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Con Una di famiglia Paul Feig torna a confrontarsi con il thriller domestico dopo il dittico di Un piccolo favore, posizionandosi ancora una volta all’interno di un immaginario ormai ampiamente sedimentato nel Cinema pop contemporaneo.
Una di famiglia si colloca infatti all’incrocio tra più filoni recenti e riconoscibili: il domestic thriller di matrice post-Gone Girl, la rilettura femminile e femminista del racconto di potere, lo scenario eat the rich, fino a suggestioni melodrammatiche e sentimentali da romanzo young adult.
Ne risulta, a mio avviso, non tanto un’opera ibrida quanto un collage volutamente disomogeneo, che punta meno alla coerenza interna quanto alla continua sollecitazione dello spettatore.
[Trailer ufficiale di Una di famiglia]
La storia di Millie (Sydney Sweeney), giovane donna che accetta un impiego come domestica in una famiglia dell’alta società, gioca fin dall’inizio sul contrasto tra superficie impeccabile e corruzione interna.
L'impianto narrativo è quindi ampiamente rodato: la casa come spazio dell’inganno, la perfezione borghese come maschera, il privilegio come luogo di violenza normalizzata.
Feig tenta però di rinnovare questi elementi attraverso una deriva camp e sopra le righe, spostando nel continuo rilancio narrativo - twist, rivelazioni, inversioni di ruolo - il vero motore del racconto.
Il problema risiede però nel modo in cui Una di famiglia sembri interessato più alla proliferazione degli snodi narrativi che alla loro tenuta.
La sceneggiatura rinuncia fin dall’inizio a qualsiasi esigenza di profondità o coerenza interna e i temi evocati – tra cui figurano abuso domestico, dinamiche di genere, giustizia privata e criminalità giovanile – restano pretesti funzionali all’intrattenimento.
La suspense non nasce così da una costruzione progressiva, ma da una sequenza di scarti e colpi di scena che puntano più alla sorpresa che alla tensione, producendo una sensazione di prevedibilità mascherata da eccesso.
Questa disarmonia attraversa anche la messa in scena: Una di famiglia flirta apertamente con il camp, oscillando tra tentazioni parodistiche e residui di serietà mai del tutto abbandonati, eppure non sceglie mai se essere una satira consapevole del genere o un thriller convenzionale mascherato da gioco ironico.
Emblematica, in questo senso, la casa delle bambole al centro dell’iconografia promozionale: suggestiva, ma mai realmente integrata nel discorso del film.
[Una di famiglia: la casa delle bambole al centro del materiale promozionale]
Simile disomogeneità emerge infine nella direzione del cast.
Amanda Seyfried è l’interprete che meglio sembra comprendere il registro dell'opera: la sua performance è eccessiva, colorata, sopra le righe, ma coerente con l’idea di un racconto che flirta con la caricatura.
Sydney Sweeney, al contrario, appare bloccata in una prolungata immobilità espressiva che la riduce a figura funzionale più che a vero centro emotivo del racconto: un orientamento che appare difficilmente imputabile all’attrice - capace altrove di interpretazioni ben più complesse - e che rivela piuttosto una direzione incerta, insufficiente nel decidere che tipo di protagonista Feig voglia davvero raccontare.
Brandon Sklenar resta invece in una zona intermedia, mai davvero incisivo né completamente fuori tono.
[Una di famiglia: Amanda Seyfried e Brandon Sklenar]
In definitiva, a mio avviso il problema non risiede nella direzione pop, camp o volutamente superficiale, ma in come Una di famiglia confonda il film coscientemente non serio con il film privo di una codificazione precisa.
Il camp funziona solo a intermittenza, l’eccesso non è mai davvero controllato e ciò che resta è un prodotto fortemente mainstream che scivola spesso nell’adolescenziale involontario.
A restare è un’opera capace di intrattenere, persino di divertire, più cartoonesca che sovversiva, ma che fallisce nel promettere molto più di quanto sia disposta - o in grado - di sostenere.
[articolo a cura di Beatrice Gangi]
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