finisce per assorbire la spontaneità dell’atto creativo, lasciando un sentore di artificio decisamente più marcato. 

A mio avviso, si avverte la mancanza di quella brillante e viscerale genuinità del flusso di coscienza, assolutamente pervasiva negli altri lavori del regista, ciò comunque non impedisce a Resurrection di imporsi come un film maestoso. 

 

Si tratta di un’opera megalitica nella durata (160 minuti), nelle aspirazioni e nell’impatto, ricca di spunti interpretativi; un’esperienza senza dubbio unica, che necessita di essere vissuta sul grande schermo.

 

 

[La piccola Mucheng Guo in una scena di Resurrection]

 

Alla fine, quello che vuole lasciarci questa possente ode all’arte cinematografica è un sapore amaro di turbamento. 

 

Bi Gan parla di un mondo sprofondato nelle tenebre del disincanto, in cui il Cinema è un flebile bagliore di speranza, la piccola fiamma di una candela quasi consumata. Siamo sull’orlo di un baratro, nel quale saremo costretti a guardare le meraviglie del passato con nostalgico rimpianto, come qualcosa di perduto per sempre. 

È un avvertimento e al contempo una richiesta al pubblico: la resurrezione passa inevitabilmente da noi, noi dobbiamo essere il Delirante. 

 

Amare l’arte, continuare imperterriti a viverla, a coltivarla e fare in modo che quella candela non si spenga mai. 

 

[articolo a cura di Simone Loi]

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