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La torta del presidente - Recensione: gioco di sguardi

L’esordio al lungometraggio di Hasan Hadi è un racconto di formazione intimo e travolgente, che rilegge con lacerante sensibilità la storia recente dell’Iraq 

Titolo originale: Mamlaket al-qasab
Genere: Drammatico
Regia: Hasan Hadi
Sceneggiatura: Hasan Hadi
Cast: Baneen Ahmad Nayyef, Sajad Mohamad Qasem
Distribuzione: Lucky Red
Uscita Italia: 19 marzo 2026
Durata: 105 minuti
Paese: Iraq, Qatar, USA

La torta del presidente è lo specchio di un passato nefasto, il resoconto di una nazione attraverso le peripezie di un’infanzia rubata. 

 

Un ritratto rocambolesco, delicatamente umoristico e tristemente evocativo dell’Iraq negli anni '90, in cui si intrecciano ricordi personali e memoria collettiva. 

L’opera prima di Hasan Hadi, presentata alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes 2025 e vincitrice della Caméra d’Or, approda nelle nostre sale distribuita da Lucky Red, dopo aver raccolto il plauso internazionale di critica e pubblico.

 

E non può passare inosservata.

 

[Trailer de La torta del presidente]

 

 

La piccola Lamia vive in un villaggio immerso nelle paludi mesopotamiche con la nonna e l’inseparabile gallo Hindi. Una bambina di nove anni che cerca di condurre la sua quotidianità in maniera ordinaria, per quanto possibile all’interno di un regime repressivo in cui la povertà è diventata una condizione cronica universale.

 

Alle gravi difficoltà socioeconomiche si aggiungono le pretese autocelebrative del despota Saddam Hussein, che obbliga le scuole del Paese a rendergli omaggio nel giorno del suo compleanno.

In ognuna di esse, un sorteggio decreta gli studenti che avranno il compito di portare i doni in onore del presidente, tra cui il più importante: la fatidica torta. Non riuscirci significa violente conseguenze, per sé e la propria famiglia.

 

Il destino di Lamia è già scritto, l’incarico tanto temuto è proprio il suo.

Accompagnata dall’amico Saeed, si ritrova in una corsa contro il tempo per le strade di Baghdad, a cercare senza soldi di recuperare gli ingredienti necessari, in un contesto commercialmente devastato dall’embargo e dalle sanzioni ONU susseguenti all’invasione del Kuwait.

 

Un’impresa ardua, se non quasi impossibile. 

 

 

[Lamia (Baneen Ahmad Nayyef) e Saeed (Sajad Mohamad Qasem) in una scena de La torta del presidente]

 

 

La storia, dai tratti vagamente kafkiani, è amaramente radicata nella realtà. Non solo per quanto riguarda la vanesia e assurda tradizione imposta da Saddam, ma soprattutto nella consapevolezza di un soggiogamento insormontabile.

  

La macchina da presa si sofferma regolarmente sugli occhi di Lamia, cogliendone alternativamente l’insofferenza, lo sconforto, il disorientamento, la speranza o la disperazione. Hadi rievoca in questo modo uno spirito tipico del Cinema iraniano post-rivoluzionario, illuminando il legame culturale tra i due popoli confinanti.

 

Il riferimento primario è senz’altro ad Abbas Kiarostami: Lamia che sfreccia nel caos indifferente di Baghdad è una perfetta reincarnazione del piccolo Ahmed di Dov’è la casa del mio amico?.

Due simboli di spensieratezza martirizzata dal peso schiacciante della responsabilità, quella di dover salvare i propri affetti dalla minaccia autoritaria.

 

Altrettanto suggestiva è la connessione meta-cinematografica che si sviluppa con Jafar Panahi.

Il film è stato infatti premiato come miglior esordio sulla Croisette nello stesso anno della Palma d’oro a Un semplice incidente e a 30 anni esatti dalla Caméra d’or al Maestro iraniano per Il palloncino bianco.

E proprio con l’opera prima di Panahi si innesta un ulteriore parallelismo fondato sugli sguardi delle protagoniste: la determinazione e la perseveranza della piccola Razieh nel tentare di recuperare la banconota perduta sono tratti costantemente rinvenibili sul volto di Lamia, pur di fronte alle infinite difficoltà.

 

Un risultato dalla folgorante autenticità, in cui essenziale è l’apporto delle interpretazioni. A spiccare sono indubbiamente i due attori principali, Baneen Ahmad Nayyef e Sajad Mohamad Qasem, straordinari nell’irradiare di viscerale onestà la relazione tra Lamia e Saeed. 

 

Per di più, tasselli centrali in un cast composto principalmente da non professionisti, a completare l’essenza neorealista dell’opera. 

 

 

[La torta del presidente: lo sguardo della piccola Lamia]

 

La torta del presidente non si limita però a una poetica introspettiva.

 

La narrazione si sviluppa su un ritmo frenetico, ma sempre perfettamente controllato.

Regia e montaggio riescono a far convivere armoniosamente uno slancio avventuroso del racconto con sfumature ironiche e momenti fortemente tensivi, alternando abilmente i rapidi movimenti di macchina in mezzo alla folla con primi piani intensi e notevoli piani sequenza.

 

Non di meno, a essere valorizzati sono i luoghi della vicenda, che manifestano una vitalità prorompente.

Il mercato, l’ospedale, il ristorante, la caserma. Gli ambienti sono catalizzatori di una pluralità di voci, che dallo sfondo riverberano lo stesso spaesamento, gli stessi timori e la stessa resistenza silenziosa enfatizzati dal volto di Lamia. Basta un piccolo gesto o una frase e le comparse diventano parte attiva, migliaia di vite da cui possiamo carpire indirettamente la tragicità di una condizione comunitaria.

 

Così, senza alcun didascalismo, il dramma individuale si fonde a quello collettivo. 

 

 

[La torta del presidente: la classe in attesa del sorteggio]

 

L’attenzione pressoché totalizzante sulla gente comune, sugli invisibili, è di fatto un marchio stilistico del film.

 

L’intenzione è quella di concentrarsi sugli effetti - economici, psicologici ed emotivi - del potere tirannico, lasciando quest’ultimo emergere soltanto implicitamente, come un intruso dalla potenza distruttiva. 

Saddam Hussein è una pura presenza fantasmatica, le cui rappresentazioni inquinano l’apparato architettonico e paesaggistico.

La milizia si identifica come elemento parassitario del patrimonio culturale, stagliata davanti alla ziggurat di Ur o inquadrata mentre un aereo militare rompe la visione contemplativa di una moschea. 

 

Molto più ingombrante è invece la consistenza del regime nel sistema scolastico, materializzata nella figura del professore, imitazione farsesca dello stesso Saddam. Un promemoria di quanto la scuola si faccia preziosa succursale del potere in tempo di dittatura, come ha coraggiosamente testimoniato anche il fresco vincitore dell’Oscar al miglior documentario Mr. Nobody Against Putin nel quadro dell’esperienza russa.

 

Ciò che deriva da quest’ecologia, del racconto e degli spazi, è un grandissimo valore testimoniale. Supportato da una fotografia granulosa che coglie l’essenza estetica del tempo (girato in digitale con un “effetto pellicola”), il film esplicita l’urgenza di ricostruire una memoria visiva del passato nazionale, un documento di riflessione e rielaborazione, che guardi agli oppressi e non agli oppressori.

 

A mio avviso ci riesce con estrema efficacia. 

 

 

[La torta del presidente: un corteo celebrativo in onore di Saddam]

 

L’opera di Hasan Hadi detiene poi due importanti primati: si tratta del primo film iracheno a trattare il periodo storico degli anni Novanta, nonché il primo rappresentante dell’Iraq a raggiungere la shortlist degli Oscar per il miglior film internazionale.

 

Il vero e proprio culmine di una rinascita cinematografica dello Stato mediorientale, già percepibile negli ultimi anni grazie a piccole perle come Europa di Haider Rashid e Hanging Gardens di Ahmed Yassin Al Daradji.

 

Una fioritura che sta portando la produzione nazionale a riappropriarsi gradualmente della propria immagine e a costruirsi finalmente uno spazio autoriale ben definito, seppur rimanga ancora molto dipendente dall’apporto di co-produzioni estere (in questo caso, tra i produttori esecutivi figurano tra gli altri Eric Roth, Marielle Heller e Chris Columbus). 

 

 

[La torta del presidente: Lamia e Saeed per le strade di Baghdad]

 

Ma non è tutto.

 

A consacrare il definitivo splendore de La torta del presidente è il suo finale indimenticabile.

Una sequenza sospesa nel tempo, un rifugio infantile dagli orrori del mondo, capace di congiungere silenziosamente la violenza straziante del Cafarnao di Nadine Labaki con la disillusione fiabesca del Cinema di Andrea Arnold.

 

Un gioco di sguardi che finisce per racchiudere tutto. 

Il terrore, la sofferenza e le speranze trentennali di un intero popolo.

 

[articolo a cura di Simone Loi]

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