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Due procuratori: idealismo e giustizia - Intervista a Sergei Loznitsa

In occasione dell'anteprima al Trieste Film Festival, Sergei Loznitsa ci parla di ideali, giustizia e dei suoi prossimi progetti

Due procuratori di Sergei Loznitsa incarna perfettamente l'essenza di quella che è una definizione sin troppo abusata nel Cinema moderno: è un film necessario.

 

Si tratta, infatti, di un'opera asciutta, efficace, di grande rilevanza simbolica, ma soprattutto si relaziona con il presente su temi assolutamente imprescindibili nel dibattito sociale odierno. 

 

Dopo aver assisito alla sua anteprima in occasione del Trieste Film Festival 2026, abbiamo potuto dialogare a lungo con Sergei Loznitsa, approfondendo i temi alla base del film, argomenti di attualità e prossimi progetti del regista. 

 

[Trailer italiano di Due procuratori]

 

 

Presentato al Festival di Cannes 2025, Due procuratori è tratto dall'omonimo racconto di Georgij Demidov e - a detta dello stesso Loznitsa - dovrebbe essere il primo capitolo di una trilogia tratta dai lavori dell'autore dissidente russo; si tratta del sesto film di finzione di uno dei giganti del documentarismo archivistico moderno.

 

"Due procuratori non è però un mio ritorno alla finzione. Non l'ho mai lasciata.", ci tiene subito a specificare Loznitsa. 

 

"Nel 2020 c'era la COVID-19 e due anni dopo è scoppiata la guerra in Ucraina ed era impossibile girare.

Dopo Donbass (2018) avevo preparato un film epico sull'olocausto in Ucraina e ho dovuto fermarmi, così ho deciso di riaffrontare il periodo della repressione sovietica sotto Stalin.

Ho fatto due documentari d'archivio, nel 2018 e 2019 (The Trial e The Funeral) sul tema e volevo continuare ad affrontarlo perché non è così trattato ed è importante parlarne, visto che continua a sopravvivere anche ai giorni nostri in alcune nazioni, continuando a tornare." 

 

Due procuratori racconta di un giovane procuratore, Aleksandr Korneev, che si vede recapitare un pizzino scritto col sangue da un detenuto politico del carcere di Brjansk.

Recatosi personalmente in carcere e affrontata la diffidenza dei funzionari della prigione, il protagonista riesce a interloquire con il detenuto, che gli riporta delle condizioni aberranti della sua prigionia e degli abusi dell'NKVD (l'Alto commissariato per gli affari interni). 

A quel punto il giovane procuratore decide di compiere un viaggio fino a Mosca per riportare quanto visto direttamente al procuratore generale dell'URSS Andrej Vyšinskij.

 

Sulla burocrazia, grande protagonista occulta di Due procuratori, Loznitsa ha dichiarato quanto segue: 

"Viviamo in una società dipendente dalla burocrazia, che organizza regole di comodo per tutti.

Si tratta solo di una condizione, di uno strumento. Può succedere ovunque. Chiunque, anche se eletto democraticamente, cerca il potere.

Per questo dobbiamo sempre stare all'erta. A Hollywood direbbero che è troppo fare un film sul tipo di società in cui viviamo ora, perché è più assurdo di ogni film che possiamo immaginare. 

 

Avendo già visto tutto sin dai tempi di Nerone e Caligola, tutto può succedere quando si parla di Potere."

 

 

[Aleksandr Kuznetsov è il bravissimo protagonista di Due procuratori]

 

Nell'incontro tra i due procuratori si cela il cuore dell'opera di Loznitsa, fondata sul più aspro contrasto tra idealismo e repressione del Potere.

 

L'opera, infatti, assume quasi le fattezze di un trattato sull'annullamento dello Stato di diritto e sulla sovrapposizione tra i poteri, gettando luce sulle dinamiche che si sono proposte in un contesto - la russia stalinista - vi era a totale sovrapposizione tra un partito politico e l'esercizio dei poteri dello Stato. 

Due procuratori assume, dunque, le fattezze di un film che fa con questi concetti ciò che Il profeta di Jacques Audiard faceva con le cosiddette "teorie della pena": assurge a documento essenziale. 

 

Descrivere un milieu in cui l'ideologia diventava un'arma per annientare gli avversari e gettare la gente nel terrore è una delle necessità fondamentali dell'opera, come conferma lo stesso autore: 

"Demidov non descrive solo gli individui, ma anche il sistema di cui fanno parte. Lo ricostruisce su più livelli.

 

Due procuratori è anche un racconto sugli errori commessi da chi viveva in repressione, non comprendendo come funzionava quel sistema e prendendo decisioni sbagliate.

Il nostro protagonista non è ingenuo: come tutti crede nella giustizia e nella società, ma non capisce in quale società è immerso.

Dal mio punto di vista è un idealista, che vorrebbe cambiare una condizione che non può cambiare. Io mostro cosa avviene nel peggior scenario possibile a chi crede di poter cambiare una società fondata sulle basi sbagliate, in cui il marxismo-leninismo era l'unico modo per separare chi ha ragione da chi ha torto, in cui i giusti venivano repressi.

I nazisti in Germania sceglievano attraverso la razza, i sovietici attraverso l'ideologia: il miglior scenario in società simili non riesco neanche a immaginarlo." 

 

A questo punto dell'incontro ho colto l'occasione di fare la mia prima domanda al regista, rilevando come Due procuratori sia una sorta di racconto morale sul contrasto tra l'idealismo e la concretezza del Potere, un tema molto presente anche nella nostra società.

 

Gli ho chiesto se pensa ci sia ancora spazio per gli ideali al giorno d'oggi. 

"[Ride, ndr] Senza l'idealismo il nostro cuore non batte. 

Dobbiamo sempre credere a qualcosa che esista dietro la linea dell'orizzonte. Noi funzioniamo così: Platone la chiamava "idea".

Non puoi raggiungerla, ma esiste come un concetto astratto impossibile da realizzare, ma necessario da seguire.

 

In ogni occasione ti muovi verso quell'orizzonte ma non lo raggiungi: si tratta di un paradosso che ci permette di esistere." 

 

 

[Due procuratori presenta pochissime scene in esterni]

 

 

Ben presto nel corso della visione diventa chiaro come Due procuratori sia in grado di trascendere la sua ambientazione - il periodo del grande terrore staliniano - per raggiungere il presente e i tremendi attacchi multilaterali che il diritto sta ricevendo a più latitudini del mondo. 

 

Il grandissimo numero di porte, portoni e cancelli che si aprono, facendo risuonare un suono metallico in grado di gelare le vene degli spettatori, è la metafora perfetta di un Potere che cela i suoi segreti e rinchiude i suoi avversari.

Non a caso, in Due procuratori assume grande importanza il lavoro di Sergei Loznitsa e del sempre bravissimo direttore della fotografia Oleg Mutu nel costruire un senso di sospensione della una realtà che si situa oltre il puro realismo, come se tutto fosse circondato dalla paranoia. 

 

Concentrandomi su questi aspetti ho chiesto al regista come avesse ottenuto questa sensazione e quali fossero le tue linee guida con il DoP, con gli attori e con i suoi collaboratori. 

 

"Non ho fatto nulla di speciale: abbiamo deciso di non usare movimenti di macchina, prediligendo la macchina fissa a causa della staticità della prigione.

Rispetto alla palette del film abbiamo deciso di escludere tutti i colori che rimandassero alla luce.

In scena ci sono solo grigio, nero, marrone e rosso scuro.

 

Fortunatamente ho potuto collaborare con attori così bravi da poter esprimere tutto attraverso il proprio volto.

Inoltre ho deciso di inserire alcuni elementi di grottesco, come una citazione già presente nella prima scena in treno, che ho preso direttamente da Le anime morte di Nikolaj Gogol, la sua storia di ingiustizia sociale è un'influenza diretta sul mio Due procuratori.


C'è anche un personaggio molto strano che riconosce il protagonista prima dell'incontro con il procuratore generale chiedendogli se si ricorda di lui. Quello, invece, è il male che appare: alcuni piccoli dettagli come questo li ho creati durante le prove con gli attori, direttamente sul set."

 

 

[Siamo certi che Demidov sarebbe orgoglioso dell'atmosfera dell'adattamento del suo Due procuratori]

 

Abbracciando la natura universale del suo lavoro, Loznistsa si è anche espresso su temi di grande attualità sul conflitto russo-ucraino. 

 

"Non vedo la fine di questo conflitto.

Non capiamo nemmeno dove si situino gli Stati Uniti attualmente rispetto al conflitto. La nostra economia è distrutta, in questi giorni molti dei miei concittadini di Kiev hanno abbandonato la città perché in molti appartamenti mancano luce e acqua.

Ve lo immaginate? Nel XXI secolo, in Europa?

Posso paragonarlo solo all'assedio di Leningrado e alle sue impossibili condizioni di vita. Pensate agli anziani, al buio e al gelo. 

 

Nel frattempo in Svizzera abbiamo un altro show in cui gente di bell'aspetto prende decisioni sulla gente di Kiev e sull'Europa, semplicemente parlando e sorridendo.

Finirà, ma non so quando, come, né chi sarà coinvolto." 

 

Sfruttando come aggancio una delle battute di Due Procuratori, Loznitsa si è anche espresso sull'utilizzo dell'intelligenza artificiale ai fini di una sorta repressione predittiva, in pieno stile Minority Report di Steven Spielberg, definendola come una direzione pericolosa ma impossibile da percorrere. 

"Ricordo una lezione di letteratura di Michel Foucault sull'elemento umano della punizione.

Non è facile il rapporto tra crimini e punizioni. Mi viene in mente il film di Lynne Ramsay "...e ora parliamo di Kevin", che è proprio una sorta di gatto di Schrödinger. 

 

Possiamo prevedere i crimini, ma non possiamo agire finché non è tardi.

Viviamo questo paradosso."

 

Riflettendo, infine, sulla propria carriera e sulla sua missione che sente come cineasta, Loznitsa ha così concluso il suo intervento:

"Certamente tutti i miei film sono sul male, ma lo faccio anche per creare una memoria collettiva su certi eventi, una memoria che altrimenti non esisterebbe. 

 

Ecco perché mi sento obbligato a trattare certi temi.

Mi piacerebbe fare una commedia, ma non so quando sarà possibile perché al momento sento il bisogno di fare film sui nostri giorni e sul periodo sovietico, attraverso immagini d'archivio.

Il mio scetticismo sul presente e la mia spinta a trattare certi temi non sono in contraddizione.

Noi non possiamo vedere l'impatto immediato del nostro lavoro. La cultura cresce di giorno in giorno ed emerge dopo migliaia di anni. 

 

Una volta, in ogni caso, ho fatto un cortometraggio d'archivio per l'Opéra national di Parigi chiamato "A Night at the Opera" e penso di avergli dato un taglio vicino alla commedia. 

Il male non esiste lì: lo trovate su YouTube, sono appena 20 minuti di puro piacere."

 

 

[Prima che possiate immergervi nella visione di Due procuratori, ecco A Night at the Opera: un modo per conoscere anche il volto più leggero di Loznitsa]

 

 

In occasione della consegna del premio Eastern Star a Sergei Loznitsa il nostro inviato al Trieste Film Festival Paolo Cellammare ne ha approfittato per toccare altri temi con questo grande regista. 

 

Grazie alle sue stesse parole, una visione del suo film appare ancor più essenziale.

Un'opera che - assieme a La Grazia di Paolo Sorrentino - compone un dittico del tutto imprevedibile, ma imprescindibile sul diritto e sull'esercizio dello stesso, mediato prima dal dubbio e poi dall'idealismo. 

 

Il consiglio è dunque quello di non perdere in sala Due procuratori, l'ennesima dimostrazione della grandezza di Sergei Loznitsa e del Cinema che valica il suo ruolo prestabilito, elevandosi ad autentica testimonianza.

____  

 

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