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Queen at Sea - Recensione: l'intimità come zona grigia

Con Queen at Sea, Lance Hammer torna in competizione alla Berlinale diciotto anni dopo Ballast, dirigendo Juliette Binoche in un dramma dai complessi risvolti etici  

Titolo originale: Queen at Sea
Genere: Drammatico
Regia: Lance Hammer
Sceneggiatura: Lance Hammer
Cast: Juliette Binoche, Anna Calder-Marshall, Tom Courtenay 
Distribuzione Italia: TBA 
Uscita Italia: TBA
Durata: 121 minuti
Paese: UK, USA

Due anziani salgono degli scalini.

 

L’uomo sostiene la donna e anticipa il suo passo, lei lo segue a fatica e, una volta arrivati in cima, si abbandona tra le sue braccia. 

È un amore che mescola dipendenza e bisogno, quello dei due protagonisti.

 

La "regina nel mare" è Leslie (Anna Calder-Marshall), una donna che soffre di demenza senile: tutti cercano di aiutarla, ma nessuno riesce a capirla; ci prova Amanda (Juliette Binoche), la figlia, ci prova Martin (Tom Courtenay), il compagno, e ci prova persino lo Stato.

 

Le persone intorno a lei credono di sapere cosa sia meglio per una donna che non riconosce più neppure se stessa.

 

[Il red carpet di Queen at Sea, presentato in concorso alla 76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino]

 

 

Queen at Sea, ultima fatica dello statunitense Lance Hammer, è un film che affronta la vecchiaia con lucidità e dignità, scegliendo di eliminare qualsiasi filtro consolatorio.

 

Il gancio della storia è fornito da un interrogativo morale: è giusto che Martin e Leslie abbiano ancora rapporti sessuali, nonostante la donna non capisca pienamente ciò che accade intorno a lei? 

Martin non vuole rinunciare ai momenti di intimità con la moglie, che rappresentano un modo per preservare ciò che resta del loro legame; Amanda, dal canto suo, ritiene profondamente sbagliato che l’uomo si “approfitti” di una donna che non è lucida e che, quindi, non ha possibilità di scelta.

 

Data l’ambiguità della domanda che muove, il film non offre risposte facili ma, anzi, la sua forza sta proprio nell’abitare la zona grigia del dubbio.

Chi può dire cosa sia meglio per una persona che non riesce a comunicare? Il sesso, insieme a tutto ciò che la convivenza con Martin regala a Leslie, sembra essere una delle poche cose che rendono la donna ancora viva, restituendole un frammento di umanità.

Allo stesso tempo, però, Queen at Sea mette al centro un conflitto etico: chiunque considererebbe sbagliato un rapporto sessuale tra una persona consapevole e una che non lo è. 

 

Meno convincente è invece la storyline dedicata a Sara (Florence Hunt), la figlia di Amanda, e al suo percorso da adolescente; non è chiaro quale sia l’obiettivo di questa linea narrativa parallela.

 

Probabilmente un confronto, in cui il tema della sessualità è ricorrente, tra la vita di una giovane donna che scopre il mondo e quella di un’anziana che non lo riconosce più; ma il parallelismo appare a più riprese forzato e meno appassionante rispetto allo snodo narrativo principale.  

 

 

[Juliette Binoche e Anna Calder-Marshall, figlia e madre in Queen at Sea]

 

 

Il confronto tra due età diverse messo in scena in Queen at Sea regge poco, soprattutto perché quella che alla fine spicca è una tematica talmente forte da sovrastare tutto e non lasciare spazio quasi per nient'altro.

 

La travagliata storia di un amore logorato dagli anni che passano calamita tutta l’attenzione. Questo divario restituisce la sensazione di star guardando contemporaneamente due film diversi e di intensità differente.

Tutta la complessità del personaggio di Amanda, ma soprattutto di Leslie e Martin, finisce per schiacciare quello della giovane Sara. 

 

Sicuramente una delle qualità di Queen at Sea è la delicata schiettezza con cui viene rappresentata la vecchiaia, svincolata da qualsiasi pietismo; un film crudo ma tenero, che purtroppo inciampa nella frenesia di strafare aggiungendo altre storie, personaggi e tematiche a una storia avrebbe funzionato benissimo da sola.

___

 

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