#articoli
Wake Up Dead Man: Knives Out, terzo capitolo della saga ideata da Rian Johnson, sembra cercare un equilibrio quantomeno identitario tra Cena con Delitto - Knives Out - un successo da 312.9 milioni di dollari al botteghino - e Glass Onion: Knives Out, distribuito direttamente su Netflix e accolto con malumori da pubblico e critica.
Se nel primo capitolo, sotto l’alone giocoso di un whodunit postmoderno, serpeggiava una critica nei confronti dell’establishment conservatore statunitense e se in Glass Onion l’idea di attaccare l’ottusità dei nuovi ricchi figli dell’industria high-tech era fin troppo esplicita, in Wake Up Dead Man a emergere è una crasi fra queste due vie.
[Il trailer di Wake Up Dead Man: Knives Out]
Un curato di campagna con un passato da pugile (Josh O’Connor) è accusato di omicidio. Il luogo del delitto è la chiesa governata da Monsignor Brown (Josh Brolin), con i fedeli di quest'ultimo a fare da scudo verso qualsiasi elemento esterno che cerchi di insinuarsi nella narrazione da “santone” che Brown propina loro quotidianamente.
La ricerca del colpevole è intricatissima, ma Rian Johnson devia a più riprese dal percorso canonico del giallo (basti pensare che il detective Benoit Blanc di Daniel Craig entra in scena solo dopo quasi 40 minuti) per concentrarsi sul microcosmo messo in scena che, nell’affastellarsi dei personaggi, si rivela essere una vera e propria radiografia dei nostri tempi.
Il delitto in Wake Up Dead Man è marginale, proprio perchè a interessare a Johnson non è il “come” ma il "perché".
[Wake Up Dead Man: Knives Out ci consegna un ulteriore sfacettatura di Benoit Blanc: il suo lato compassionevole]
Da questo punto di vista, Wake Up Dead Man si rivela essere il più tetro e oscuro dei tre film, dato che a essere messo sotto indagine è il concetto di fede e perciò la relazione con la dimensione intima della nostra coscienza.
Qual è l’etica che governa le nostre azioni? È possibile il perdono? Rispettiamo veramente le credenze altrui?
Quesiti non banali da insinuare nella mente dello spettatore che si approccia a un apparentemente semplice whodunit, seppur spesso messi in scena con schematica compostezza, come se il cast all star coinvolto assomigliasse più a un’esibizione muscolare di un potere produttivo ingombrante che alla funzionale creazione di maschere à la Wes Anderson.
[Il vero protagonista di Wake Up Dead Man è forse il curato ex-boxer interpretato da Josh O'Connor]
Rimane comunque, nella scrittura a orologeria di Johnson, una patina giocosa che flirta esplicitamente con il romanzo Le tre bare di John Dickson Carr e, di conseguenza, con il piacere della scoperta di una risoluzione che, più che a svelare un colpevole, è pronta a pugnalare in pieno petto le ipocrisie del fanatismo politico e religioso che governa il nostro tempo.
Wake Up Dead Man è quindi un film che viaggia su due binari che si incontrano solo verso la fine: da una parte, il “delitto impossibile” che vede Blanc interrogarsi sulla ricerca del colpevole, dall’altra il sottotesto politico che si interseca con quello della fede.
Come sulla “via di Damasco” a riflettersi sul film è una luce che illumina una via fatta di compassione cristiana, figlia di un pensiero che non collima forzatamente con una credenza religiosa - come nel caso di Blanc - ma con l'ascolto di realtà diverse dalla nostra.
Più che l'ipotetica riproposizione di un microcosmo che riflette gli Stati Uniti – d'altronde il Monsignor Brown è solo una versione clericale di Donald Trump – il vero gesto politico di Rian Johnson risiede nel proporre un’idea di ascolto diversa.
Una proposta che, in un’epoca di avatar online dove ognuno è più interessato a difendere la propria fede, è sempre bene sottolineare e valorizzare.
___
CineFacts non ha editori, nessuno ci dice cosa dobbiamo scrivere né soprattutto come dobbiamo scrivere: siamo indipendenti e vogliamo continuare ad esserlo, ma per farlo sempre meglio abbiamo bisogno anche di te!
