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Ben - Rabbia animale - Recensione: La scimmia chiama sangue

Johannes Roberts abbassa le pretese ma innalza il kill count con un horror finalmente schietto e diretto come ormai non se ne fanno più; alquanto semplice nelle sue animalesche meccaniche ma più che riuscito nelle bestiali intenzioni

Titolo originale: Primate
Genere: Horror
Regia: Johannes Roberts
Sceneggiatura: Johannes Roberts, Ernest Riera
Cast: Johnny Sequoyah, Jessica Alexander, Troy Kotsur
Distribuzione Italia: Eagle Pictures
Uscita Italia: 29 gennaio 2026
Durata: 89 minuti
Paese: USA

Ben - Rabbia animale è il film che non ti aspetti.

 

Quel film, insomma, di cui sai di avere un disperato bisogno solamente quando hai finito di adocchiarlo e, nel profondo del tuo spocchioso cuoricino, uscendo dalla sala o dal tuo comodo salotto comprendi di volerlo rivedere ancora e ancora.

Un film, per dirla senza fronzoli, sul quale tutti potremmo essere più o meno d'accordo; quantomeno in un mondo ideale nel quale spaventare non implicherebbe più la necessità di un dottorato sui massimi sistemi.

 

Si fa oggi infatti un gran parlare di elevated horror, ovvero di un'idea di paura cervellotica e intellettualoide al punto da fermentare nella testa piuttosto che in pancia. Una paura d'autore per dirla in altri termini e, spesso e (mal) volentieri, nell'accezione più stucchevole del termine.

 

Nonostante ciò che in questi nostri tribolati tempacci ci si sarebbe dunque potuti aspettare, è con grande sorpresa - e non meno soddisfazione - che posso affermare che Ben - Rabbia animale è tutto fuorché un horror di alto bordo. Nessun allegorico orrore nel quale scovare altri e alti significati nascosti, quanto piuttosto un terror tremens semplice, schietto, onesto, pulito e, cosa più importante, fiero di esserlo.

 

[Trailer ufficiale di Ben - Rabbia animale]

 

 

Data la copiosa quantità di emoglobina che fin dalla prima truculenta sequenza si appresta a inzuppare lo schermo, direi tuttavia che così lindo Ben - Rabbia animale forse non lo sarà realmente.

 

State pur certi però che l'ultima cinematografica fatica di Johannes Roberts è quel che si dice un horror duro e puro: privo di quello lezioso "elevated" che tante promesse e molte fregature ci ha riservato nel corso dell'ultimo maramaldo decennio.

 

Per carità non fraintendetemi: i brividi altolocati mi stanno parecchio simpatici e, a dirla tutta, si sono rivelati un gran bel toccasana dopo la bassa macelleria a favore di camera d'inizio Ventunesimo secolo.

Va da sé tuttavia che, tra un Weapons, un Bring Her Back, un Together, un Sinners, un Longlegs e un Heretic, il disimpegnato seppur solido intrattenimento offerto da Ben - Rabbia animale appare come quel quarto d'ora di corroborante svago dopo una lezione di filosofia kantiana e prima di sprofondare in un quiz a sorpresa di analisi matematica.

 

Non so davvero se già da queste poche primissime righe sono riuscito a restituirvi fino in fondo l'inaspettato appagamento che, nei suoi snelli e ben dosati 90 minuti, Ben - Rabbia animale è riuscito a infondere in ogni singola fibra del mio cinefilo cuoricino.

 

 

[La Bella e la Bestia sono mai state così sanguinarie come in Ben - Rabbia animale]

 

 

Sarà forse per il fatto che, pur partendo da un'idea di base tutt'altro che originale e per giunta già ampiamente sfruttata nel corso dell'avventurosa storia dei brividi su celluloide, un film del genere - e soprattutto di questo genere - pare uscito dritto filato da quei ribaldi anni '80 nei quali il terrore riusciva ancora a colpirti a tradimento con un bel pugno dello stomaco e, se avevi la sfortuna di capitargli tra le grinfie, finiva pure per accopparti malamente, dolorosamente e senza troppi complimenti.

 

Direi infatti che, nonostante meriti di riceverne parecchi per il solo fatto di essere riuscito a far sgorgare il sangue e accapponare la pelle con poche ma buonissime idee, una regia di ispirato mestiere e nessuna pericolosa indigestione di computer grafica, di futili e ruffiani complimenti Ben - Rabbia animale non pare essersene fatti poi troppi.

Che lo chiamiate eco-vengeance, monster movie, home invasion o trapped movie, sappiate infatti che le meccaniche qui in gioco ruotano attorno a uno dei più antichi e oliati adagi germogliati in seno alle orrorifiche filmiche latitudini: vale a dire al solito groppuscolo d'incauti giovinastri prigionieri di un delimitato perimetro e braccati, loro malgrado, da una temibile entità distruttiva pronta a elargire la definitiva dipartita nei modi più grandguignoleschi, strazianti e gustosamente creativi possibili.

 

Al cospetto di Ben - Rabbia animale alcuni potrebbero addirittura parlare, tutt'altro che a sproposito, di uno slasher cotto e mangiato. Non fosse che, piuttosto che di taglienti e contundenti oggettucoli di argentiana fattura, il nostro scimmiesco e assai iracondo protagonista sembrerebbe piuttosto intenzionato a servirsi delle proprie nude e pelose mani da primate.

 

Esatto: proprio del più antico degli strumenti da lavoro in dotazione a ogni (serial) killer che si rispetti, per il quale il verbo tagliare non avrà mai lo stesso godurioso sapore del ben più primordiale estirpare.

 

 

[Johnny Sequoyah ha una scimmia per capello in Ben - Rabbia animale]

 

 

Che siano scalpi, facce, mandibole o intestinali frattaglie poco importa, poiché il nostro un tempo dolce e addomesticato Ben, complice il virulento morso inferto dalla mangusta sbagliata al momento sbagliato sul deretano sbagliato, esattamente come il celebre Cujo di kinghiana memoria finirà ben presto per mettere da parte le rassicuranti buone maniere apprese da anni di diligente cattività presso l'hawaiana tenuta della famiglia Pinborough per trasformarsi in un rabbioso e idrofobo Terminator con un'unica schietta regola d'ingaggio: "Lucy cattiva ergo Lucy morte!".

 

Per dovere di cronaca - ma non certo di spoiler - diremo soltanto che la suddetta Lucy (Johnny Sequoyah) altri non è che la giovane co-protagonista di Ben - Rabbia animale nonché co-proprietaria del nostro scimpanzé dagli omicidiali istinti; tornata al vacanziero ovile dal sordomuto paparino Adam (Troy Kotsur) e dalla rancorosa sorellina Erin (Gia Hunter) dopo anni di universitaria latitanza portandosi appresso un nutrito codazzo di amichetti più o meno stretti, pronti a trasformarsi in soda e imberbe carne da macello nell'immediato prossimo futuro.

 

Lasciati soli ai loro festaioli sollazzi e del tutto ignari del mozzico carico d'infausti batteri che ha colto alla sprovvista il quadrupede padronicino di casa, i nostri young boys & girls - un proto-tipo per ogni gusto, state tranquilli - si ritroveranno preda di una falcidia degna del miglior B movie da fierissimo secondo prezzo ben in vista sullo scaffale della sezione StraCult di una vecchia videoteca degna di tale nome; inciampando, scivolando e battendo ben forte denti e fondoschiena su tutti quegli stereotipi e cliché che, volenti o nolenti, hanno reso il cinema de paura quello che oggi è.

 

O almeno ciò che era fino a qualche tempo fa, prima che la moria lasciasse il posto all'allegoria e la paura, per poter essere non dico provata ma almeno codificata, non richiedesse ancora lo stesso impegno e le medesime skills di un esame universitario di esistenzialismo applicato.

 

 

[Giovani, carini e potenzialmente morti sono i giovani co-protagonosti di Ben - Rabbia animale]

 

 

Volendo tuttavia dare a Cesare quel che è di Cesare e a Johannes Roberts ciò che per dovere gli spetta, dove sta dunque la vera forza di un'operetta come Ben - Rabbia animale?

 

Se ancora non si fosse capito, proprio in colui il cui nome campeggia per primo all'interno di questo italico titolo e che, invece, nell'originale denominazione a stelle e strisce viene giustamente - e ben più inquietantemente - indicato come semplice Primate: figlio più che mai legittimo dell'antichissimo spauracchio messo espressionisticamente in scena da Robert Florey nell'ormai lontano 1932 con quel cult Dottor Miracolo che proprio a Edgar Allan Poe e ai suoi celeberrimi Delitti della Rue Morgue mostrava di volersi ispirare.

 

Lui, erede naturale dell'esotica fobia per la bestiale origine della specie indottaci dall'immortale mito King Kong che avrebbe in seguito trovato ampia reincarnazione nell'incestuosa follia del Mafu Cage di Karen Arthur, nell'angoscioso sperimentale prodotto del Monkey Shines di George Romero, nella provocatoria lotta di classe - e pure di razza - ingaggiata dall'inquietante Link di Richard Franklin e, ultima ma non ultima, nella spietata sete di vendetta profusa dalla fedele urlante Inga del Phenomena di Dario Argento.

 

Volessimo poi andare più in profondità, tentando di scomodare le inevitabili influenze che trasudano anche e ovviamente dai fotogrammi carichi dell'inquietudine prodotti dalla nostra attualità, potremmo allora affermare che tra la truculenta rivolta in diretta televisiva imbastita dal caro vecchio Gordy fra le pieghe del Nope di Jordan Peele e il nostro scimmiottino dal mefistofelico make-up corre non solo buon sangue ma ben più di qualche pallida citazione, non credete?

 

 

[L'origine della specie non è certo come Charles Darwin l'aveva teorizzata in Ben - Rabbia animale]

 

Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole si è dunque già detto e ribadito.

 

Tuttavia è proprio questa onestà intellettuale - che anche in un horror non propriamente "elevato" come questo non fa mai male - nonché la chiara volontà di giocare a carte scoperte oltre che ben smazzate a rendere Ben - Rabbia animale l'ottimo e godereccio prodotto d'intrattenimento che di fatto è.

 

Un divertissement senza pretese né alcuna infamia particolarmente critica da segnalare - e già questo oggidì è un gran lusso, credetemi! -; capace d'intrattenere, inquietare e, se proprio siete di quelli che per forza di cose vogliono scovare un significato "altro" anche a costo di cavar sangue dalle rape, pure far riflettere sui rischi del dominio dell'uomo sulla natura matrigna, sul chi sia il vero animale fra noi e i nostri amati pets e bla bla bla.

 

Nota di gran merito - per una volta senza quella desolante particella de ad aprire le danze - va certamente appioppata alla regia di un Johannes Roberts che, stavolta mi sbilancio più che volentieri, qui come non mai pare davvero in uno stato di filmica e opportunamente dosata grazia.

 

Lui, che del cosiddetto horror di Grado Zero è sempre stato un fiero e onesto portabandiera sin dai tempi di gioiellini squisitamente naif quali Hellbreeder eLa foresta dei dannati.

 

Proprio lo stesso che, dopo essersi fatto le ossa (e soprattutto i soldoni) cavalcando la squalomania post-Asylum con il dittico di 47 Meters Down e aver tentato il colpo gobbo del new gothic con il modesto The Other Side of the Door, finito di leccarsi le ferite procurate con il sonoro scivolone di Resident Evil: Welcome to Raccoon City - che, detto intra nos, così da buttare non mi è mai parso - si è ritrovato in codesta nuova sede a co-scrivere e dirigere quello che, in altri tempi decisamente meno schizinosi, avremmo etichettato come un semplice ma onesto titolo "da cassetta".

 

 

[Un padre, una filgia e la Morte che incombe in Ben - Rabbia animale]

 

 

Oggi tuttavia un film come Ben - Rabbia animale rappresenta per certi versi - e vogliate concedermi un minimo di sconfinamento nei terreni dell'iperbole - un'eccellenza della fascia media di un genere, l'horror per l'appunto, che davvero troppe masturbazioni si è - e soprattutto ci ha - inflitto nel corso dell'ultima decade.

 

Nel mentre in cui registi - anzi, veri e propri autori conclamati nonché dichiarati - tra i quali Robert Eggers, Ari Aster, David Robert Mitchell, Ryan Coogler, Zach Cregger, Scott Cooper e ovviamente gli agguerriti fratelli Philippou non fanno mistero di voler usare il suddetto "genere" per parlarci più dentro che fuori dai denti - o, per essere onesti, più dentro che fuor di metafora - il nostro caro Roberts ha preferito piuttosto tenere il discorso a un livello terra-terra, ma senza per questo snaturare la forza, l'incisività e, perché no, il sano entertainment di un'opera che, vi piaccia o meno, così come la sua (av)vincente Prima (Donna) Scimmia viaggia spedita e senza freni attraverso le coordinate di un semplice ma efficace input: "Lucy cattiva, Lucy morte!".

 

 

[Non vedo, non sento ma uccido: questo è il sacro motto di Ben - Rabbia animale]

 

 

Stando alle indicazioni del calendario cinese il 2024 avrebbe dovuto essere l'anno del dragone, invece ci ha regalato il sottovalutato Monkey Man di Dev Patel e pure lo scimmiesco canterino alter ego di Robbie Williams incarnato dal Better Man di Michael Gracey.

 

Il 2025, nato invece sotto l'egida del serpente, ha partorito quella delirante squisitezza non del tutto compresa che è il The Monkey di Oz Perkins.

Se dunque, in un ancora giovane 2026, è con Ben - Rabbia animale che si è inaugurato il ciclo del cavallo, da qui a un paio d'anni, quando finalmente la scimmia tornerà di diritto a battersi in solitaria il villoso petto in cima all'astrolabio direi che possiamo certamente aspettarci nuove succulente carneficine, tra le quali scovare il tanto decantato anello mancante dell'evoluzione.

 

Evoluzione che, se non certo della specie, quantomeno del Cinema horror potrà forse esserlo a pieno titolo, che ne dite?

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