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Giulio Regeni - Tutto il male del mondo - Recensione: senza un perché

Il nuovo documentario di Simone Manetti sul caso di Giulio Regeni, tra filmati d’archivio, verità negate e domande senza risposta

Titolo originale: Giulio Regeni - Tutto il male del mondo
Genere: Documentario
Regia: Simone Manetti
Sceneggiatura: Emanuele Cava, Matteo Billi
Cast: Paola Deffendi, Claudio Regeni, Alessandra Ballerini
Distribuzione: Fandango
Uscita Italia: 2 febbraio 2026
Durata: 100 minuti
Paese: Italia

 

Sono dieci anni che, da friulana, vedo il viso di Giulio Regeni e leggo il suo nome appeso nelle piazze della regione: ormai associo il suo volto a casa mia e spesso mi ricordo che, a casa, Giulio non ci è mai potuto tornare.  

 

L’onda gialla che chiede giustizia, guidata dai suoi genitori, non si è mai spenta.

Giulio Regeni non è solo una scritta su uno striscione e il rischio è che con il passare del tempo la memoria si affievolisca e per alcuni di noi diventi solo questo: un nome.

Giulio Regeni è una vita spezzata da un dubbio.

 

Una stanza vuota, una verità negata, domande che non trovano ancora risposte. 

 

[Trailer ufficiale del documentario Giulio Regeni - Tutto il male del mondo]

 

 

Le tre voci portanti di questo documentario sono quelle di Paola Deffendi e Claudio Regeni, accompagnati da Alessandra Ballerini, l’avvocato che è sempre rimasto al loro fianco.

 

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo arriverà in sala il 2, 3 e 4 febbraio ed è il nuovo documentario di Simone Manetti, regista di genere già autore di Sono innamorato di Pippa Bacca e del recente Achille Lauro - The Terror Cruise

 

Le date non sono casuali: il 3 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni venne ritrovato senza vita in una strada nella periferia de Il Cairo.

Vestito a metà, indossava solo un maglione ormai stracciato e il suo volto era irriconoscibile. 

 

L’ultima violenza fu quella di abbandonare ciò che rimaneva di lui su quella strada e dare adito a speculazioni di ogni genere, non ultima quella sul fatto che si prostituisse. 

Da allora sono passati dieci anni, i genitori di Giulio continuano incessantemente a chiedere verità per il loro figlio e siamo ancora in attesa di una sentenza, che dovrebbe arrivare alla fine del 2026. 

 

Nella primavera del 2024, infatti, è finalmente iniziato il processo ai quattro agenti della Sicurezza dell’Unità Nazionale egiziana indagati per l’omicidio di Giulio e per le torture inflitte al suo corpo.  

 

 

[Claudio Regeni, il padre di Giulio, in una scena del documentario]

 

Nessuno aveva avuto più sue notizie dal 25 gennaio, ma ai genitori venne consigliato di aspettare e non rendere pubblica la notizia. 

 

Il 25 gennaio per l’Egitto è una data particolare: si celebra l’anniversario della Rivoluzione egiziana del 2011.

Giulio esce di casa e l’Egitto lo inghiotte: di lui si perdono le tracce per giorni, non compare nemmeno nei filmati della metropolitana che avrebbe dovuto prendere per raggiungere il suo insegnate e parlare del dottorato. 

Strano, vero?

 

Giulio Regeni venne trattenuto per nove giorni consecutivi nell’Ufficio della Sicurezza Nazionale a Lazoughly, in quello che gli egiziani chiamavano “il cimitero dei vivi”.  

In quei nove giorni subì ogni tipo di tortura da parte di Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abedal Sharif. 

Questi i nomi dei quattro imputati che attualmente, nonostante il diritto alla difesa d’ufficio con patrocinio gratuito, risultano irreperibili e il governo egiziano non ha alcuna intenzione di rivelarci i loro indirizzi. 

 

Per tale ragione, il processo è stato sospeso il 23 ottobre 2025 e la promessa di una sentenza definitiva per la fine dell’anno in corso si fa sempre più distante.

Quando avremo giustizia?

Quando potremo dire di aver ottenuto verità per un ragazzo scomparso dopo giorni e giorni di dolori atroci?

Il titolo del documentario deriva proprio da qui, da quello che il corpo del giovane ricercatore fu costretto a subire. 

 

Sua madre riuscì a identificarlo solo dalla punta del naso: “Era Giulio, ma non era Giulio […] Ho visto sul suo volto tutto il male del mondo”.  

 

 

[Uno degli striscioni gialli con il volto di Giulio Regeni]

 

Parlare di verità e di bugie è fondamentale, soprattutto in questa storia.

 

Gli striscioni gialli che la famiglia Regeni regge da dieci anni riportano la scritta “Verità per Giulio” perché sul loro figlio si è detto di tutto e il documentario ha l’obiettivo di fare chiarezza, qualora qualche bugia abbia erroneamente attecchito nella mente dello spettatore.

Giulio si era laureato in "Arabic e Politics" a Leeds nel Regno Unito e in Egitto ci era arrivato per condurre una ricerca sui sindacati egiziani e concludere il Master di Cambridge.

 

Non era un giornalista, non era una spia, non era un attivista, non è morto per un incidente stradale. Era un ricercatore che voleva raccontare la realtà e questo, in alcuni Paesi, si paga ancora con la vita. 

La rabbia è tanta, soprattutto se ci si inizia a porre una domanda che, a un certo punto, sembra inevitabile: perché?

Un perché, ci viene spiegato, non c’è.

 

Questa è la realtà del regime, in cui la vita degli esseri umani non vale nulla e la solidità del potere si regge su due pilastri: la paura e l'omertà. 

Giulio poteva essere salvato, ma nessuno ha avuto il coraggio di aiutarlo; nessuno ha avuto il suo stesso senso di giustizia, una giustizia che dovrebbe essere uguale per tutti. 

Non è una visione facile.

Il volto di Giulio diventa una voce, le foto sui giornali prendono forma in video d’archivio che ci raccontano le ultime ore della sua vita e tutte le incongruenze su questo caso. 

 

Una visione dolorosa, ma necessaria per non dimenticarlo, per dedicargli un piccolo pensiero ogni volta che vedremo quel giallo, che ormai ha assunto il significato del verde: quello della speranza.

____ 

 

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