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Rose - Recensione: una questione di autodeterminazione

Sandra Hüller incanta nell'austero dramma storico di Markus Schleinzer, vincendo l'Orso d'argento alla migliore interpretazione da protagonista alla Berlinale 2026

Titolo originale: Rose 
Genere: Drammatico, Storico
Regia: Markus Schleinzer
Sceneggiatura: Markus Schleinzer, Alexander Brom
Cast: Sandra Hüller, Caro Braun, Marisa Growaldt
Fotografia: Gerald Kerkletz
Distribuzione Italia: TBA
Uscita Italia: TBA
Durata: 93 minuti
Paese: Austria, Germania

Presentato in concorso alla 76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, il terzo film di Markus Schleinzer segna il ritorno del regista austriaco al dramma storico a otto anni di distanza da Angelo e, soprattutto, riporta sugli schermi la magnetica Sandra Hüller, reduce dai successi di Anatomia di una caduta e La zona di interesse.

 

Rose è girato in uno splendido bianco e nero che richiama quello di capolavori come Andrej Rublëv di Andrej Tarkovskij e Hard To Be a God di Aleksej German, è un film che conferma l'approccio austero e rigoroso del regista austriaco e la capacità di Hüller di comandare lo schermo, tanto da farle guadagnare un meritatissimo Orso d'argento alla miglior interpretazione da protagonista.

 

[Il trailer di Rose, presentato in concorso al 76° Festival Internazionale del Cinema di Berlino] 

 

 

Rose è il vero nome di una donna che ha deciso di vestire i panni di un soldato e arruolarsi nella Guerra dei Trent'anni, dove rimane sfigurata da un colpo di proiettile.

 

Giunta a un piccolo villaggio protestante, Rose si finge un giovane ereditiero, assumendo l'identità di un compagno caduto in battaglia.

Con lavoro e dedizione, a poco a poco Rose si guadagna la fiducia degli abitanti, acquisendo anche un lotto di terra in seguito al matrimonio con Suzanne, figlia di un contadino.

 

Mentre Rose cerca in ogni modo di assicurarsi un futuro di libertà e stabilità, una serie di incidenti rischia di compromettere il segreto della sua identità.

 

 

[Sandra Hüller in una scena di Rose]
 

 

Già conosciuto come attore e casting director, Markus Schleinzer viene da quella scuola austriaca dello sconforto che può contare come membro più celebre Michael Haneke (con cui Schneizler ha lavorato a tre film, tra i quali Il nastro bianco sembra quello più direttamente legato a Rose per estetica e tematiche) e come altri nomi di punta Ulrich Seidl e Jessica Hausner.

 

Schleinzer prende spunto dai casi documentati di crossdressing nel Seicento per raccontare la storia di una donna che decide di vivere come un uomo per sfuggire alle costrizioni di genere e classe della sua epoca.

Il film rappresenta nell'austerità del suo bellissimo bianco e nero tutta l'asprezza dell'epoca, sebbene Schleinzer apra spesso a momenti di ironia, creati da situazioni paradossali quando non addirittura "miracolose".

 

Il lavoro di Rose sul tema di identità e emancipazione femminile non può che portare alla mente il Cinema di Ingmar Bergman o, se pensiamo a casi più recenti, a film come The Girl With the Needle, con il quale condivide l'elemento narrativo del ritorno dalla guerra come elemento di alterità che sconvolge irrimediabilmente gli equilibri sociali. 

 

Il direttore della fotografia Gerald Kerkletz costruisce Rose su inquadrature fisse dal ricco montaggio interno, con una precisione quasi pittorica (evidenti i richiami a Pieter Bruegel il Vecchio), dando forma a un ordine in attesa solamente di essere sconvolto.

La rappresentazione del travestitismo come atto trasgressivo e liberatorio crea un dialogo con la misoginia profondamente radicata nell'Europa protestante del Seicento, tracciando una linea che arriva fino ai giorni nostri.

"C'è più libertà in un paio di pantaloni": questa frase, pronunciata dalla straordinaria Sandra Hüller sintetizza il cuore tematico di Rose.

Il film esplora l'autodeterminazione oltre i confini di genere, ma anche la xenofobia e la misoginia socialmente radicate nel XVII secolo.

 

L'attrice tedesca trova in Rose una nuova sfida, calandosi nella parte con controllo e freddezza, ma con la capacità di esplodere in picchi emotivi di frustrazione e tenerezza. 

 

 

[Caro Braun e Sandra Hüller in una scena di Rose]

 

Caro Braun nel ruolo di Suzanna è un perfetto contraltare, personaggio ambiguo nella sua mitezza ma capace di ironia e fierezza.

 

Le due donne al centro di Rose sono l'espressione di una battaglia per la libertà personale, contro la discriminazione e gli stringenti dogmi religiosi.

La voce narrante di Marisa Growaldt dona a Rose una patina fiabesca, accentuata dalla litania liturgica di Tara Nome Doyle - un modo per rendere la parabola di Rose un monito universale che riecheggi nel tempo e nello spazio, come lo fanno le parole della donna: "Non siamo fatti da Dio. Noi soli creiamo e scopriamo noi stessi"

 

Con appena un'ora e mezza di durata, Rose appare un film tanto essenziale nella forma quanto nel messaggio; ma la serietà eccessiva dell'opera, insieme alla sua cupezza, risulta in certi momenti ridondante, soprattutto a fronte della durata. 

Se il casting di Sandra Hüller e Caro Braun è azzeccato, oltre la patina di ricercatezza estetica rimane un film che, tutto sommato, risulta piuttosto convenzionale, soprattutto nel confronto con i propri modelli.

Il tema della liberazione e dell'autodeterminazione arriva principalmente grazie al lavoro straordinario delle interpreti, mentre la resa formale è quella di un dramma storico da manuale, purtroppo nell'accezione di "già visto". 

 

Sebbene il film non mi abbia convinto appieno - avrei desiderato più incisività nel confronto tra individuo e società, sacrificando qualche vignetta fin troppo macchiettistica - Rose rimane un'opera preziosa sul potere della volontà contro la rassegnazione a un destino scritto. 

 

Un messaggio lodevole, veicolato da una messaggera d'eccezione.

___ 

 

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