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Yellow Letters - Recensione: l'amore ai tempi del dissenso

Vincitore dell'Orso d'oro alla Berlinale 2026, il nuovo dramma politico di İlker Çatak è ambientato in una Turchia che soffoca il dissenso

Titolo originale: Gelbe Briefe
Genere: Drammatico
Regia: İlker Çatak
Sceneggiatura: İlker Çatak, Ayda Meryem Çatak, Enis Köstepen
Cast: Tansu Biçer, Özgü Namal, Leyla Smyrna Cabas
Distribuzione Italia: TBA
Uscita Italia: TBA
Durata: 128 minuti
Paese: Francia, Germania, Turchia

 

Yellow Letters è il nuovo film di İlker Çatak che ha vinto l'Orso d'oro al 76° Festival Internazionale del Cinema di Berlino

 

Il film racconta di un nemico onnipresente, ma indefinito, che si aggira nella vita dei protagonisti, trasformandola repentinamente: niente più casa, lavoro, prestigio: solo perché si è creduto fermamente in qualcosa. 

Aziz (Tansu Biçer) e Derya (Özgü Namal) sono due artisti di Ankara: lui drammaturgo, lei la protagonista di tutte le sue pièce.

A causa di alcuni loro commenti apertamente critici verso il governo turco, Aziz e Derya perdono il lavoro e sono costretti a trasferirsi dalla madre di Aziz a Istanbul, insieme alla figlia Ezgi (Leyla Smyrna Cabas).  

 

I due coniugi affronteranno la situazione in maniera diversa: se Aziz, fermo sulle proprie idee e convinzioni, farà di tutto per non cedere alle regole del mercato, Derya capirà invece che per lei le priorità sono l’indipendenza economica e la stabilità familiare. 

 

[Trailer ufficiale di Yellow Letters]

 

 

In Yellow Letters il regista mantiene lo stesso ritmo serrato de La sala professori, compiendo un mirato lavoro di sceneggiatura (scritta dal regista in collaborazione con Ayda Meryem Çatak e Enis Köstepen).

 

Nel film precedente l’ambientazione è caratterizzata da una claustrofobica aula scolastica, qui invece gli spazi divengono centrali, i protagonisti si muovono tra Ankara e Istanbul e le contraddizioni dei luoghi che attraversano vengono a galla. 

Le due città turche sono in realtà solo ricostruite, perché Yellow Letters è stato girato tra Berlino e Amburgo.

Questa scelta, rivelata dalla scritta a inizio film “Berlin as Ankara”, fa supporre che İlker Çatak voglia consapevolmente lanciare il messaggio che quelle che scuotono i protagonisti siano criticità non ascrivibili solo a un dato luogo, ma universali.

 

Yellow Letters, infatti, non affronta apertamente la situazione politica fornendo dettagli o riferimenti reali; quelle che il film mette in luce sono le conseguenze derivanti dal dissenso politico e come queste trasformino la vita di Aziz e Derya.

Oggi l’arte può aiutare a cambiare le cose?

Questa è la domanda che percorre silenziosamente Yellow Letters nelle sue oltre due ore di durata. 

La risposta non è univoca e ciò crea irrimediabilmente un distacco tra i due coniugi. Quella che emerge è la tensione tra ideale e sopravvivenza, tra coerenza morale e necessità economica. 

 

Proprio in questo conflitto irrisolto che İlker Çatak costruisce il cuore drammatico del film, in cui una questione pubblica diventa inevitabilmente privata, attraversando l’intimità di un nucleo familiare.

 

 

[Özgü Namal e Tansu Biçer in Yellow Letters]

 

 

Çatak esplora senza filtri un tema fortemente attuale, mettendo a nudo quello che è il centro del problema, soprattutto nel mondo dell’arte e dello spettacolo: continuare a lavorare o scegliere di esporsi?

 

Il teatro e le modalità in cui viene rappresentato si fanno qui espediente narrativo. 

Attraverso battute, dialoghi, copioni, i due coniugi tentano anche di comunicare tra loro, facendo emergere apertamente il divario ideologico che, a un certo punto, attraversa la loro relazione.

 

"Ti ho creata io", afferma Aziz durante un litigio con la moglie, mettendo in luce come Derya sia diventata qualcuno grazie alle sue parole, parole che lei si rifiuta di continuare a pronunciare in scena. 

In questa frattura si inserisce anche una riflessione sulla condizione femminile, con Derya che lotta per la propria autonomia economica e identitaria trovandosi ostacolata, almeno simbolicamente, da un marito che la vorrebbe perfettamente aderente alle proprie convinzioni.

Un uomo che, alla fine, non sopporta di vederla diversa da come "lui l’ha creata". 

 

L'autore tedesco parte dal politico per arrivare a parlare di altro: entra nella quotidianità di una famiglia facendo emergere contraddizioni che, alla fine, non hanno a che vedere con la politica.

Se il conflitto nasce dal dissenso pubblico, ciò che resta è una crisi profondamente personale.  

___ 

 

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