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Alla fine è successo e dopo cinque stagioni in dieci anni Stranger Things è arrivata al suo finale di serie.
Lo show dei Fratelli Duffer che ha riportato gli anni '80 sulla cresta dell'onda (ammesso e non concesso che a un certo punto non ci siano più stati) si è concluso alle 2 del mattino del 1° gennaio 2026, quando è stata resa disponibile su Netflix l'ultima puntata, della durata di oltre due ore.
L'episodio è arrivato in coda a una quinta stagione già divisa da un mese: la prima tranche è stata resa disponibile il 25 novembre, la seconda il 26 dicembre.
Fra alti e bassi, critiche e lodi, premi e nomination, star bambine cresciute (fin troppo), l'ultima stagione della serie inscena la battaglia finale con Vecna, ma sembra ricordarci più che altro che esistiamo per lottare con noi stessi e con gli addii che non siamo proprio bravi a dire.
[Trailer ufficiale di Stranger Things 5]
La resa dei conti
Quasi due anni dopo l'incidente dei portali, la cittadina di Hawkins è in quarantena, sotto strettissima sorveglianza dell'esercito.
La dottoressa Kay e il tenente Akers hanno istituito un laboratorio nel Sottosopra e danno la caccia a Eleven (Millie Bobby Brown), che passa le giornate ad addestrarsi alla fuga e alla lotta.
Will (Noah Schnapp), Lucas (Caleb McLaughlin) e Mike (Finn Wolfhard) tentano di passare inosservati, Dustin (Gaten Matarazzo) non riesce ad accettare la morte di Eddie [ti capisco amico, nemmeno io, ndr]; nel mentre Steve (Joe Keery), Robin (Maya Hawke), Jonathan (Charlie Heaton) e Nancy (Natalia Dyer) sfruttano una radio locale per trasmettere messaggi in codice, soprattutto sulle missioni di Hopper (David Harbour) nel Sottosopra, con relativa preoccupazione di Joyce (Winona Ryder).
Come se non bastassero i faticosi fallimenti per trovare e distruggere Vecna (Jamie Campbell Bower), il male colpisce ancora: a sparire stavolta è Holly, la sorellina di Nancy e Mike.
La prima di molti bambini.
Fra presente e passato, confini che si fondono fra reale e irreale, problemi adolescenziali e Demogorgoni selvaggi, la sola certezza rimasta ai nostri eroi è che il tempo è agli sgoccioli.
È arrivato il momento di vedere i frutti dell'addestramento, di mettere in atto il piano conclusivo, di dichiarare sentimenti nascosti.
Salutare sapendo che potrebbe essere l'ultima volta. La battaglia finale si combatte nel Sottosopra, contro le proprie peggiori paure e i mostri del passato.
Per distruggere non il collegamento, ma il Sottosopra stesso.
Perché anche a Hawkins, la terra e i cuori smettano di tremare.
[Eleven, interpretata da Millie Bobby Brown, pronta per lo scontro finale di Stranger Things]
Eterno ritorno e nostalgia
Dopo un inizio strepitoso e aspettative altissime, era chiaro da un po' che Stranger Things fosse in caduta.
Dalla terza stagione in poi diverse crepe avevano iniziato ad aprirsi, e non solo verso il Sottosopra: universi sempre più labirintici portavano a chiedersi se e dove si sarebbe andati a parare per rimettere insieme tutti i pezzi e le dinamiche fra i personaggi, rese necessariamente più complesse dall'ingresso in adolescenza dei protagonisti e dall'introduzione di nuove figure provenienti da diversi piani temporali, si facevano sempre più intricate, sottraendo spazio crescente alla lotta contro i demoni e, infine, Vecna.
Da non sottovalutare anche il fatto che il cast, più ancora dei loro personaggi, sia cresciuto tanto, il che rappresenta una problematica a sé.
La serie dei Fratelli Duffer innegabilmente deve parte del suo fascino all'immaginario nostalgico a cui ha attinto a piene mani, quello ben radicato nei ricordi di infanzia e giovinezza del suo pubblico (o nel quadro che è stato loro dipinto).
Avventure in bicicletta, amicizie indistruttibili sullo stile di Stand by Me, un abbondante contorno di cultura nerd, brani così presenti che da colonna sonora si fanno personaggi, i colori e il fascino degli anni '80 come simbolo di un passato che non tornerà.
Un contesto perfetto per protagonisti ragazzini, quali erano gli attori alla prima stagione, ma sempre meno con il passare del tempo, fino a un'ultima stagione in cui giovani adulti vestono i panni di liceali (che iniziano a calzare proprio stretti).
A pagare il prezzo di questo generale appesantimento sono state, fatalmente, le svolte che avrebbero avuto un bel potenziale: il personaggio di Eddie, ad esempio, simbolo della confusa ignoranza nella società (statunitense, ma non solo) che affianca musica metal e satanismo, e non esita a pulirsi la coscienza con colpevoli facili da identificare.
La scoperta della vera natura di Vecna/One, che spiega perché lui e Eleven siano così legati, oltre a fare da pretesto per uno squarcio molto interessante sul background della protagonista e spiegare le sue difficoltà affettive e nei rapporti umani.
Purtroppo, nel tentativo di rimettere tutti i pezzi a posto e non perdere l'hype, a volte si ha la sensazione che i problemi, le situazioni e le dinamiche si avvitino su loro stesse, portando a chiedersi se si arriverà a una fine.
[Il risveglio di Max fra le braccia di Lucas, atteso dalla stagione 4 di Stranger Things]
Quando un finale non basta (ma magari sì)
Anche la stagione 5 presenta a mio avviso alcuni elementi sicuramente interessanti, come il focus sulle scelte e il libero arbitrio: Henry e Eleven sono due lati della stessa medaglia, solo su strade diametralmente opposte.
Così come l'approfondimento sulla mente a sciame e il colpo di scena in cui Will si rivela "un vero stregone": quella che per quattro stagioni è stata la sua debolezza, essere rimasto segnato dal periodo trascorso nel Sottosopra, la scoperta che è stata la sua mente a scavare cunicoli e collegamenti col mondo reale, si rivela la sua più grande forza nel momento in cui diventa in grado di controllare il suo potere.
Sempre Will è protagonista della scena forse più discussa dell'intera serie: il coming out che aspettavamo circa dalla prima puntata, con contestuale dichiarazione d'amore (impossibile) a Mike.
Se da un lato la costruzione appare un po' forzata, con il circolo in stile Alcolisti Anonimi e le manifestazioni di accettazione da parte di tutti, in primis di Mike stesso, va riconosciuto l'intento di dare spazio a relazioni sentimentali variegate e mature.
In questo senso, il personaggio di Will porta un messaggio importante in senso sociale, così come (in altro periodo storico, molto più semplice) fa la serie Heartstopper: in amore non esiste "normale" e "anormale".
Non c'è ragione di aver paura o vergogna di ciò che si prova.
Altro esempio di relazione adulta è il dialogo fra Nancy e Jonathan, insieme alla proposta di "non matrimonio": un dialogo ben scritto, coinvolgente, su cosa succede se una relazione non funziona più.
A non funzionare del tutto però è anche la conclusione: non fosse stato per la dichiarazione dei Duffer, non è così chiaro che i due si siano lasciati, anche perché chiudono il tutto dicendo di amarsi ancora.
[L'abbraccio di gruppo dopo il coming out di Will, una delle scene più discusse di Stranger Things 5]
Le scene sentimentali, per quanto apprezzabili, diventano un po' troppo presenti nell'arco della stagione, ma non è questo il problema fondamentale del finale secondo me.
Proprio la nostalgia e l'elemento amarcord a cui Stranger Things è legata a doppio filo, diventa qui la zavorra peggiore, come se avessero avuto paura di chiudere una relazione che zoppica da tempo, la conclusione della narrazione è dilatata al punto da presentare vari finali, nella ricerca ossessiva del dettaglio e della mancanza di qualunque rimpianto.
L'ultima puntata, in particolare, richiama la dinamica già vista nell'ultima stagione di Game of Thrones: non solo per la pervasiva atmosfera scura, ma per la sensazione di chiusura della vera battaglia quando c'è ancora troppo tempo da riempire.
Così come in GOT si sconfiggono gli Estranei per ridurre l'ultima battaglia a una guerra dinastica, così accade con Vecna, che vede la sua fine quando resta ancora un'ora abbondante da riempire.
E ancora: così come lo scontro Stark contro Lannister appare riduttivo, qui i nostri eroi che emergono dal Sottosopra per affrontare il governo provocano un calo di tensione non indifferente; per concludere poi con un epilogo che non lascia spazio a finali aperti, troncando però anche la voglia di tornare sulla serie dopo una prima visione.
A salvare il tutto, una colonna sonora che, inutile dirlo, amplifica malinconia e fascino ai livelli massimi.
La scelta stessa di far saltare il Sottosopra per mezzo di un marchingegno azionato da un giradischi ha in fondo un fascino tutto suo e ci ricorda che, forse, come esseri umani saremo pessimi a dire addio, ma siamo bravissimi a trovare la musica giusta per farlo.
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SuldivanodiAle
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2 commenti
IlBuonVecchioNick
1 mese fa
Forse e dico forse, una stagione vera e propria non era necessaria, si sarebbe potuto concludere con due o tre puntate più lunghe dei canonici 45 minuti, però non posso non dirmi soddisfatto.
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Alex Lenoci
1 mese fa
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