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Ogni generazione eredita un’idea di maturità, o più precisamente un modello di aspettative e parametri, con cui è portata inevitabilmente a confrontarsi. Spesso si manifesta nel più comune parallelismo tra genitori e figli, e spesso si traduce nella circoscrizione della generazione precedente come esemplare, e di quella successiva come manchevole.
In questa frattura generazionale si inserisce Tienimi presente, opera prima di Alberto Palmiero e vincitrice del Premio Miglior Opera Prima nella sezione Freestyle della 20ª Festa del Cinema di Roma.
[Trailer ufficiale di Tienimi Presente]
Il protagonista Alberto (parziale personificazione dello stesso autore e interpretato da lui stesso), è un giovane regista disilluso che, dopo anni di progetti incerti e interlocutori sfuggenti, da Roma rientra nella città natale di Aversa, a ponderare la stasi del suo sogno artistico.
Per quanto sceneggiato sull’esperienza personale di Palmiero, quindi apparentemente specifico all’esperienza del percorso creativo, Tienimi presente è, più ampiamente, un film sulla condizione incerta del ritrovarsi giovani adulti nella realtà di oggi.
Alla soglia dei trent’anni, Alberto è certo unicamente di ciò che, nell’immaginario collettivo, dovrebbe approssimarsi a essere, eppure non è: non è sposato, non è padre, non ha una casa propria, un reddito, una direzione, non ha una posizione nel mondo, e di certo non è regista.
[Tienimi Presente: Alberto e i suoi genitori in una scena del film]
Il ritorno alle origini di Alberto non assume i contorni della redenzione né quelli contrastanti della resa definitiva, bensì di una sospensione agrodolce, in cui Palmiero intercetta con precisione una condizione generazionale diffusa, reinscrivendo ciò che potrebbe apparire come fallimento individuale nella normalità condivisa dello spaesamento.
Lo sguardo del regista non è una denuncia di responsabilità - che sia sociale, sistemica o territoriale - ma la normalizzazione di una fragilità che non è spettacolo, tragedia o melodramma, ma piuttosto un quotidiano da prendere con più leggerezza.
La conseguente sobrietà strutturale, quasi una collezione diaristica di vignette, è al contempo forza della pellicola - da cui la declinazione intima della storia - e vincolo formale determinato da limiti esterni, di budget e mezzi.
Particolarmente riuscito è l’elemento di autoironia che attraversa il racconto, lontano dal puro compiacimento, nonché l’interpretazione dello stesso Palmiero, nel doppio ruolo di attore e regista, malincomica, anche autodeprecante, evocativa della tradizione italiana e non per questo citazionista.
[Tienimi Presente: Alberto Palmiero nel ruolo del protagonista]
In conclusione non un esordio rivoluzionario, ma un film che, nella sua semplicità, lascia emergere un’urgenza autentica.
Tienimi presente suggerisce come il valore personale non si misuri necessariamente nel soddisfacimento di modelli arbitrari, ma possa prendere forma nella continuità imperfetta del quotidiano.
In questa incompiutezza, accolta senza retorica, si intravede uno sguardo nuovo e promettente nel panorama del Cinema italiano contemporaneo.
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