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Frenetico come una partita di ping pong e ambizioso come il suo protagonista, Marty Supreme di Josh Safdie - alla prima prova da solista dopo la fine del sodalizio con il fratello Benny, e alla prima regia in solitaria dal 2008 - ha fatto parlare di sé sin da subito e immancabilmente, trainato da un Timothée Chalamet nella doppia veste di attore e "content creator" a tutto tondo.
Forte di 9 nomination ai Premi Oscar 2026, l'epico racconto della smisurata ambizione di Marty Mauser e del modo in cui influenza le persone che gli gravitano attorno, è già il film A24 più redditizio al botteghino di sempre, e si colloca con prepotenza tra le opere cardine del Cinema statunitense di questo decennio.
[Trailer ufficiale di Marty Supreme]
New York, 1952: il venditore di scarpe newyorkese Marty Mauser (Timothée Chalamet) ha un sogno nel cassetto, o meglio, un appuntamento con il destino: diventare il campione mondiale di tennis da tavolo e portare lo sport comunemente noto come ping pong sul palcoscenico internazionale, brevettando nel frattempo delle palline arancioni griffate, appunto, "Marty Supreme".
Marty arriva vicino alla meta, sconfiggendo in semifinale l'amico e collega ungherese Béla Kletzki (Géza Röhrig), un sopravvissuto all'Olocausto, ma sottovaluta in finale l'avversario giapponese Koto Endo e perde il torneo.
Di ritorno a New York, Marty si ritrova a dover affrontare le conseguenze delle sue azioni: è inseguito dalla polizia per furto, è senza lavoro e soprattutto squalificato dalla Lega di ping pong, ma è determinato a raggiungere quella grandezza alla quale si sente destinato, senza lasciare che niente ne ostacoli il percorso: non Rachel (Odessa A'zion), sua amante e amica d'infanzia ora incinta di suo figlio, non Milton Rockwell (Kevin O'Leary), tycoon senza scrupoli e marito dell'ex diva del Cinema Kay Stone (Gwyneth Paltrow), con la quale Marty intraprende una relazione e nemmeno Ezra Mishkin (Abel Ferrara), gangster che affida a Marty il proprio cane scatenando una reazione a catena di ricatti e violenza.
Tra inseguimenti, sparatorie e situazioni al limite, Marty dovrà presto affrontare la sfida più difficile: quella della riscoperta della propria umanità.
[Timothée Chalamet è Marty Mauser in Marty Supreme di Josh Safdie]
I Safdie si sono lasciati, viva i fratelli Safdie, che continuano comunque a comunicare tra di loro sulle frequenze del Cinema, forse in virtù di una connessione di sangue.
Se avessi un dollaro per ogni protagonista di un film di Josh o Benny Safdie del 2025 che persegue la grandezza in Giappone avrei due dollari.
Che non è tanto, ma è curioso sia capitato in ciascuno dei due output da solista dei fratelli terribili del Cinema indipendente statunitense.
Appare chiaro sin dall'incipit dello straordinario Marty Supreme - che richiama la sequenza finale di Diamanti grezzi, con il brano Forever Young degli Alphaville a raccogliere il testimone di L'amour toujours - come dei due fratelli Josh sia il visionario e l'anima mentre Benny il cuore e il sentimento.
Quasi come un terzo membro della famiglia, un ruolo fondamentale lo gioca anche il collaboratore storico Ronald Bronstein, che nella separazione affianca proprio Josh, insieme al quale è co-sceneggiatore, produttore e montatore di Marty Supreme.
Il mondo di Safdie e Bronstein è un mondo di hustlers e sbruffoni, di imbroglioni che vivono di espedienti come Marty, disposti a tutto per raggiungere i propri obiettivi.
E un po' hustlers, parola che ritorna anche nel titolo della biografia di Marty Reisman, il giocatore di ping pong su cui il nostro Mauser è modellato, i nostri Safdie e Bronstein lo sono stati, arrivando a suon di film dall'alto tasso d'ansia dalla conversazione festivaliera fino al palcoscenico hollywoodiano.
Ne ha fatta di strada Josh Safdie, ma la partita di Marty Supreme l'ha vinta segretamente nel 2017, quando a un party conosce Timothée Chalamet, fresco del successo di Chiamami col tuo nome e in procinto di diventare la stella più importante dello star system hollywoodiano.
Se ci fosse un Premio Oscar per il marketing (e, a mio parere, non ci starebbe male), allora avremmo già in Chalamet il campione del mondo: una star che mentre ritirava premi un anno prima lo faceva completamente "in character", con la stessa sfrontatezza e la faccia di bronzo di Marty Mauser.
[Odessa A'zion è una rivelazione nei panni di Rachel in Marty Supreme]
Chalamet non è da solo: nonostante la giovane star sia quasi sempre in scena, Marty Supreme è anche un film corale ricco di indimenticabili personaggi di contorno, tra star affermate (Gwyneth Paltrow), giovani attrici in rampa di lancio (Odessa A'Zion) e vecchie glorie del passato (Fran Drescher, nei panni della madre del protagonista).
In Marty Supreme a colpire sono gli interpreti che meno ti aspetti, attori non professionisti o artisti in altri campi che arricchiscono la galleria newyorkese del film di ritratti indelebili dove troviamo davvero un po' di tutto, dai grandi registi come Abel Ferrara e David Mamet agli imprenditori come Kevin O'Leary fino ai rapper come Tyler, the Creator (accreditato col vero nome, Tyler Okonma) e personalità di Internet come Luke Manley.
Ciascun personaggio entra in rotta di collisione con Marty e ne subisce la smisurata ambizione sulla propria pelle.
Le relazioni che Marty intreccia con le persone della sua vita sono tossiche e manipolatorie, tendenti al raggiungimento di un obiettivo e mosse in alternanza da bisogni primari come il denaro o il sesso e da obiettivi a lungo termine quali la gloria.
L'ossessione autolesionista di Marty si traduce in una pulsione irresistibile verso la meta, in una linea distruttiva che non risparmia nessuno e che si traduce a livello formale con la struttura stessa del film, frenetica, serrata e opprimente.
Contribuisce, oltre al montaggio di Ronald Bronstein, anche la colonna sonora rimarchevole di Daniel Lopatin, noto anche tra gli appassionati di musica elettronica come Oneohtrix Point Never, qui all'ennesima collaborazione con Safdie.
Un ritmo pulsante di perenne tensione, un synth che cerca continuamente la liberazione e la trova in preziose occasioni in cui la musica si fonde con degli inserti musicali (needle drops) di rara bellezza e di prezioso contrasto tra i successi pop degli anni '80 e la New York degli anni '50, ripresa in una splendida pellicola 35mm dall'esperto direttore della fotografia Darius Khondji e ricostruita nelle location dal grande Jack Fisk.
Un ponte che dal passato arriva ai nostri giorni, un'autostrada attraversata a ritmo folle da quella mania di grandezza tipicamente statunitense che tristemente conosciamo, che non vede pausa se non nella flebile estasi della gloria.
In questa lotta tra pulsione e ossessione e necessità di un obiettivo più alto, di una realizzazione apparentemente impossibile nel movimento inesorabile e ottuso verso la Grandezza, si gioca la partita del film, quella più importante.
Chi meglio di un campione come Chalamet per giocarla?
Una tale capacità di portare il pubblico dalla parte di un sociopatico non si vedeva dai tempi del Robert De Niro di Toro scatenato.
D'altronde proprio un altro grande filmmaker newyorkese come Martin Scorsese sembra essere il faro del Cinema dei fratelli Safdie, assieme a quel John Cassavetes che troviamo più esplicitamente in The Smashing Machine, ma la cui influenza non manca nel realismo anfetaminico di Marty Supreme.
[Josh Safdie e Timothée Chalamet in uno scatto sul set di Marty Supreme]
Marty Supreme, come un buon venditore a domicilio, bussa alla porta e si presenta come un Classico, nonostante a mio avviso alcuni evidenti difetti: tra tutti una messa in scena del caos a volte fin troppo manufatta, dove si sente la mancanza della sensibilità di Benny Safdie a equilibrare, come fu per Good Time e Diamanti grezzi.
La grandezza di questo film però sta proprio nella sua stessa smisurata ambizione: Marty Supreme non giudica il suo personaggio perché lo capisce e lo sa mettere in scena con grandissima fiducia nel giudizio morale dello spettatore, proprio quello spettatore a più riprese manipolato dalla frenesia estatica del film.
Gaslighting cinematografico al massimo della sua espressione: entrare in Marty Supreme è come scavare in un alveare impazzito per ottenere il dolce miele del grande Cinema.
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1 commento
Claudio Serena
14 giorni fa
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Marty è arrogante e manipolatore, determinato fino all'ossessione. E' però anche vittima degli avvenimenti (fine embargo ai giapponesi - stroncatura dello spettacolo di Kay) e delle conseguenze delle sue azioni (riprendersi i soldi spettanti con la minaccia della pistola - ringraziare Kay con troppa enfasi al parco), ma anche delle conseguenze delle azioni di chi gli gravità attorno (l'amico che non fa benzina al taxi prima - Rachel che perpetra la truffa al proprietario del cane) influenzati, forse, dal suo carisma, che cercano, inconsciamente, di imitarlo. Si ritrova a dover sistemare casini non fatti da lui.
Ma il suo apparire spaccone è dovuto dal fatto che Marty è veramente il miglior giocatore di tennis tavolo al mondo.
ALLERTA MEGA SPOILER:
Ultima suggestione/supposizione: non vi sembra che il bambino di Rachel assomigli moltissimo al marito e non a Marty? Sarebbe l'ennesima beffa del destino ai suoi danni.
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