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Ci sono film che parlano di Africa e film che la attraversano.
I primi spiegano e semplificano, incorniciando le dinamiche per lo spettatore occidentale - come personalmente credo faccia Io Capitano di Matteo Garrone - mentre i secondi non chiedono permesso né traducono nulla.
My Father’s Shadow, folgorante esordio nel lungometraggio di Akinola Davies Jr., appartiene con decisione a questa seconda famiglia.
[Trailer ufficiale di My Father’s Shadow]
Il film non cerca di essere “importante” e non costruisce tesi paternalistiche, limitandosi a seguire dei corpi nello spazio.
La storia è minima, quasi ostinatamente anti-spettacolare: due bambini, Remi e Aki, vivono in campagna e ritrovano dopo tempo di assenza loro padre Folarin, che li porta a Lagos per risolvere una questione di lavoro.
Devono recuperare uno stipendio arretrato, aspettano un manager che non arriva mai e di conseguenza fanno passare le ore. Un tempo dilatato, tipico di chi conosce davvero le dinamiche della società africana.
Lagos è tesa, attraversata dalla presenza dei militari, sospesa nel giorno delle elezioni del 1993 che verranno poi annullate, con le conseguenti sommosse.
Intorno succedono cose potenzialmente enormi, ma il film sceglie di restare vicino alle cose minuscole: un giro al parco, un bagno al mare con rivelazioni importanti, lo street food, le chiacchiere distratte.
È il tempo morto dell’infanzia, quello in cui non capisci davvero cosa stia accadendo, ma senti che qualcosa sta cambiando. Davies capisce che il coming of age nasce da una frattura interna, da uno spostamento impercettibile nello sguardo e non da eventi eclatanti.
La macchina da presa resta quasi sempre bassa, all’altezza degli occhi dei bambini e questa classica scelta registica modifica tutto.
Lagos non è una metropoli “spiegata” ma un organismo rumoroso che ti passa accanto.
La politica la percepisci senza poterla capire fino in fondo, come i ragazzini protagonisti del film, e si manifesta nei soldati agli incroci, nei televisori accesi nei bar, nella folla che cambia umore nel giro di pochi minuti.
Il risultato è una fiction che ha la consistenza del documentario, come se qualcuno avesse seguito davvero quella famiglia senza interferire.
L’impressione è di assistere a qualcosa di non mediato, quasi rubato, e questa qualità di verità è rara.
[My Father's Shadow: Ṣọpẹ́ Dìrísù con i due piccoli Godwin e Chibuike Marvelous Egbo]
Al centro di tutto c’è Folarin, interpretato da Ṣọpẹ́ Dìrísù, presenza attraente e opaca allo stesso tempo.
È un padre affettuoso e distante, protettivo e bugiardo, capace di slanci teneri e improvvisi silenzi. Non è mai completamente leggibile.
Sanguina dal naso senza spiegazioni, ha debiti, ha un’amante, forse ha partecipato a episodi di violenza politica; i figli lo guardano come si guarda un dio, convinti che sappia sempre cosa fare.
Poi, lentamente, quell’immagine si incrina.
È il passaggio più doloroso e più universale dell’infanzia: capire che il padre non è un eroe, ma un uomo.
In quel momento non crolla solo una figura familiare, crolla una geografia intera. Facile pensare che Davies abbia visto nel padre del film l’Africa intera: protettiva ma anche carceriera.
In questo senso il film dialoga con altri racconti di formazione dove la figura paterna è una presenza ingombrante, ambigua, decisiva, tanto quanto è fragile e umana.
Mi viene in mente Aftersun, dove il ricordo del padre è una superficie fragile da cui emergono crepe mai sanate, oppure la dimensione quasi cosmica del padre autoritario in The Tree of Life, o ancora il legame concreto, fatto di necessità e sopravvivenza, di Ladri di biciclette.
Davies non cita apertamente nessuno, ma sembra raccogliere quell’eredità emotiva e riportarla a terra, in una Lagos calda e polverosa dove tutto è più fisico e immediato.
La fotografia contribuisce in modo decisivo a questa sensazione di realtà: i colori sono densi e saturi, le pelli brillano, la luce è tagliente, l’aria sembra pesare. Si percepisce chiaramente il passato di Davies nel mondo dei fashion film e della pubblicità perché l’inquadratura, anche se quasi sempre con macchina a mano, è sempre ipercontrollata, mai casuale, attenta alle linee e alle texture.
Una precisione che non diventa mai patina, come se la grammatica del fashion fosse stata smontata e rimontata per raccontare sudore, traffico, folla, sabbia.
Ne esce un equilibrio raro tra bellezza e verità, tra forma e vita.
C’è poi un aspetto politico che non ha bisogno di dichiarazioni. Il film funziona perché nasce da uno sguardo interno: un regista di sangue nigeriano che racconta la Nigeria non sente il bisogno di spiegare, tradurre, rendere tutto accessibile a uno spettatore bianco occidentale.
[My Father's Shadow: Ṣọpẹ́ Dìrísù con i due piccoli Godwin e Chibuike Marvelous Egbo]
In My Father's Shadow non ci sono didattica, pietismo né esotismo.
Nessuno ti accompagna per mano. Se qualcosa ti sfugge, resta lì.
Ed è giusto così.
Questa libertà narrativa elimina automaticamente stereotipi e paternalismi. Non vediamo un Paese ridotto a problema o a metafora. Alla fine, il film non cerca il colpo emotivo; c’è solo la consapevolezza che qualcosa si è spezzato e che i bambini non torneranno più come prima.
Sono diventati adulti. È un epilogo silenzioso, coerente con tutto ciò che lo precede e non tutto avrà una risposta.
My Father’s Shadow è un’opera prima matura, capace di essere personale senza diventare autoreferenziale o didascalica.
Un film che non fa rumore ma costruisce una presenza solida, come certi ricordi d’infanzia che tornano all’improvviso mentre cammini per strada.
Quando lo sguardo è onesto e “interno”, non serve altro.
[articolo a cura di Pietro Baroni]
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