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Mio fratello è un vichingo - Recensione: Mads Mikkelsen in una dark comedy sulla diversità

Arriva al cinema Mio fratello è un vichingo, dark comedy con protagonista Mads Mikkelsen che si divide tra felicità, diversità e traumi familiari 

Titolo originale: Den sidste Viking
Genere: Commedia, Drammatico
Regia: Anders Thomas Jensen
Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen
Cast: Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas
Distribuzione: Plaion
Uscita Italia: 26 marzo 2026
Durata: 116 minuti
Paese: Danimarca, Svezia

 

Mio fratello è un vichingo è il nuovo film diretto da Anders Thomas Jensen - regista di film come Riders of Justice e Le mele di Adamo - con Mads Mikkelsen tra i suoi attori principali.

 

Il film è stato presentato Fuori Concorso all'82ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

 

[Trailer italiano di Mio fratello è un vichingo]

 

 

Anker (Nikolaj Lie Kaas) è un rapinatore di banche che finalmente viene scarcerato dopo quasi 15 anni di detenzione.

 

Una volta uscito di galera deve recuperare una borsa piena di soldi che, poco prima di essere catturato, aveva fatto nascondere a suo fratello Manfred (Mads Mikkelsen). 

L'operazione non sembra particolarmente difficile, se non per un piccolo dettaglio: Manfred ha perso la memoria, crede di chiamarsi John e di essere uno dei Beatles. 

 

Per aiutare il fratello a ricordare, Anker decide di assecondarlo e "riunire i Beatles", cercando altre persone convinte di essere la reincarnazione di uno dei membri della storica band inglese. 

 

Il risultato sarà esilarante, tanto che uno di loro si convincerà non solo di essere Paul McCartney, ma anche George Harrison.

 

 

[Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas in una scena di Mio fratello è un vichingo]

 

Il film usa il linguaggio della commedia per scavare più a fondo nell'animo umano e ben presto scopriamo che i fratelli hanno scelto di eliminare alcuni ricordi della loro infanzia per proteggersi da una memoria dolorosa. 

 

Tornare nella loro vecchia casa, ora un Bed & Breakfast immerso nel verde, riporta a galla qualcosa che era stato a lungo seppellito nella loro mente per non essere trovato, proprio come i soldi della rapina. 

Anker e Manfred sono stati vessati per anni dal padre a causa delle stranezze di Manfred, fin da piccolo ossessionato dalla storia dei vichinghi, cosa che ha finito irrimediabilmente per segnare entrambi. 

 

Anker si è sempre preso cura del fratello, ma chi si è preso cura di Anker? Non si tratta tanto di ritrovare il bottino scomparso, quanto di due fratelli che devono ricucire un rapporto perduto da anni. 

Mads Mikkelsen si immerge in un personaggio complesso, che non ha nulla a che vedere con i villain e i ruoli drammatici che gli abbiamo spesso visto interpretare. 

Una maschera fatta di capelli ricci, occhiali da vista e una giacca azzurra rendono l'attore danese quasi irriconoscibile, ma non per questo meno interessante. 

 

L'animo di un bambino ferito viene intrappolato in un corpo adulto e affezionarsi a Manfred sembra inevitabile - nonostante la sua capacità di dire sempre la cosa meno appropriata, lo strano vizio di rubare cagnolini agli sconosciuti e di lanciarsi dalle finestre o dalle macchine in corsa.

 

Le risate sono assicurate.

 

 

[Mads Mikkelsen in una scena di Mio fratello è un vichingo]


Anders Thomas Jensen dirige una dark comedy come non se ne vedevano da tempo. 

 

Le due ore sullo schermo passano in fretta, alternando momenti in grado di divertire lo spettatore ad altri al limite dell'horror, in cui si avrà la tentazione di mettersi le mani davanti agli occhi per non guardare. 

 

Quella del regista è una sorta di terapia d'urto: metterci davanti agli esiti di una violenza senza freni per insegnarci quanto questa sia sbagliata, quanto possa lasciare segni destinati a rimanere indelebili.

 

 

[Manfred (Mads Mikkelsen) e Anker (Nikolaj Lie Kaas) in una scena di Mio fratello è un vichingo]

 

 

In Mio fratello è un vichingo c'è il desiderio di trattare temi complessi senza per questo restituire allo spettatore una pellicola cupa o retorica.

 

Al centro c'è il rapporto tra genitori e figli, con una particolare attenzione ai traumi legati all'infanzia e al loro superamento, ma anche la presa di coscienza della possibilità di un futuro diverso, in cui a scegliere chi dobbiamo essere siamo noi e non il nostro passato.

In un periodo storico in cui uniformarsi agli altri sembra essere l'unico modo per sopravvivere, questo film ci ricorda che è esattamente il contrario. 

 

La felicità deriva proprio dall'accettazione del diverso e, in questo, siamo tutti uguali.

___

 

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