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In spagnolo Apagón vuol dire blackout.
C’è il 2% di possibilità che nei prossimi anni una tempesta solare investa la Terra, causando un crollo totale dei sistemi elettrici globali con conseguenze disastrose per tutta l’umanità.
Un’ipotesi remota ma plausibile, che diventa realtà nella serie TV spagnola Apagón, ispirata al podcast da oltre 7 milioni di download El gran Apagón.
Cinque episodi diretti da cinque registi diversi, cinque storie indipendenti, eppure finemente collegate tra loro.
[Trailer ufficiale di Apagón]
Apagón è una serie TV distopica priva di fantascienza, profondamente essenziale, capace di rappresentare crisi sociali e fenomeni catastrofici e allo stesso tempo in grado di creare uno spazio che faccia sentire il pubblico al sicuro, seppur davanti la prospettiva di un’apocalisse imminente.
Ognuno degli episodi di Apagón rappresenta una fase dell’emergenza, così come specificato dai diversi titoli che, a mio avviso, possono essere interpretati anche come un riferimento alle diverse fasi dell’elaborazione di un trauma.
Se storicamente la distopia e il racconto del futuro sono stati strumenti per mettere a nudo le contraddizioni e le crisi del presente, Apagón trasforma questa funzione in un vero e proprio percorso terapeutico. La serie mette lo spettatore di fronte alla precarietà dei rapporti umani, suggerendo che il sistema davvero a rischio non è quello delle infrastrutture, bensì quello delle relazioni.
Paradossalmente, è proprio quando tutto viene oscurato dal blackout che questi legami diventano visibili, rivelandosi nella loro profonda fragilità.
[Apagón: la commissione speciale della Protezione Civile di Madrid nel primo episodio]
Probabilità
Il primo episodio di Apagón, diretto da Rodrigo Sorogoyen – il pluripremiato regista della serie Dieci Capodanni – si apre con le sconvolgenti immagini di un disastro ferroviario: morti, feriti e decine di persone incollate ai notiziari in attesa di aggiornamenti.
Nella control room della Protezione Civile di Madrid sembra una giornata come tante, con solo l’ennesima emergenza da affrontare.
Un improvviso picco di attività solare tuttavia, cambia radicalmente lo scenario, mettendo in allerta il dirigente operativo Ernesto (Luis Callejo), che insieme alla sua equipe è chiamato a valutare la situazione e a decidere come gestire l’imminente codice rosso.
Tecnici e funzionari tendono a minimizzare e a prendere tempo, rifugiandosi dietro statistiche e percentuali, eppure, un anticipo di apocalisse lo abbiamo già sperimentato e ce lo ricordiamo tutti: "quali erano le probabilità che nel 2020 scoppiasse una pandemia?"
A questa domanda cala il silenzio: non è così assurdo allora che la Terra venga investita da un’imminente perturbazione solare.
La sceneggiatrice Isabel Peña ingabbia i suoi personaggi in un labirinto burocratico, che diventa presto un circolo vizioso: non si saprà dove e come colpirà la tempesta solare finché non lo farà, ma la certezza è che lo farà, con effetti catastrofici.
Le prime preoccupazioni sorgono non tanto quando i dati non danno riscontri positivi, ma quando viene meno la coesione e scoppiano i primi conflitti.
È solo il primo tassello che in Apagón cade, scatenando un effetto domino devastante.
È la fine di tutto, è l’inizio di tutto
Al blackout causato dalla tempesta seguirà un incremento di incidenti aerei e terrestri; l’interruzione su larga scala di energia elettrica causerà guasti alle infrastrutture, con conseguenze dirette sui reparti di terapia intensiva, sale operatorie e unità neonatali; infine, il sovraccarico delle reti fognarie darà il via al caos nelle zone urbane.
Se c’è qualcosa di più pericoloso dell’apocalisse però, a mio avviso, sono i media e il loro potenziale.
Perciò uno dei primi effetti del disastro mostrato in Apagón è il crash totale delle reti telefoniche. Internet, radio, televisioni: c’è un caotico silenzio mentre i tecnocrati si dirigono nei bunker di sicurezza, scortati da soldati stellati. È il secondo tassello: con il collasso delle comunicazioni, la società si prepara al tracollo.
Monta un crescendo di allarme e tensione e man mano che il paese sprofonda nel caos, la visuale si fa sempre più irregolare: il regista segue il protagonista affannarsi, con un’inquadratura concitata, traballante e frenetica.
[Ainhoa Santamaría e Melina Matthews nel secondo episodio di Apagón]
Adattarsi
Il secondo episodio, diretto da Raúl Arévalo, catapulta lo spettatore nel vivo dell’emergenza sanitaria.
Abbiamo imparato a conoscere anche questo: soldati ai varchi d’accesso, triage nei parcheggi e familiari che si salutano all’ingresso senza avere la certezza di rivedersi.
Apagón ce lo ricorda senza scomodare la fantascienza.
L’ospedale è in sovraccarico e i pazienti muoiono di appendicite, mentre nelle città non ci sono più medicine, acqua e cibo. La situazione diventa sempre più critica e insostenibile, con turni infiniti, furti e aggressioni. Mentre per strada la folla è sempre più aggressiva, nelle camerate affollate come accampamenti, l’inquadratura indugia sui volti dei medici sfiniti, sulle mani che si sfregano nervose e sugli occhi che contemplano il vuoto.
Quando il disordine sfocia nella disperazione, il ritmo della regia accelera: gli stacchi diventano rapidi, improvvisi, febbrili e immersi nel delirio dell’emergenza.
Niente sembra riuscire a risollevare gli animi, finché un personaggio irrompe in scena con un monito: “L’arte della vita è adattarsi ai cambiamenti”.
È la base dell’evoluzione, il fondamento della sopravvivenza.
[Apagón: una ragazza appartenente al gruppo di adolescenti selvaggi che si vede nel terzo episodio]
“L’uomo produce il male come le api il miele”
Nel terzo episodio di Apagón, diretto dalla regista Isa Campo, la distopia è ormai diventata la quotidianità in un piccolo centro urbano e finalmente, sullo schermo, si possono riconoscere elementi e stilemi tipici del genere post-apocalittico.
I cittadini cercano di sopravvivere in una nuova distopica routine: razionano cibo e acqua, accumulano cianfrusaglie senza alcun apparente valore, saccheggiano gli appartamenti lasciati vuoti dagli altri inquilini e provano a coltivare qualche verdura nelle aiuole del cortile.
A farne le spese più di chiunque sono i ragazzi, che vivono la vita dopo il blackout a metà tra il gioco e la prigione. In quella che viene delineata come una società alla deriva, i personaggi cercano di mantenere una parvenza di integrità morale, lasciandosi gradualmente trascinare a fondo dall’istinto di sopravvivenza e mostrando i primi segni di una brutalità primordiale.
La situazione si fa tesa quando un gruppo di adolescenti sbandati inizia a infestare i palazzi del quartiere, arrivando a introdursi di notte negli appartamenti per razziarli.
Come in un moderno Signore delle mosche, i giovani si muovono in branco, si appropriano delle risorse centellinate e ringhiano con i visi sudici a chi cerca di porre un freno alla loro spregiudicata selvaticità; i ragazzi più grandi si prendono cura dei più piccoli che hanno paura del buio e ci sono fazioni più violente di altre, che cercano di assoggettare il resto del gruppo con la paura.
È una violenza di frontiera e di terre desolate quella mostrata in Apagón, che ricorda molto, a mio avviso, la cornice di Mad Max oltre la sfera del tuono, con quei bambini selvaggi alla disperata ricerca di un’irraggiungibile “Città del domani”.
Mentre le incursioni notturne della baby gang diventano sempre più violente e le reazioni dei residenti si fanno altrettanto dure, tra i palazzi in rovina due sguardi si incrociano: chi dice che non ci sia spazio per una cotta adolescenziale nel bel mezzo dell’apocalisse?
[Apagón: Cortelazor con il suo gregge di capre nel quarto episodio]
Western
Il quarto episodio di Apagón, diretto da Alberto Rodríguez, si apre con un’immagine semplice e essenziale: un uomo solo, avvolto in abiti rurali, che si scalda attorno a un fuoco nel silenzio della montagna.
La nebbia fitta, il gelo e la pioggia che cade senza tregua: la natura sembra proseguire il proprio corso, indifferente alle perdite e alle ferite dell’umanità.
Il protagonista è un eremita di nome Cortelazor (Jesús Carroza), che vive isolato in alta quota, da solo con il suo gregge di capre e un cane pastore: porta con sé un bastone, il cappuccio calato sul volto e un mantello battuto dalla pioggia; attraversa la foresta mentre il temporale infuria, in una corsa arcaica su un’ostile terra di frontiera. La sua figura richiama personaggi iconici come Yupa in Nausicaä della Valle del vento e lo Sparviere de I racconti di Terramare: presenze solitarie, custodi di un sapere antico.
L’equilibrio primordiale di Cortelazor viene interrotto solo quando un gruppo di sopravvissuti in fuga dalla città appare all’improvviso, deciso a impossessarsi dei capi del suo gregge.
Siamo finalmente lontani dal caos e dall’emergenza delle metropoli: è nella natura selvaggia che l’uomo gioca la sua partita per la sopravvivenza, alla ricerca disperata di risorse di cui crede di poter disporre a proprio piacimento.
È il primo episodio di Apagón in cui è possibile percepire una tensione tangibile: gli uomini ormai sono diventati predatori e si appellano alla legge del più forte, perché quando crolla la civiltà a perdurare è solo la legge della natura.
Il pastore sa che l’uomo non riuscirebbe a sopravvivere e che consumerebbe tutte le risorse senza pensare al futuro, proprio come successo nelle città; per questo non può aiutarli.
La natura però non si cura della sorte degli uomini e lo scontro preannunciato è solo un episodio insignificante di fronte allo stato delle cose.
L’uomo è un lupo per i suoi simili e, dove manca la solidarietà, prevale l’egoismo: se il singolo è destinato a scomparire, l’esistenza matrigna della natura rimane ciclica e immutabile, pronta a sostituire chi scompare con qualcun altro che prenderà il suo posto.
[María Vázquez nel quinto episodio di Apagón]
Una nuova vita
Nell’ultimo episodio, diretto da Isaki Lacuesta, viene mostrato come una delle prime conseguenze dell’apocalisse sia l’eliminazione delle classi sociali; la distopia e il nuovo ordine (o disordine) delle cose va concepito, in questo senso, come una rivoluzione epocale.
Il blackout annulla distanze sociali e differenze e tra i primi a comprenderlo è Alicia (María Vázquez), la moglie di Ernesto.
Allertata dal marito nelle fasi iniziali dell’emergenza, riesce a raccogliere l’essenziale e a rifugiarsi nella tenuta di campagna di famiglia, lontano dai rischi della città. Qui si trova a confrontarsi con i braccianti di una cooperativa agricola che coltivano i suoi terreni di cui ignorava persino l’esistenza.
Le tensioni iniziali lasciano progressivamente spazio alla collaborazione, anche per una pratica esigenza di sopravvivenza.
Il quinto e ultimo episodio di Apagón si pone dunque in evidente contrasto con il precedente: se prima dominavano diffidenza e logiche individualiste, ora i personaggi sono costretti a rivedere le proprie priorità, mettendo da parte l’egoismo e riscoprendo il valore della solidarietà come unica possibilità concreta di andare avanti.
Apagón dà prova del fatto che paradossalmente, l’apocalisse è un luogo che ci fa sentire al sicuro.
Un fenomeno catastrofico, ma lontano e surreale, che apre la strada a un rinnovamento in cui l’umanità trova senso di esistere e la quotidianità corrotta viene spazzata via, superata da nuovi principi morali e valori universali.
È il rischio che si porta dietro ogni cambiamento: non voler più tornare a quella che era la vita di prima, perché se la normalità è un disastro, l’apocalisse può significare davvero ricominciare da zero.
Questo lo hanno capito Alicia e Ernesto e, a loro spese, anche tutti gli altri personaggi.
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