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Non è un paese per vecchi, titolavano i fratelli Coen dopo essere rimasti a loro tempo folgorati dalle iconiche pagine del sommo Cormac McCarthy.
Tuttavia, giunti in fondo agli ipnotici 90 minuti di Keeper - L’eletta, verrebbe piuttosto da affermare che non è più un Cinema per uomini.
Almeno non quel Cinema cosiddetto “di genere” che dei brividi cosiddetti “elevati” ha fatto il proprio recente marchio di fabbrica.
[Trailer ufficiale di Keeper - L'eletta]
Che sia il catartico Men di Alex Garland, il folgorante Strange Darling di JT Mollner, il vendicativo Violation di Madeleine Sims-Fewer e Dusty Mancinelli, il (sado)masochistico Piercing di Nicholas Pesce o l’ormai celeberrima Donna Promettente con la quale l'agguerrita Emerald Fennell ha di fatto assestato un sonoro calcione nei testicoli alla Settima Mascolina Arte, mi pare abbastanza evidente quanto il buon vecchio Gentil Sesso tale non sia più, entro i limiti di grandi e piccoli schermi dominati come non mai da Maschioni Alfa sull'orlo di una crisi, se non di nervi, quantomeno d'identità.
Non è dunque un caso che un titolo come Keeper - L’eletta, partorito da un autore del calibro di Oz Perkins che sul doppio cromosoma X ha scientemente cementato la propria incubotica visione sin da quel piccolo angoscioso gioiellino di February, entrando e uscendo con sapiente agilità dalla propria metaforica pellaccia si sia meritatamente ritagliato un posticino d’onore in quella filmica Twilight Zone abitata da Uomini che odiano le donne, ma anche e soprattutto da una schiera di agguerrite adoratrici della fu Lady Vendetta.
E dire che, almeno a prima (s)vista, parrebbe di trovarsi anche stavolta al cospetto del solito e ormai ben rodato ingranaggio che vede un Lui e una Lei travolti da un insolito (e parecchio sovrannaturale) destino pronto a bussare al desolato uscio di Quella casa nel bosco o Cabin Fever che dir si voglia.
Quello sperduto e soffocante locus amoenus fra le cui insidiose quatto mura il pruriginoso Together di Michael Shanks, il teso Heretic di Scott Beck e Bryan Woods, il lisergico Rabbit Trap di Bryn Chainey e il nerissimo Starve Acre di Daniel Kokotajlo fra i tanti hanno saputo dar conto di quanto, oggi più che mai, certe particolari coppiette possano finire pericolosamente e irrimediabilmente per scoppiare da un fotogramma con l'altro.
Come detto sono dunque ancora un Lui (Rossif Sutherland) e una Lei (Tatiana Maslany) e reggere il cinematografico gioco al massacro che farà da sfondo alla sinistra odissea pre-coniugale di Keeper - L’eletta.
Un apparentemente premuroso medico e un’apparentemente inquieta pittrice: entrambi decisi a festeggiare il fatidico primo anno di amoroso idillio, non certo nel solito balneare resort quanto in quella solita baita sperduta nella solita dantesca selva oscura nella quale, per coloro che hanno avuto modo di addocchiare anche solo di sfuggita il misconosciuto A Wounded Fawn di Travis Stevens, già s'intuisce in quali (soliti) metafisici lidi sti sta per andare a parare oltre che, dio piacendo, morire.
[Tatiana Maslany e Rossif Sutherland soli soletti (o quasi) in Keeper - L'eletta]
Oltre al sopracitato Lui e alla summenzionata Lei, stavolta abbiamo in dotazione anche l’immancabile Altro (Birkett Turton), ovvero l’invadente e assai mellifluo cuginetto con tanto di sciantosa quarta incomoda (Eden Weiss) a reggergli il moccolo.
Infine, tanto per non farci mancare proprio nulla, ecco sopraggiungere a tempo record pure gli altrettanto immancabili quanto indesiderati Loro.
Chi sarebbero "Loro"?
Come direbbe lo svalvolato Steve Martin protagonista de Il mistero del cadavere scomparso: “Loro sono Loro, no?!”.
Sì, ma "Loro" chi?
"Loro sono là fuori", sussurrerebbero certamente ai nostri spaventati orecchi David Moreau e Xavier Palaud.
Fuori fra quell'insidiosa boscaglia le cui oscure frasche già occultavano quei ferini e fantasiosi The Watchers che la non certo fresca fantasia di Ishana Night Shyamalan aveva partorito senza particolare infamia né altrettanto convincente lode. Ma "Loro", a ben vedere, potrebbero tranquillamente albergare pure nelle umide e tenebrose viscere di quello scantinato nel quale l'antichissimo babau relegato dallo scaltro Aaron Fradkin nel vedo e non vedo di Beezel attendeva il momento e, soprattutto, la vittima giusta per saziare la propria implacabile fame.
Per non rischiare tuttavia d’infrangere anzitempo il sacro 11° comandamento che c’impone di non spoilerare invano, diremo soltanto che coloro che strisciano, mormorano, s’arrampicano e s’acquattano all’ombra dell'aguzza magione in prezioso legno d’acero che fa da setting a Keeper - L’eletta tutto paiono fuorché appartenenti all’umano genere.
Sul gender, invece, potremmo a lungo star qui a disquisire; non prima ovviamente di aver scovato e opportunamente decriptato il sinistro arcano che si cela dietro la vera identità dell’eccessivamente premuroso padrone di casa e delle sue equivoche quanto improvvise dipartite.
[Eden Weiss zitta e morta in Keeper - L'eletta]
Volendo fare i pignoli fino in fondo ci sarebbero anche una ben poco invitante torta e un vaso stracolmo di un tutt’altro che dolce nettare da aggiungere, quali fondamentali addendi, a questa orrorifica equazione al sapore di memento mori.
Ma poiché la carne al fuoco mi pare qui più che abbondante, per non rischiare un eccesso glicemico o, peggio ancora, un’indigestione di red flags direi che è giunto il momento di tacere e lasciare dunque che l’angosciosa curiosità del caso faccia il proprio sporco e sapiente lavoro.
D'altronde quando si è abbandonati a sé stessi in balia della più nera solitudine, delle viscide attenzioni di un indiscreto potenziale parente acquisito e di sinistre apparizioni che la nostra ignara telefonica amichetta (Tess Dagenstein) difficilmente saprà farci razionalizzare, è allora e solo allora che il marcio che cova sornione fra i recessi di Keeper - L’eletta avrà finalmente modo di esplodere in tutta la propria sinistra potenza; costringendoci una volta per tutte a far lavorare il cervello piuttosto che quel molle stomaco con il quale siamo soliti prendere la maggior parte delle quotidiane decisioni.
Anche perché, se ancora non fosse sufficientemente chiaro, Keeper – L’eletta è quel che si direbbe un horror di testa ancor prima che di pancia. Un horror nel quale, per dirla chiara fin da subito, di teste, nasi e bocche ve ne saranno parecchii e non tutti propriamente al posto giusto.
Costretto a valicare il confine canadese per svicolare le rivoltose barricate innalzate dalla Writers Guild of America dinnanzi al suo spassosissimo The Monkey e alla gran parte delle produzioni hollywoodiane disgraziatamente avviate nel corso della seconda metà di un incendiario 2023, il nostro scafato Oz Perkins concepisce Keeper - L’eletta come un perturbante kammerspiel nel quale gli spazi e i soggetti (più o meno) umani che li abitano instaurano fra loro un inquieto quanto inquietante legame.
Un angusto trait d’union che già muoveva le paranormali maglie domestiche del fantasmatico Sono la bella creatura che vive in questa casa e che sembrava aver trovato piena neo-goticheggiante compiutezza nelle aliene quanto alienanti geometrie che davano surreale forma e tenebrosa sostanza a una nera fiaba neo-femminista come Gretel & Hansel.
[Tatiana Maslany piange sul sangue versato in Keeper - L'eletta]
A tal proposito sorge dunque spontanea una domanda: sarà forse un caso che la domus horroris – o new dark house che dir vogliate – nella quale la nostra Final Girl dal pennello facile vivrà la propria personale home invasion riecheggi così insistentemente le vertiginose e acuminate verticalità di quell’esoterica casupola che, più che dal marzapane, pareva piuttosto originarsi dalla tetra materia di cui sono fatti gli incubi?
Come chioserebbe volentieri quel complottista di Adam Kadmon: “Io non credo proprio!”.
D’altronde, per un horror come Keeper - L’eletta che non fa mistero di puntare in alto al preciso scopo di “elevarsi” come oggi il genere opportunamente comanda, la vertigine di sguardo così come di patema parrebbe una questione tanto di poetica quanto e soprattutto di stile.
Laddove l’angosciosa detection imbastita dalla sensitiva Maika Monroe in Longlegs tendeva piuttosto alla ricerca di “Colui che abita al piano di sotto”, l’occhio indiscreto dalla sedotta e abbandonata Prima - ma non certo unica - Donna sembra piuttosto rivolgersi con timore e un certo morboso voyeurismo a quelle arcane ombre e a quei sordidi rumori che attendono pazienti e ben protetti sotto la cuspide di un tetto o aggrappate allo scivoloso fuoricampo di una grondaia.
Nonostante infatti coloro di cui abbiamo qui sopra solo superficialmente accennato non disdegnino affatto di far capolino dietro uno stipite o direttamente dal fondo di un sinistro corridoio come da antica cinematografica tradizione, stando a quanto c'insegna quel concentrato di angosciosi timori infantili che è il Cobweb di Samuel Bodin è proprio dall’alto che l’orrore, quello vero e senza un chiaro volto, si prepara a calare per reclamare la propria libbra di carne.
Poi è logico: trattandosi di una discesa – seppur metaforica – nell'incubo, è nelle insidiose profondità della sua stessa topografia che Keeper - L’eletta finirà per impattare contro il proprio terrificante e al contempo catartico climax.
Tuttavia è bene ricordare che, ancor prima di scendere, la paura e le metamorfosi che essa inevitabilmente porta con sé sono irrimediabilmente destinate a salire verso quelle ripide Montagne della follia che un visionario come H.P. Lovecraft già aveva avuto modo di scalare con terrificante nonchalance.
Che lo si legga come altissimo, purissimo e dolcissimo "elevated horror" immerso fino al midollo nella densa melassa del più criptico simbolismo #MeToo piuttosto che come semplice distillato di raggelanti suggestioni a favore d'intrattenimento, Keeper - L’eletta riesce comunque a centrare moderatamente l'obiettivo prefissato; pur senza togliere né aggiungere nulla di realmente innovativo a un immaginario che, da un quindicennio a questa parte, grazie a nomi del calibro di Robert Eggers, Ari Aster, Jordan Peele e talentuosa compagnia filmante abbiamo ormai imparato a conoscere e diligentemente adorare.
[L'orrore bussa sempre due volte in Keeper - L'eletta]
Che l'intento di un egualmente ingombrante figlioccio d'arte quale Perkins Jr. non sia stato propriamente quello di stupire o rinfrescare quanto piuttosto d'incutere un (in)sano strisciante timore – se di Dio o di qualche altro pagano idolo lascio a voi la questione – col solo potere del non detto e del non visto, mi pare cosa più che evidente sin da uno scioccante prologo bagnato letteralmente nel sangue, nel corso del quale già veniamo ellitticamente messi al cospetto di una vera e propria summa del sottile quanto graffiante spirito che pervaderà da qui in avanti ogni anfratto dell'inquadratura.
Malgrado la penna e la mano che lo dipingono siano biologicamente maschili, Keeper - L’eletta è senza dubbio un film che sguazza e affonda nella più spessa femminilità.
Un'opera popolata da donne - in tutte le loro fogge e mostruose manifestazioni - che proprio alle donne non fa mistero di guardare con una certa cura e complicità; rendendo di fatto impossibile a chiunque dotato di una Y quale secondo cromosoma e di un eccesso di testosterone nelle proprie ghiandole non farsi due domande e darsi altrettante inequivocabili risposte.
Da un punto di vista prettamente formale Keeper - L’eletta è inoltre un'opera che possiede una sua propria innegabile teatralità: non fosse che per quell'unità di tempo, di spazio e di azione che permette al proprio autore di concentrare ogni sussulto, apparizione e sinistro accadimento entro gli insolitamente ariosi confini di una prigione, se non dorata, quantomeno lignea.
Un palcoscenico fatto di tenebre e architetture razionaliste dentro il cui squadrato perimetro il sovra e l'umano avranno modo d'incontrarsi e inevitabilmente scontrarsi come nelle più terrificanti favole della buonanotte.
A ben vedere Keeper - L'eletta ci appare piuttosto come una favola non certo popolata dai soliti principi e principesse, quanto da equivoci maschi e insidiate femmine; queste ultime costrette a guardarsi le spalle e a guardare letteralmente in faccia i molteplici volti di un antico Male che, attraversando tanto lo spazio quanto e soprattutto il tempo, con la scusa di una faustiana immortalità si appresta a perpetuare un necessario quanto spietato do ut des.
Un sacrificio in piena regola: il prezzo del quale proprio le donne paiono aver dovuto sinora pagare e che solamente una donna potrà, forse e dico forse, sciogliere dal proprio plurisecolare incantesimo con quel tocco di provvidenziale "dolcezza" che solo chi è moglie, madre, sorella o semplice compagna saprà come e dove dispensare.
"Non voglio più giocare nel tuo cortile; non ti voglio più se tu non sei buono con me!" salmodiano le sibilline strofe di Peggy Lee che accompagnano, a mo' di perturbante nenia, l'oscuro incedere di Keeper - L’eletta; rivelandosi a più riprese l'unica fondamentale chiave di lettura attraverso la quale tentare di dare un senso a ciò che di insondabile e altrettanto inesplicabile finirà per abbattersi sulla nostra sprovveduta e, per l'appunto, designata vittima.
Proprio su quell'Eletta a cui, tanto vale specificarlo, l'italico inutile sottotitolo fa pedante e spoileroso riferimento ancor prima dei loghi di Wayward Entertainment e Neon.
[La morte non ha volto ma tanto cuore in Keeper - L'eletta]
Un monito, quello spalmato in sottotraccia alla sopracitata strimpellante canzoncina, che la discreta ma pur sempre riconoscibilissima mano registica di Oz Perkins – unita alla solida penna di Nick Lepard, alla pastosa fotografia di Jeremy Cox e alle suggestive sonorità di Edo Van Breemen – riesce ottimamente a rimarcare; laddove l'apparente solitudine di un'ennesima glaciale The Lodge mostra in realtà di covare tanti mostri quanto il celeberrimo sonno della ragione pittato a suo tempo dal tribolato Francisco Goya.
Fosse stato diretto da un Tizo, da un Caio o da un Sempronio qualunque, probabilmente Keeper - L’eletta avrebbe generato due opposte reazioni: tra coloro che si sarebbero stracciati le vesti gridando alla nascita di una nuova gallina dalle uova d'horror e altri, invece, pronti a etichettarlo come l'ennesimo fuoco di paglia nato, cresciuto e destinato a esaurirsi nel mare magnum di un (sotto)genere oggi più che mai a rischio di precoce inflazione.
Trattandosi tuttavia di un'opera che porta marchiata a fuoco l'ingombrante firma di un tipetto come Oz Perkins, dirri piuttosto che Keeper - L'eletta merita di essere inquadrato e conseguentemente giudicato sotto ben altra e alta luce.
A prima (s)vista si potrebbe dunque etichettarla come un'opera "minore" o, per così dire, di transizione all'interno di una filmografia che, almeno finora, ha saputo inquietarci, sorprenderci e addirittura spiazzarsi a ogni singola puntata.
Un progetto nato quasi più per necessità che non per diretta volontà del proprio autore; quest'ultimo costretto a tenere in moto la manovella della propria brulicante fantasia in un delicato momento nel quale la gran parte delle scribacchiane maestranze in dotazione alla secolare Fabbrica dei Sogni si trovavano ostinatamente incrociate contro lo strapotere del Sistema stesso.
Un prodotto, dunque, nato come creativa valvola di sfogo nel quale la coagulazione di gran parte dei topoi, dei cliché e degli archetipi tanto cari al poroso e, spesso, forzatamente allegorico "Cinema de paura" 3.0 hanno finito per dar vita a uno strambo oggettucolo filmico non propriamente identificato né identificabile: pericolosamente in bilico fra il puro genio, il mero mestiere e un insidioso quanto rassicurante déjà vu.
Personalmente, dopo aver (ri)visto molto attentamente e altrettanto volentieri questo Keeper - L'eletta, mi sono sufficientemente convinto del fatto che abbiamo qui a che fare con un'entità certamente derivativa – e, in certa misura, consapevolmente compilativa – la quale tuttavia trova la propria dignitosa ragion d'essere, oltre che un'innegabile forza, nella capacità con la quale il messaggio neo femminile più che meramente neo femminista che lo accompagna in sottotraccia viene sapientemente inoculato.
È una morale al contempo discreta e potente quella che l'abile Osgood riesce a far filtrare tra i pochi ma buoni jumpscare tutt'altro che gratuiti e i metaforici indizi che affastellano un tenebroso microcosmo domestico nel quale, tolta di mezzo la paranormale allegoria di fondo e tutte le sue mostruose molteplici personificazioni, a rimanere ben impressa negli occhi e nella mente è in realtà un'insidia decisamente poco sovra e genuinamente più naturale.
Una minaccia, quella che brulica nel ventre molle di Keeper - L’eletta, che viaggia attraverso il caro vecchio adagio del Maschione Alfa destinato prima o poi a soccombere alla, questa si, sovra-umana e assai arcana natura di una Femina Ridens - come direbbe quel gran marpione di Piero Schiavazappa - la cui vendetta, più che essere Bianca come il latte, rossa come il sangue sarà tutt'al più nera come la notte e dolce come il miele.
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