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Cime tempestose è uno dei romanzi più cupi e tormentati mai scritti.
Racconta la storia di un amore furioso, che oggi definiremmo “tossico”: scritto da Emily Brontë nel 1847, fu accolto molto freddamente e definito troppo oscuro e violento.
Per l’epoca vittoriana era qualcosa di estremamente disturbante; anticipò il romanzo psicologico moderno, dove non c’era spazio per eroi romantici.
I personaggi sono ambigui e non "moralmente grigi" come vogliono i trend moderni, ma del tutto negativi. La struttura narrativa è costruita su flashback e narratori multipli, molto poco affidabili.
Cime tempestose è un romanzo incredibilmente moderno, che ha anticipato le inquietudini del Novecento e per cui i lettori ottocenteschi non erano pronti.
[Trailer ufficiale di "Cime tempestose"]
Emerald Fennell (Una donna promettente, Saltburn) non è la prima e di certo non sarà l’ultima a cimentarsi con questa trasposizione.
Per la sua terza pellicola la regista, sceneggiatrice e attrice londinese classe 1985 sceglie l’ennesima sfida della sua carriera, confrontandosi con una materia già in partenza notoriamente controversa e con le numerose versioni che si sono susseguite nella Storia della Settima Arte, servendosi di due grandi divi nei panni dei tormentati protagonisti: Jacob Elordi e Margot Robbie.
Quella di Fennell è una rilettura barocca, sensoriale, infedele, intensa come la nebbia che cela i desideri dei personaggi: un’interpretazione che tradisce il testo per restituirne, con libertà, la passione, la forza distruttrice e la carica emotiva.
Il film, oltre a una tempesta interiore, a poche ore dalla sua uscita ha già scatenato un uragano di critiche, polemiche e quasi persino una sorta di rancore.
Non è un film che può lasciare indifferenti: o lo ami o lo odi. Ma in realtà questa divisione e questo disprezzo sono molto più antichi e sono intrinsechi alla storia stessa, che fin dalla sua prima pubblicazione suscitò reazioni molto contrastanti.
Sono passati quasi 180 anni dalla sua uscita, eppure continua a far discutere: non è forse questo il segno di un’opera davvero viva?
Non è forse questo lo spirito di una grande autrice, capace di restare nell’aria indomabile come i suoi testi, ben oltre il proprio tempo?
Perché dunque il pubblico sembra odiare a priori, senza neppure averla vista, questa trasposizione che pulsa di vita, sangue e morte?
Senza dubbio è disturbante, ancora oggi, perché è antinarrativa, è puro discomfort allo stato brado.
Forse perché viviamo in una società che tende a rendere accettabile solo ciò che è corretto, comodo, rassicurante; una società che tende a ingabbiare il desiderio, le pulsioni.
Nella storia d’amore tra Cathy e Heathcliff c’è qualcosa che ci mette profondamente a disagio, un sentimento che non è edificante ma è egoista, devastante. Quel fastidio, invece di trasformarsi in curiosità o voglia di esplorazione, si trasforma in rifiuto categorico.
Perché quando non è addomesticato il desiderio fa paura e il conformismo ci insegna a condannarlo prima ancora di nominarlo.
A lasciare i classici sugli scaffali delle librerie, al sicuro da ogni possibile minaccia.
["Cime tempestose": Jacob Elordi nel ruolo di Heathcliff]
Sono convinta che se Cime tempestose uscisse oggi, scritto da una giovane autrice esordiente, verrebbe aspramente criticato, come se anche le storie di finzione dovessero adattarsi a un mondo dove tutto si divide in "green flag" e "red flag".
Ma c'è una nuova e straordinaria ondata di giovani scrittrici e lettrici e lettori che stanno finalmente restituendo dignità al genere romance, che ancora qualcuno liquida con il termine “harmony” in senso dispregiativo.
Emerald Fennell si è presa un rischio che non tutti gli amanti del romanzo hanno compreso, incapaci di accettare un adattamento che si discosta dalla fedeltà al testo originale, ma una storia è una storia, e le storie per restare vive devono anche essere lasciate libere.
Sono tante le trasposizioni cinematografiche di Cime tempestose, da quella di William Wyler (con un Laurence Olivier nel ruolo di Heatcliff) all’horror ambientato in Messico di Luis Buñuel, fino a varie reinterpretazioni con cambi di luogo e spazio (India, Francia, Giappone, persino ai giorni nostri in California) e naturalmente quella di Andrea Arnold, che forse realizza quella più cupa.
È vero che la versione di Emerald Fennell non è fedele, anzi: verissimo.
Heathcliff è caucasico, Catherine è più adulta rispetto all’immaginario tradizionale, il punto di vista di Nelly è sacrificato e lei, per di più, è orientale; l'inizio e la fine del romanzo non vengono neanche accennati e potrei continuare con un lungo elenco puntato, ma a cosa servirebbe?
È così fondamentale che un film - che usa un linguaggio diverso da quello della letteratura - riproduca fedelmente un romanzo?
Cinema e letteratura sono due media distinti, con regole, tempi e strumenti propri: le pagine non sono immagini e le immagini non sono pagine.
Nelle pagine possiamo immaginare, nelle immagini vediamo.
Fennell non ci fa solo vedere, ma ci fa sentire il tessuto morbido dei vestiti di Cathy, la barba incolta di Heathcliff, i rumori striscianti della brughiera e l'umidità che si attacca alle ossa.
Per comprendere questa operazione sarebbe utile anche conoscere il suo percorso; quelle che la regista compie nel film sono scelte precise, coerenti con la sua poetica: una rilettura ultramoderna che non ammette compromessi.
L’estetica dichiarata ancora prima di essere filmata, sopra le righe, senza mezze misure, barocca.
Bisogna solo lasciarsi travolgere come da un’alta marea improvvisa fatta di corpi, capelli, dita e gocce d'acqua che si mescolano al sudore.
"Cime tempestose" fa quello che ogni film dovrebbe fare: emoziona e lascia qualcosa addosso anche dopo essere usciti dalla sala; una sensazione di disagio che è proprio quella che ci porta ad andare in profondità nelle cose, a non restare immobili, a osare.
["Cime tempestose": Jacob Elordi e Margot Robbie]
C’è poi un dettaglio, proprio sulla locandina: il titolo "Cime tempestose" compare tra virgolette.
Un segnale tutt’altro che casuale, un indizio, un avvertimento: non stiamo per assistere a un’illustrazione del romanzo, ma a una sua reinterpretazione.
Emerald Fennell sapeva bene che sarebbe stata contestata, d’altronde è già accaduto con ogni suo lavoro.
La trama e, soprattutto, i personaggi vengono necessariamente ridotti all’osso per ragioni di durata e sintesi cinematografica: Catherine Earnshaw cresce in condizioni semplici e isolate insieme al padre nella brughiera selvaggia dello Yorkshire, un luogo aspro e battuto dal vento che sembra riflettere il suo carattere inquieto.
Un giorno l’uomo accoglie in casa un bambino senza famiglia, che la piccola decide di chiamare Heatcliff.
Fin da subito fra i due nasce un legame profondo fatto di complicità, ribellione e affinità istintiva. Con il passare degli anni, quell’unione si trasforma in un sentimento intenso e tormentato.
Catherine e Heathcliff si amano in modo viscerale, ma le differenze sociali, l’orgoglio e le ambizioni personali rendono il loro rapporto sempre più doloroso, finché Catherine sceglie di sposare Edgar Linton, un uomo ricco e rispettabile, convinta che quel matrimonio le garantisca sicurezza e prestigio.
La sua decisione innesca una spirale di sofferenza, rancore e passioni represse, in cui l’amore negato si trasforma in ossessione e desiderio di rivalsa, segnando per sempre il destino di tutti i protagonisti, nessuno escluso.
Cime tempestose è forse il romanzo che, più di ogni altro, ha saputo raccontare le conseguenze dell’amore quando non viene vissuto fino in fondo e, al suo posto, si sceglie la sicurezza.
È una storia di rinuncia, di orgoglio, di desiderio represso che si trasforma in rovina.
Un aspetto indubbiamente critico del film è il sacrificio della dimensione sociale del romanzo, che risulta appiattita anche per la scelta di un attore bianco nel ruolo di Heathcliff, elemento che cancella una delle tensioni più evidenti del testo originale.
Le scenografie invece rendono piena giustizia all'atmosfera gotica del romanzo: proprio come fra le pagine, anche nel film il vento sembra uscire dallo schermo e il freddo rigido scorre sulla pelle, così come la costante sensazione di umidità addosso.
Soprattutto permane quella percezione di tragedia imminente, di destino ineluttabile pronto ad abbattersi sui personaggi.
L’amore autodistruttivo fra Catherine e Heathcliff che logora ogni cosa e marcisce dentro e intorno a loro, trova un’alchimia palpabile tra i due interpreti: le loro performance restituiscono l’ossessione e il desiderio travolgente di una relazione tossica e totalizzante allo stesso tempo.
Le scene in cui si amano e si odiano sono mozzafiato, i frame riescono a trasudare intensità in un modo che raramente ho visto fare.
Molti hanno contestato la presenza esplicita di sessualità nel film, e in effetti nel romanzo il legame tra i due era soltanto platonico, ma è davvero così semplice?
La passione che attraversa le pagine di Emily Brontë è tutt’altro che eterea: è febbrile, viscerale, anche quando non viene descritta in modo carnale e esplicito.
Un film è fatto di azioni, non di descrizioni, quindi anche questa è una scelta consapevole, Fennell ha infatti spiegato di aver voluto trasmettere al pubblico contemporaneo le stesse emozioni primordiali e convolgenti che lei provò leggendo il romanzo per la prima volta.
Le sue scelte non sono provocazioni, ma un tentativo di tradurre in immagini ciò che sulla pagina era già tempesta.
Emerald Fennell porta avanti la sua visione, e se Una donna promettente aveva già diviso il pubblico e Saltburn era stato persino ridicolizzato, "Cime tempestose" rilancia, spingendosi ancora più in là sul terreno dell’eccesso visivo ed emotivo. Il risultato è un’opera impossibile da ignorare, nel bene e nel male.
Anche le scelte di casting sono molto precise, nonostante non siano del tutto convincenti.
Jacob Elordi, con la sua fisicità imponente, è quasi ingombrante sulla scena: domina l’inquadratura come una creatura fantastica o una divinità, eppure nella sua interpretazione sembrano mancare alcune delle sfumature più tragiche e tormentate del personaggio, quelle componenti turbolente e vendicative che rendono Heathcliff così perturbante sulla pagina scritta.
Margot Robbie restituisce solo in parte la complessità della Cathy nata dalla penna di Emily Brontë e il problema non risiede tanto nell’età anagrafica - nel romanzo è un’adolescente, mentre qui è una donna adulta - quanto la caratterizzazione: la maggior parte del tempo appare capricciosa, ma in alcune scene riesce a emergere il lato più tormentato e disperato di un personaggio con una personalità complessa e stratificata.
Una donna che si porta addosso la tragedia come un abito troppo stretto.
["Cime tempestose": Margot Robbie nel ruolo di Catherine]
Quello che è sicuro è che con questo "Cime tempestose" Emerald Fennell non cerca approvazione né conforto, ma emozione: forse è proprio questa sua natura irrequieta a renderlo coerente con lo spirito tempestoso dell’opera che ha scelto di rileggere.
La colonna sonora, firmata dalla popstar Charli XCX, rappresenta uno degli elementi più audaci e caratterizzanti del film: le sue sonorità elettroniche e contemporanee creano un contrasto fortissimo con l’ambientazione ottocentesca, catapultando il racconto fuori da ogni comfort zone classica.
La musica non accompagna le immagini, ma le attraversa amplificandone la componente emotiva, ingigantendo il desiderio e la rabbia che animano i personaggi.
Impossibile non pensare a Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, altro esempio emblematico di Cinema che contamina il classico con il contemporaneo.
Così come nella rilettura del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, anche qui la musica “anacronistica” diventa una chiave di lettura che avvicina lo spettatore odierno a un materiale narrativo distante nel tempo.
È una scelta che rivela una precisa idea di regia: non ricostruire il passato come dentro un museo o su uno scaffale, ma reinventarlo attraverso suoni, suggestioni e immagini, trasformando l’opera in un’esperienza emotiva da vivere sulla propria pelle, non da capire né paragonare al passato.
Fennell si inserisce così in quella linea di autori che all'ortodossia preferiscono il rischio.
La cosa meravigliosa è che ancora oggi Cime tempestose mette a disagio, non si lascia addomesticare neppure dopo quasi due secoli.
Continua a parlarci di desiderio, di orgoglio, di classe sociale, di esclusione, di ferite che non si cicatrizzano mai, di temi che non hanno mai smesso di essere attuali, anzi: forse lo sono più che mai, in un'epoca in cui vorremmo etichettare tutto per essere al riparo.
Forse il punto non è stabilire quanto "Cime tempestose" sia "giusto o "sbagliato", ma accettare che alcune opere non smettono di generare conflitto perché sono maledettamente vive.
Da sempre è così e sempre sarà.
Cime tempestose continua a soffiare come il vento della brughiera: cambia forma ma non perde la sua forza e, finché saprà ancora dividere e far discutere, significherà che non è diventato polvere da scaffale, ma è rimasto dannatamente presente.
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