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28 anni dopo - Il tempio delle ossa riprende dove il precedente capitolo diretto da Danny Boyle si era concluso.
È perciò fondamentale la visione di 28 anni dopo proprio perché questo sequel è un’amplificazione estremamente interessante del mondo nato dalla penna di Alex Garland.
Il dialogo con la memoria di un passato figlio della mente di uno scrittore futurista è costante - ricordiamo che solo la Gran Bretagna è isolata per colpa del virus - deturpato però dall'onnipresenza e onnipotenza di un virus che porta gli uomini a comportarsi come delle bestie.
[Trailer ufficiale di 28 anni dopo - Il tempio delle ossa]
Se la soluzione a questo male incurabile fosse intrinseca alla nostra natura e non riconducibile a chissà quale antidoto?
È questa la domanda che Garland sottopone allo spettatore, con un'eleganza di scrittura sopraffina e ponendo in relazione l’aspetto traumatico di un evento e le relative conseguenze sociali sull’individuo.
Un mondo reazionario incline al culto più ottuso, feroce nella spietata ignoranza e che Nia DaCosta non lesina a mostrare in tutta la sua crudeltà visiva e morale.
In 28 anni dopo - Il tempio delle ossa è l’umanità a essere mostruosa, principio di odio e miccia pronta a fare esplodere raffiche di violenza e tortura immotivate o, peggio, che seguono traiettorie appartenenti a religioni sataniste che praticano il sacrificio di carne umana come tributo all’espiazione di un peccato ancestrale.
La legge che vige è quella del più forte sul più debole, con tanto di lotte con armi bianche per capire chi può restare all’interno di un gruppo e chi invece deve perire in una pozza di sangue.
Sembra quasi che l’anarchia di questa terra di nessuno sia una distopia ancorata alla Manhattan di 1997: Fuga da New York di John Carpenter, altra isola abbandonata a se stessa e che navigava in un mare di violenza e morte.
Come nel capolavoro carpenteriano anche in 28 anni dopo - Il tempio delle ossa a essere centrale per la sopravvivenza è la rappresentazione identitaria di se stessi e perciò la costruzione di un personaggio in grado di amplificare il culto di personalità in un mondo senza punti di riferimento: la scrittura politica di Garland, a mio avviso, raggiunge l’apice visto in Civil War.
Credere o meno non è una questione di fede, ma di sopravvivenza.
[In 28 anni dopo - Il tempio delle ossa Ralph Fiennes è il dottor Kelson, personaggio destinato a diventare di culto per gli amanti del genere horror]
In questo neo-medioevo le personalità più forti prevalgono su quelle più deboli (pensiamo alla politica oggi e guardiamo al personaggio di Jack O'Connell) generando vere e proprie sette con a capo demiurghi volti a costruire popoli ottusi dominati dalla paura dell’azione volontaria.
Il lampo di speranza in questo mare magnum di sangue e virus proviene da un uomo di scienza, razionale, ma con una fede smisurata nella bontà dell’uomo.
È possibile curare l’anima di una persona partendo dalla parola?
È giusto sacrificare la propria vita per la vita delle generazioni future?
Da un horror spietato, 28 anni dopo - Il tempio delle ossa si trasforma in un dramma capace di scardinare ogni convinzione che pensavamo di portare con noi, fino a raggiungere il colpo di scena finale che apre una porta per il capitolo seguente, la cui soglia non vediamo l’ora di varcare.
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