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La mia famiglia a Taipei - Recensione: prove d'indipendenza

La ricerca di un posto, o la promessa del caleidoscopio 

Titolo originale: 左撇子女孩S, Zuǒpiēzǐ nǚhái
Genere: Drammatico
Regia: Shih-Ching Tsou
Sceneggiatura: Shih-Ching Tsou, Sean Baker
Cast: Janel Tsai, Shih-Yuan Ma, Nina Ye
Distribuzione Italia: I Wonder Pictures
Uscita Italia: 22 dicembre 2025
Durata: 108 minuti
Paese: Francia, Taiwan, UK, USA

 

Un certo Cinema dalle radici indie finisce per accasarsi istantaneamente, progettualmente, presso piattaforme ben lontane da quel contesto produttivo e culturale: ciò non è certo una novità né - soprattutto - implica necessariamente, rispetto alle premesse, un tradimento o una normalizzazione sul piano estetico. 

 

Sono numerosi gli esempi da poter convocare, magari estendendo il discorso al segmento arthouse, e dopo aver visto La mia famiglia a Taipei, esordio in solitaria della regista taiwanese Shih-Ching Tsou, la mente può correre alla scena statunitense del nuovo millennio, all'esplosione - per fare dei nomi tutt'altro che casuali - dei fratelli Safdie e di Sean Baker, colui che ha fatto persino irruzione nell'Olimpo del mainstream a stelle e strisce.

 

[Trailer ufficiale de La mia famiglia a Taipei]

 

 

Certo è un'epoca, (solo?) quella attuale, che non sembra concedersi a semplificazioni frettolose: per abbozzare grossolanamente un lato (anzitutto statunitense) della questione, tra produzione e distribuzione, pare evidente come le relazioni tra le major, i servizi di streaming e - guardando all'evoluzione di alcune radici indie - attori obliqui come A24 abbiano dei contorni spesso sfumati e, talora, potenzialmente problematici.

 

Pensiamo non tanto alle loro interazioni dirette ma alla (macro)definizione, a tutta prima, di logiche produttive e distributive, le fondamenta - senza determinismi - della vita effettiva di un'opera; con maggior forza, situiamo però il nucleo essenzialmente problematico, a un tempo, in un orizzonte di tipo estetico, lasciando spazio alla possibile risonanza di quelle logiche ma senza soffocare il film con l'interesse, pur fecondissimo, per dimensioni costitutive come quella para-testuale, pragmatica, economica e via dicendo.

In ambito critico, potremmo dire, è il film a dover essere il possibile banco di prova, spesso indiretto, per questa rosa di dimensioni.

 

Tenendo presente questa prospettiva estetica, evocata in apertura smorzando il conflitto tra radici indie e distribuzione mainstream, la collocazione (produttiva, culturale) entro un contesto indipendente non determina un valore intrinseco.

La precisazione sembra doverosa poiché, per aprirci finalmente al punto, La mia famiglia a Taipei - titolo italiano che rimpiazza l'internazionale Left-Handed Girl - ha suscitato parecchie risposte in forza di un'indipendenza produttiva che, in qualche misura, si manifesta in maniera inconfondibile.

 

Enciclopedicamente le premesse di maggior rilievo sono le seguenti: collaboratrice frequente di Baker, con cui ha co-diretto Take Out nel 2004 e che in questo caso ha co-sceneggiato, co-prodotto e montato il film, Shih-Ching Tsou ha realizzato il suo primo lungometraggio contando su un budget risicatissimo, nell'ordine delle migliaia di dollari, girando con un iPhone 13 e senza fonti di luce artificiali.

 

A un decennio da Tangerine dello stesso Baker e nella stessa tornata di Kontinental '25 e dall'alto budget di 28 anni dopo, per limitarsi all'uso degli smartphone; più in generale, nel solco di una serie di innovazioni tecnologiche fiorite negli anni '50 e '60 e poi radicalizzate dal digitale (28 giorni dopo per rimanere con Danny Boyle e investimenti più sostanziosi, o lavori di non-fiction come il recente Put Your Soul on Your Hand and Walk); ecco: oggi, entro questo margine di democratizzazione che eccede il settore cinematografico e si riversa nella proliferazione quotidiana dell'audiovisivo, realizzare un'opera in grado di approdare al mainstream rimane in ogni caso, guardandosi attorno, degno di nota. 

 

S'è detto di come l'indipendenza non garantisca però un valore intrinseco: possiamo agevolmente figurarci un'indipendenza produttiva in grado di partorire una dipendenza estetica del tutto conformistica, consensuale, foss'anche nei rispetti di un filone originariamente indipendente (in entrambi i sensi) ormai assimilato, e magari proprio nel mainstream.

 

Certo pare più che ragionevole sostenere degli spazi e dei tempi d'indipendenza produttiva che possano incentivare, per l'appunto, l'apertura di margini di indipendenza estetica o - meglio - margini in cui si possano coltivare altre 'forme' di dipendenza estetica, una dipendenza dissensuale, rispetto agli immaginari dominanti, qualunque essi siano: se anche la presenza in un contesto mainstream non preclude un'indipendenza estetica feconda (senza che, peraltro, essa debba essere ricondotta forzatamente a un pensiero autorialistico), non si può che salutare con favore, ricalibrando gli strumenti di analisi, l'emersione di pratiche e nuove voci.

 

Nondimeno, sarà chiaro, ognuna di queste pratiche e voci va interrogata nella sua ipotetica relazione con il proprio tempo, polo discorsivo che sfugge al coevo, l'attuale, e la cui considerazione non si dà (parzialmente) che all'interno di simili relazioni; nelle pratiche e nelle voci ne va, cioè, di questo tempo, di tempi molteplici spesso in tensione, che sfidano l'ovvio e chiamano a un impegno (critico).

 

 

[Un frame da La mia famiglia a Taipei]

 

 

Accostiamo dunque La mia famiglia a Taipei e mettiamo alla prova le premesse, sue e nostre. 

 

Accompagnata da un tema musicale piuttosto gioioso, da coming of age in odore di commedia, un poco banale, emotivamente classico, la soggettiva di un caleidoscopio inaugura il film segnando l'ingresso a Taipei di un terzetto tutto al femminile, una madre e due figlie, di cinque e vent'anni.  

È la più giovane, I-Jing, la mancina del titolo internazionale, a manovrare l'aggeggio e a sfaldare la visione realistica in un tripudio di forme e colori, marcando presto la distanza del proprio punto di vista rispetto agli sguardi, ordinari e corrucciati, delle adulte. 

 

Arrivate in città, proprio l'ordinario guadagna subito, però, spazio: il piccolo appartamento dove s'insedia la famigliola, il chiosco del mercato notturno preso in affitto dalla madre e il negozietto in cui lavora I-Ann, la sorella maggiore, delineano le coordinate principali di un racconto che non elegge, in chiave narrativa, una protagonista così univoca. In un mondo in cui la figura (biologicamente) paterna è assente o, nel propugnare un tradizionalismo dannoso, del tutto statica, alle donne di questa famiglia irregolare spetta il compito, gravoso, di trovare un posto, un barlume di stabilità che non si risolva nella mera genuflessione dinanzi all'altare dello status quo

 

L'ottica privilegiata per esplorare i loro sforzi ha un carattere prevalentemente relazionale: nonostante le tre parabole chiamino in causa delle strutture (sociali, economiche, culturali) ben più ampie, La mia famiglia a Taipei, più che assumere queste esistenze come banco di prova per questioni sovraordinate, sembra interessarsi soprattutto, per l'appunto, ai riverberi relazionali dei vari input strutturali. 

 

Naturalmente le due direttrici coesistono, ma la nostra considerazione si dirige al grado di approfondimento (narrativo, almeno per ora) dei nodi grazie a cui generale e particolare potrebbero toccarsi in modo compiuto: non di rado si ha l'impressione che molti input strutturali associati più o meno strettamente al contesto taiwanese siano poco più che pretesti - i traffici della nonna - o che la loro traduzione narrativa sia - come nella vicenda che motiva il titolo internazionale - alquanto dimostrativa. 

In quest'ultimo senso, visti i riferimenti a I-Jing, si potrebbe ipotizzare un piglio favolistico, invero non così 'caleidoscopico', contrapposto a un milieu incapace di far spazio, tristemente, alla libertà di sguardo di una bambina.

 

È però l'impostazione estetica, la quale - in generale - offre allo spettatore una narrazione mai avulsa da coordinate formali che circoscrivono in toto un orizzonte esperienziale, a indebolire quest'ipotesi e, al contempo, a non riscattare le debolezze di scrittura (talora appesantite, a mo' di esempio, da alcuni montaggi paralleli poveri di suggestioni non-didascaliche). 

 

 

[Un frame da La mia famiglia a Taipei]

 

 

La mancanza di orpelli di tipo cromatico e luministico sembra rispondere più a una fiacca concezione di 'vita colta in flagrante' che a uno scarto espressivo rispetto agli immaginari dominanti, e l'impressione pseudo-documentaristica delle riprese più sporche, impressione già incompiuta di per sé, specie accanto alle immagini che intasano l'oggi, viene presto assorbita, peraltro, da un armamentario formale déjà vu, movimenti di macchina ben calibrati e composizioni rigide che chinano il capo a un indie divenuto maniera, tutto sommato innocuo. 

Lo stesso punto di vista di I-Jing si appoggia a qualche pedinamento ad altezza bambina e ad una manciata di peregrinazioni che, lungi dall'incrinare la logica adulta, concretizzano un preciso percorso a tappe.

 

Tale strutturazione narrativa, valevole infine per ogni personaggio, merita tuttavia maggiori attenzioni: a un livello micro-narrativo, La mia famiglia a Taipei presenta accostamenti non-lineari e parecchie ellissi che rinsaldano, nel raccontare le piccole tragedie giornaliere delle tre protagoniste, una certa impressione di realtà. 

Nondimeno, una simile soluzione - piuttosto consunta ma realizzata con una buona efficacia, tanto più quando le ellissi divengono omissioni intelligenti o aiutano a mescolare dramma e commedia - sembra soccombere nei confronti di un disegno macro-narrativo sorprendentemente rigido, fondato su incastri talora forzati che, in generale, non lasciano nulla al caso.

 

In questo senso, ecco che l'assenza di momenti di eccedenza, di deviazione, collima allora in negativo con un'altra assenza, quella di un tessuto estetico coerente in grado di ospitare dei momenti di rottura e, dunque, la possibilità di un autentico caleidoscopio.

 

Pur apprezzabile con riferimento a elementi isolati, l'esordio di Shih-Ching Tsou esibisce in fin dei conti una sostanziale normalizzazione sul piano estetico, normalizzazione che nemmeno prevede la fertile ripresa di un linguaggio classico e che - soprattutto, in sede critica - smorza le esaltazioni dell'indipendenza produttiva (senza che sia legittimo accusare di per sé il rimando progettuale verso la distribuzione non-indipendente). 

 

Nel complesso, un peccato, perché è sempre un peccato che le due indipendenze non vadano in coppia.

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