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Portobello: decenni prima dello streaming e dei fenomeni web in Italia c'era già qualcuno in grado di inchiodare milioni di spettatori alle poltrone: era il programma di varietà condotto da Enzo Tortora, interpretato da Fabrizio Gifuni nella serie TV HBO diretta da Marco Bellocchio.
La messa in onda iniziò nel 1977 e, superando le più rosee aspettative dell'epoca, raggiunse i 28 milioni di spettatori nella prima edizione; un seguito che si sarebbe poi spostato sul processo al suo conduttore, avvenuto nel 1983, con accuse di traffico di droga e appartenenza alla Nuova Camorra Organizzata.
La serie prodotta da Rai e HBO è stata presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, per poi essere distribuita su HBO Max a partire dal 20 febbraio 2026, diventando la prima serie italiana sulla piattaforma.
Marco Bellocchio, oltre che regista, si è fatto carico della sceneggiatura, sulla quale è stato affiancato da Stefano Bieses, Giordana Mari e Peppe Fiore.
Ispirandosi a una reale vicenda giudiziaria che ha visto la condanna di un uomo innocente, lo show fa luce su un buio spaccato dell'Italia, del suo mondo dello show business e del sistema penale.
[Trailer ufficiale di Portobello, HBO Max]
Un mercato pazzerello dove trovi questo e quello
Venerdì 27 maggio 1977: i televisori italiani sintonizzati su Rete 2 trasmettono la prima puntata di un nuovo varietà: si chiama Portobello, in onore del celebre mercato di Londra, e nasce da un'idea di Enzo Tortora insieme alla sorella Anna (Barbora Bobulova) e al funzionario Rai Mario Carpitella.
Il format è innovativo e avrebbe influenzato lo sviluppo della televisione come la conosciamo ora: Tortora presentava ogni venerdì sera una moltitudine di ospiti che avevano la possibilità di vendere in diretta delle loro invenzioni o creazioni, oppure farsi ricontattare a casa, simulando il mercatino online di oggi.
L'Italia intera si fermava per guardare Portobello.
Diventa più che comprensibile il clamore quando il programma viene interrotto nel 1983 a causa dell'arresto del suo conduttore: Enzo Tortora viene incarcerato con le accuse di spaccio di droga e affiliazione alla Nuova Camorra Organizzata.
Le accuse arrivano da Giovanni Pandico (Lino Musella), "dissociato, non pentito", come ci terrà più volte a specificare durante il processo protagonista della miniserie.
Origine del suo desiderio di vendetta sembra essere la mancata risposta di Tortora ai suoi tentativi di contattarlo affinché vendesse durante la trasmissione dei centrini realizzati da lui stesso all'uncinetto.
Tortora, così come i suoi colleghi, dichiareranno di non averli mai ricevuti.
Il dado è tratto e la partita è iniziata.
Una partita all'ultima (falsa) testimonianza, che porta sugli schermi televisivi italiani degli anni '80 (e ora, su quelli in streaming del mondo) la storia di uno dei più clamorosi casi di malagiustizia registrati nel Paese.
Un processo seguito da milioni di spettatori, al pari, se non di più, di quelli che ogni venerdì si sintonizzavano per il varietà di Rete 2.
[Fabrizio Gifuni nei panni di Enzo Tortora, storico conduttore di Portobello]
L'eroe kafkiano della più spettacolare disavventura
Con Portobello Marco Bellocchio porta sugli schermi del mondo una vicenda molto probabilmente sconosciuta dal pubblico più giovane e quasi certamente da quello straniero.
Tuttavia, ciò che traspare in modo cristallino è che all'epoca dei fatti il pubblico si è sentito pienamente coinvolto nel processo: i milioni di spettatori che ogni venerdì seguivano il Tortora conduttore erano solo la punta dell'iceberg rispetto a quelli che hanno seguito il Tortora accusato.
Quello che si è infine rivelato il più clamoroso caso di malagiustizia italiana è stato (o almeno, così appare) una spettacolarizzazione della macchina giuridica.
Le sei puntate scandiscono la discesa nella follia con matematica precisione: nella prima puntata Tortora è all'apice del suo successo, idolo delle masse, anche di Pandico, che dal carcere lo invidia.
Quanto il suo turbamento sfoci nella malattia mentale e nel delirio di protagonismo è sempre più chiaro man mano che la vicenda si dipana, ma già dal principio il suo personaggio ci appare come un maniaco delle luci della ribalta, anche a costo che siano quelle del tribunale.
Dopo una puntata che vede il crollo di un eroe incarcerato ingiustamente, preda dei suoi demoni e di una follia senza spiegazione, si approda al cuore degli eventi, in aula.
Il processo, che occupa pressoché l'interezza delle puntate 4 e 5, rappresenta un affresco di un delirio collettivo diventato l'incubo di un uomo.
L'intero impianto di accusa si regge infatti solo sulle parole di criminali: camorristi e simpatizzanti, spacciatori e pentiti, mitomani in cerca di un secondo di quella popolarità in cui Tortora ha vissuto per anni.
Parole a cui, improvvisamente e contro ogni logica, i giudici credono.
Perché come arriva ad affermare il giudice del processo di appello, sono così abituati al silenzio che se e quando uno di loro parla, non contemplano neppure l'idea che possano dire qualcosa di diverso dal vero.
A quel punto neppure si verificano le prove, i fatti, le parole di un altro uomo, anche se è un deputato e un idolo della televisione.
[La nostra intervista a Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni in occasione dell'uscita di Portobello]
Gifuni dà corpo a uno stoico eroe kafkiano, un corpo fragile e sempre più consunto, vittima di vicende incredibili nel vero senso della parola.
La fotografia di Francesco Di Giacomo stende una patina quasi granulosa sulle immagini che richiamano la televisione del tempo (sebbene dalle tinte meno cariche), sovrapponendosi a una regia che richiama per costruzione e stile narrativo la celebre serie TV Romanzo criminale.
La macchina da presa si muove veloce, stringe su primi piani e piani medi per enfatizzare volti contratti, sguardi contriti, una battaglia all'ultima battuta dove tutto è parole e i fatti non esistono, al pari delle accuse.
Anche la musica di Teho Teardo si fa sottofondo come commento a una denuncia che lascia senza parole.
La serie termina con un processo in appello che nella realtà dei fatti arriverà molto tardi, per dare pochi mesi di libertà a un uomo ormai consumato dalla malattia.
In chiusura le immagini originali di Portobello, con tanto di cammello condotto sull'arca, spettro di una Rai che per molti versi non potrà mai più esistere.
Così come gli uomini solidi, che diventano eroi di ogni giorno nel delirio dei criminali mitomani, i quali non fanno altro che aspettare un nuovo pretesto per tornare sotto i riflettori, costruendo una realtà che supera ogni sceneggiatura.
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