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Gioia mia - Recensione: l'odore delle case dei vecchi

Il film d’esordio della regista palermitana Margherita Spampinato ci riporta con tenerezza all'infanzia e alle estati passate a casa dei nonni, mettendo a confronto due generazioni apparentemente distanti, ma in realtà molto più vicine di quanto si pensi

Titolo originale: Gioia mia
Genere: Drammatico
Regia: Margherita Spampinato
Sceneggiatura: Margherita Spampinato
Cast: Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Camille Dugay
Distribuzione: Fandango
Uscita Italia: 11 dicembre 2025
Durata: 90 minuti
Paese: Italia

Gioia mia è il primo film di Margherita Spampinato, regista palermitana che ambienta il suo esordio in una Sicilia contemporanea riconoscibile ma non stereotipata, dall’identità presente ma appena accennata. 

 

Gioia mia è l’appellativo più dolce che spesso i nonni riservano ai nipoti e non solo.

In Sicilia, “gioia mia” può essere rivolto a un amico o a un’amica, a fratelli e sorelle, nipoti, cugini, cognati e persino ai genitori: è un mezzo universale di comunicazione vocativa amorevole.

 

"Gioia mia", come "vita mia" e ciatu miu ("mio respiro"), sono espressioni d’affetto molto comuni e non richiedono, appunto, un grado più o meno vicino di parentela.

 

[Trailer ufficiale di Gioia mia]

 

 

Nel film di Spampinato ciò appare chiaro sin da subito, sia nel rapporto conflittuale e speciale tra Gela (Aurora Quattrocchi) e Nico (Marco Fiore), sia nel simpatico affresco di vicine di casa, bambini del palazzo e conoscenti vari che circondano i due protagonisti come un timido ma sincero abbraccio.

 

Gioia mia è il ricordo di un’estate che probabilmente molti di noi hanno vissuto in maniera simile almeno una volta nella vita, tra mare, zie anziane, partite a carte e pisolini pomeridiani per resistere alle temperature proibitive. 

 

Quello di Spampinato è un esordio che carezza come un gelato in piena estate e che commuove grazie alla forza dell’immedesimazione.

 

 

[Il giovane Marco Fiore è Nico in Gioia mia]  

 

 

Spiriti

 

Nico (Marco Fiore) è un ragazzino innamorato di Violetta (Camille Dugay), la sua babysitter che sta per sposarsi.

Dato che i genitori lavorano e Violetta non può più occuparsi di lui, Nico viene mandato in Sicilia per le vacanze a casa di zia Gela (Aurora Quattrocchi), amica della nonna paterna Adele, che il ragazzo non ha mai conosciuto, perché morta giovane di parto.

È stata proprio Gela a crescere il padre di Nico dopo la perdita della madre. 

 

Zia Gela è una signora austera, elegante, molto religiosa e attaccatissima al suo vecchio carlino Frank, che porta con sé ovunque.

L’appartamento di zia Gela è in un antico palazzo con un cortile e alti soffitti, abitato per lo più da anziane signore con nipotini al seguito. Tutti sono convinti che il palazzo sia infestato, perché a ogni ora del giorno rumori strani e oscillazioni sospette di lampadari mettono in agitazione gli inquilini. 

Gli spiriti, in realtà, non abitano il palazzo, ma la vita dei protagonisti.

Nico piange la “perdita” di Violetta, che teme di non rivedere mai più dopo le sue nozze, e Gela nasconde una perdita dolorosa, reale, che l’ha trasformata nella donna dura e solo in apparenza indifferente che è oggi.

 

Gioia mia è un film profondamente sensoriale. 

Non solo per i rumori, del tutto funzionali alla narrazione, ma per quegli odori domestici che la regia ci restituisce: entriamo in punta di piedi nella casa di zia Gela, classica dimora di una signora anziana, piena di icone religiose, centrini, mobili antichi e luci soffuse.

 

Osservando questi ambienti non possiamo che ripensare al Jep Gambardella de La grande bellezza e a quella sua passione per “l’odore delle case dei vecchi”, che ha quasi la funzione della madeleine proustiana.

 

 

[Aurora Quattrocchi è zia Gela in Gioia mia]

 

 

Solitudini

 

Gioia mia è una storia di solitudini che si intrecciano, facendosi compagnia.

 

Negli afosi pomeriggi in cui rimane in casa da solo, Nico non può nemmeno trastullarsi con il cellulare, sequestratogli da Gela.

Contravvenendo all’ordine della zia di non frugare tra le proprie cose mentre lei è fuori con le amiche o a messa, Nico scopre una vecchia scatola piena di fotografie sul guardaroba della camera da letto, aprendo uno spiraglio nella vita precedente della zia.

 

Tante foto di Gela da giovane, tante foto di nonna Adele da giovane. Nessun uomo presente.

Foto piene di sguardi amorevoli, come se il soggetto fosse innamorato di chi, dall'altro lato dell'obiettivo, stava scattando. 

 

Si scopre così che Gela e Adele erano l’una la fotografa dell’altra, costrette a nascondere un amore grande e profondo a causa del bigottismo della gente. 

Gela, in realtà, non si è mai nascosta, ma è stato piuttosto il giudizio degli altri a ridurla in solitudine, forzando così il suo allontanamento da Adele, divenuta suo malgrado moglie, madre e infine vittima di parto.

 

Nico diventa così la prima persona alla quale Gela può raccontare apertamente la sua storia, nonostante le amiche del palazzo l’avessero sempre saputa e lei, del resto, non avesse mai avuto intenzione di nascondersi.

 

Gioia mia non racconta tanto la paura di vivere liberamente quanto piuttosto l’incapacità del mondo esterno di accettare ognuno per ciò che è, anche quando quel qualcuno è perfettamente a proprio agio con la propria identità.

È in questo modo che la società si atomizza, creando tante solitudini. Gela ha perso l’amore della sua vita, Nico perde Violetta e Rosa (Martina Ziami) è l’unica ragazzina del palazzo con cui il ragazzo fa davvero amicizia.

 

E quegli spiriti tanto paventati non sono altro che un’anziana signora dell’ultimo piano che vive in casa da sola e che spesso scambia una sedia per il proprio deambulatore, producendo dei terribili stridii che però non può sentire. Tutti si sono dimenticati di lei, trasformandola in una presenza infestatrice, quando la sua non è altro che l’ennesima storia di solitudine.

 

 

[Nico, zia Gela e Frank in una scena di Gioia mia]

 

 

Legami

 

Gioia mia mette in scena il rapporto tra un ragazzino e un’anziana signora in modo sincero, realistico, commovente e anche contemporaneo.

 

Gela non è la classica signora siciliana vestita di nero e all’antica, ma una donna elegante, moderna e attiva, nonostante le sue credenze un po’ antiquate frutto di un’educazione dall’impronta secolare. Il suo spirito libero sfida tutto e tutti, senza vergogna o timore.

 

Per la sua interpretazione, Aurora Quattrocchi, veterana del Cinema siciliano e italiano, ha ricevuto il Pardo per la migliore interpretazione al 78° Festival di Locarno, durante il quale Gioia mia è stato insignito anche del Premio Speciale della Giuria Ciné+.

 

Nico, dal canto suo, è solo in superficie il classico ragazzino impertinente e svogliato: è sensibile, determinato, schietto e aperto a conoscere meglio quella zia/nonna/amica che nel giro di un’estate gli ha insegnato tante cose sulla vita, sull’amore, sul dolore e sul superamento di esso.

 

Si parla spesso di scontro generazionale, di incomprensioni legate all’età. Ma se l’età è solo un numero, allora non è la distanza generazionale il vero problema: sono le idee, le opinioni, l’apertura mentale ed emotiva a creare un legame anche tra due persone anagraficamente molto distanti tra loro.

 

Gioia mia, vita mia, ciatu miu non conoscono età, genere, etnia.

Gioia mia è una dichiarazione d’amicizia prima che d’amore, una richiesta di condivisione che non ha limiti.

____

 

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