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Bomb City, di Jameson Brooks - Seeyousound 2019

Bomb City è il racconto, attraverso il famoso processo, della storia di Brian Deneke, morto ad Amarillo in Texas nel 1997 a soli diciannove anni.

 

A differenza di quello che potrebbe sembrare, il film non è il classico legal drama tra avvocati verbosi e aule di tribunale, ma un'opera dall'anima punk, come quella del protagonista di questa vicenda.

 

 

 


Il primo lungo di Jameson Brooks, giocando con innumerevoli flashback e flashforward, ci racconta gli ultimi giorni della vita del giovane punk diciannovenne partendo proprio dagli attimi immediatamente successivi alla sua morte: le sgommate sul cemento umido, le luci della notte e la gente che urla.

 

Il racconto torna subito a qualche giorno prima, quando Brian torna da New York al capannone che ha affittato in cui vive insieme ad alcuni amici e dove organizza concerti.

Dall'altra parte c'è una partita fondamentale per la squadra di football della scuola, i Rebels, partita che i beniamini della città perderanno.

 

Il film poi passerà una buona parte a costruire il contesto di un piccolo paese del Texas, come ne abbiamo visti tantissimi nei film sportivi, in quelli di Richard Linklater (in questo film è presente nei panni di Rome la figlia Lorelai, già vista crescere in Boyhood) o in quelli sulle lotte razziali contro il pregiudizio: un paese in cui la polizia ha due pesi e due misure e in cui i due gruppi si punzecchiano e si scontrano. 

 

Il regista sembra voler accennare una qualche differenza morale tra le due comunità, ma non batte troppo, fortunatamente, su questo tasto: semplicemente ci presenta lo scontro e come gli uni fossero visti e trattati in maniera differente dagli altri. 

 

 

 


Ci viene presentato inoltre il contesto punk in cui vivevano i protagonisti di questa vicenda: oltre a Brian seguiremo la sua ragazza Jade, suo fratello Jason e gli amici King, Oles e Rome. 

 

Impareremo a conoscerli e vivremo con loro alcuni giorni, come in un film di Linklater - che torna molto nella scrittura e in alcune scelte registiche di questo film - ci affezioneremo alla nascente storia d'amore del protagonista e lo sentiremo parlare tanto per delinearne la personalità e i modi, per soffrire quando vedremo i giocatori di football buttargli una bottiglia di vetro addosso e infine per capire cosa provano coloro che lo hanno perso.

 

 

 


Il tutto intervallato dalle parole dell'avvocato della difesa Cameron Wilson, interpretato da Glenn Morshower, che condannano questo loro stile di vita, che li descrivono come teppisti violenti e guerrafondai. 

 

È interessante in questi primissimi momenti, oltre all'ovvio parallelo tra le due comunità, vedere come l'aggregazione da un lato sia vissuta come qualcosa di giusto: di conseguenza il gruppo del football è sempre nutrito, mentre dall'altro sia quasi un guilty plasure da non confessare e tutte le persone che vedremo nella prima serata saranno poi totalmente assenti nel resto del percorso verso la morte del giovane texano.

 

È anche interessante come una delle primissime frasi messe in bocca a Jason sia - nei confronti di King, quindi non di uno dell'altro gruppo - "Read a fucking book" come a voler sfatare un mito, come poi farà con tanti altri durante il film.

 

 

 


Dopo i primi due atti torneremo al principio e alla notte incriminata, osserveremo King, che ormai conosciamo come uno rissoso e facile preda dell'ira, reagire ai ragazzi del football che avevano buttato uno dei segnali stradali nella finestra del capannone e lo vedremo picchiato da decine di ragazzi. 

 

Così quando torna a casa e aizza i suoi compagni alla vendetta contro "gli altri" ci sarà tutto chiaro: non è un gesto di violenza immotivata, ma una ribellione ai tanti e violentissimi soprusi subiti negli anni.

Non per questo ci viene mostrato un gesto doveroso e giustificato, anzi, i volti titubanti di Jade, Jason e Brian ci preannunciano la tragedia e soprattutto ci danno la cifra di un'azione che sanno in cuor loro essere sbagliata. 

 

Così come il lungo viaggio e i dubbi negli occhi di ognuno dei ragazzi, che tracannando Jack Daniel's cercano di farsi forza e non possono che far pensare a quanto sia illogica e sbagliata quella vendetta, ma allo stesso tempo impossibile da contenere.

 

 

 


Poi c'è la rissa, che come moltissime altre scene d'azione lungo tutti i 95' di film è uno dei momenti registicamente più interessanti, e poco a poco vediamo la morte andare incontro a Brian.

 

Brooks poi sovraccarica il momento in cui Cody Cates (nella realtà il guidatore si chiamava Dustin Camp) insegue e investe il ragazzo dalla cresta verde: ralenti, moltissimi punti macchina, svariati piani su tutte le persone in macchina e sulle loro reazioni sotto più punti di vista.

 

Tutto quasi esagerato, ma recuperato con la violenza e la forza del momento fatale in cui attraverso ottimi effetti, tutt'altro che indie come resa, vediamo tutta la dinamica della macchina che vola, colpisce la testa e prosegue la sua corsa sul corpo del povero punk.

 

Gli intermezzi del processo si fanno più presenti e da questo momento passiamo a quel piano narrativo dove dopo aver visto parlare i vari testimoni e l'avvocato della difesa ci troviamo ad ascoltare le due arringhe, il classico momento da legal drama.

Prima l'accusa, ovvero la difesa di Brian, poi la difesa. 

 

 

 


Il parallelo tra i due discorsi permette di capire la bravura di Brooks nello sfruttare piccole differenze di recitazione, ma soprattutto sound design e scelte di punti macchina per rendere due discorsi egualmente retorici e di parte (l'uno condivisibile, l'altro meno) totalmente diversi nella percezione dello spettatore non solo nel loro contenuto, ma anche nell'impatto emozionale.

 

L'occhio del regista qui è di parte, ma in questo tipo di film non può essere altrimenti.

 

Bomb City non è solo l'immagine di una cultura e il racconto di una storia vera, ma anche un ottimo prodotto indipendente, che sa crearsi una sua estetica coerente con il mondo che vuole rappresentare.

Ci ritroviamo infatti davanti a un film graffiante e punk, fatto di macchina a mano, di colori esagerati e sporcati dal nero delle ombre e della sporcizia, di ambienti claustrofobici, ma che sa prendersi i suoi momenti di compostezza e di maggior epicità, come la personalità di Brian che si dimostra non solo lo stereotipo del punk che abbiamo in mente, ma un ragazzo profondo e sensibile con una macchina da presa che sa quando smettere di muoversi e quando rallentare.

 

[per chi vuole un'anticipazione una delle sequenza più belle del film: l'inseguimento con la polizia e l'agguato in casa]

 

 

Un film che suona come tutt'altro che indipendente per le interpretazioni, per il production value e per la qualità complessiva impreziosita da un paio di sequenze davvero molto belle e che non sarebbero sfigurate in cinema ben più conosciuto e distribuito.

Per fare due esempi: l'inquadratura di Jade sola sul pavimento dopo la violenza mostrata dal poliziotto durante l'agguato in casa (momento tra l'altro di ottimo cinema d'azione) o lo sfogo di Cody, immerso nei riflessi della pioggia dentro la sua macchina, dopo che ha realizzato di aver ucciso un uomo. 

 

Un film che, pur essendo ambientato vent'anni fa, risulta attualissimo per la descrizione delle dinamiche di odio verso il diverso e per i rischi che si vengono a creare quando quest'odio da sempre presente viene giustificato dalle istituzioni.

 

 

 


Alcuni momenti risultano un pochino ingenui nell'essere smaccatamente di parte, ma nel complesso sono pochi e assolutamente superabili, così come certe sequenze un po' sovraccariche figlie della voglia di strafare tipica delle opere prime: piccoli nei in un film complessivamente davvero molto interessante.

Un esordio di altissimo livello per questo regista trentatreenne di Nashville.

 

Gli ultimi cinque minuti del film sono poi una vera e propria chicca con il Disinformation Speech di Marilyn Manson (che appare sullo schermo di una TV al termine di un lungo e bellissimo movimento di macchina) e la musica sui titoli di coda che porta a una sorta di scena post-credit di cui però non vi dirò nulla per non togliervi la sorpresa, ma che risulterà genuinamente e completamente punk.

 

È consuetudine in questo festival parlare di "slot Seeyousound" ovvero di fasce di proiezione durante il festival in cui invece che la semplice proiezione di un film questa è introdotta, nell'ordine, da un videoclip e da un cortometraggio.

 

A causa della durata dei film, di alcune presentazioni istituzionali e di mille altre ragioni questo non avviene più in tutte le proiezioni, ma con Bomb City siamo tornati a questa bellissima abitudine. 

 

 

____________________________

 

Meg Meyers - Numb di Clara Aranovich 

 

La giovane cantautrice rock americana in questo video diretto da Clara Aranovich sceglie di promuovere questo singolo estratto dal suo Take Me To The Disco con un video abbastanza classico, incentrato sul suo playback e sulla frase centrale della canzone: I guess I’m feeling numb ovvero penso di sentirmi insensibile.

 

Questa frase viene rappresentata da una moltitudine di persone che la infastidiscono costantemente: prima proverà ad assecondarli senza reagire poi fuggirà, ma non cambierà nulla. 

 

 


Un video molto classico in cui il formato 4:3 e un'estetica molto curata con qualche acuto, come la rotazione di 90° verso il finale, uniti a una cantante che sa tener benissimo lo sguardo della macchina da presa, impreziosiscono una bella idea. 

 

Come dice la stessa cantante Numb è un pezzo molto personale

"It wasn’t written as a woman against men, but more of what I was going through as a person" 

e come tale non poteva che esserci un video così claustrofobico grazie all'aspect-ratio e alla costante presenza di tantissime persone in un frame così ristretto.

 

L'unione tra questa sorta di It Follows in cui viene seguita e una scelta così diretta come lo sguardo in macchina risultano funzionali e assolutamente adatti alla canzone. 

 

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Das Madchen Im Schnee (The Girl in the Snow), di Dennis Ledergeber 

 

Questo corto svizzero è un grandissimo omaggio autoironico a uno dei ruoli più importanti dal punto di vista del suono in un film: racconta alcuni momenti della vita di un foley artist, alle prese con la ricerca della perfezione nei suoni che sta registrando.

 

Lo vediamo intento a pugnalare una lattuga o a martellare un termosifone e poco a poco ci affezioniamo a questa faccia segnata dal tempo, una maschera impassibile che muta solo quando il suono è "quello giusto".

 

 

 


Un corto quasi completamente muto, finchè non arriva il colpo di scena: il nostro rumorista non registra solo suoni di oggetti inanimati, ma cerca anche l'urlo di dolore e di paura perfetto per il suo programma radiofonico.

 

Allora lo vediamo impassibile come davanti a un carillon davanti alla giovane prigioniera nel suo scantinato mentre cerca l'ennesimo il suono perfetto.

 

The Girl in the Snow vive di un'idea semplice e di una realizzazione perfetta: non pesano mai l'unica location utilizzata né l'assenza di dialogo, anzi il lavoro perfetto - come era lecito aspettarsi - di sound design riempie le orecchie dello spettatore. 

 

 

 


Il cinema non è fatto di solo suono, ma spesso è il sonoro a essere l'indicatore di un ottimo corto: tutto in questo The Girl in the Snow funziona bene come il suo sound design, a partire dal casting di Jörg Reichlin come protagonista, perfetta maschera impassibile nelle mani di Ledergeber e dalla fotografia di André Guadagno che sfruttando l'industrialità di un mestiere come il foley artist, del capannone usato come unica location e del taglio quasi da western di questo vecchio uomo con cappello e bretelle, sporco e stanco, sfrutta i toni del giallo che passano attraverso le finestre sporche del suo studio e il blu delle ombre metropolitane in maniera eccezionale.

 

Davvero un ottimo cortometraggio con una fantastica costruzione del colpo di scena finale.

 

 

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