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Senza rimuovere il tragico: intervista a Daniele Vicari, regista di Ammazzare stanca

Il regista di Ammazzare stanca ci ha concesso un'interessante intervista, dove possiamo apprezzare il suo modus operandi nell'affrontare un tema complicato e che rischiava di somigliare a qualcosa di già visto 

Ammazzare stanca è il nuovo film diretto da Daniele Vicari, regista da sempre attento a un Cinema civile e politico, capace di interrogare la realtà italiana senza sconti.

 

Il film è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Antonio Zagari e si muove all’interno di un noir teso e asciutto, dove il genere diventa strumento di analisi morale.

La storia segue due uomini legati da un rapporto ambiguo e pericoloso, interpretati da Vinicio Marchioni e Gabriel Montesi, immersi in un mondo fatto di violenza quotidiana, scelte sbagliate e responsabilità che pesano come macigni.

In Ammazzare stanca la violenza non è mai spettacolo, ma un atto che consuma, logora e lascia segni profondi, mettendo costantemente in discussione il confine tra colpa, destino e possibilità di redenzione.

 

Abbiamo avuto la possibilità di intervistare il regista e qui vi riportiamo quello che ci ha raccontato. 

 

[Trailer ufficiale di Ammazzare stanca]

 

 

Lorenzo d'Orio 

Benvenuto Daniele! Tra una lezione di Cinema e una sala gremita ad aspettarti per la proiezione di Ammazzare stanca mi piacerebbe chiederti di raccontarci come si colloca questa tua nuova opera all'interno della tua filmografia, che interseca opere di finzione e documentari.

 

Daniele Vicari 

Nel 2017 viene ucciso un ragazzo che si chiamava Emanuele Morganti ad Alatri e io ho scritto un libro (Emanuele nella battaglia) sulla vicenda, interrogandomi su come possa avvenire un omicidio così efferato in una situazione civile, davanti a una discoteca.

Per la prima volta nella mia vita ho dovuto farmi delle domande sulla cosiddetta criminalità: "che cos'è?", "cosa spinge un essere umano ad ammazzare un altro essere umano per questioni di potere, di denaro, di convenienza?".

Durante la pandemia mi contatta Mompracem, la società di produzione di Carlo Macchitella con Pier Giorgio Bellocchio e i fratelli Manetti, e mi chiedono se avessi un progetto da realizzare; siccome mi stavo proprio interrogando su come si potesse raccontare la vicenda dell'omicidio, dell'uccidere, in maniera non retorica, ho cercato di scavarci dentro e mi sono ricordato di aver letto molti anni prima il libro di Antonio Zagari che avevo tentato di realizzare già più di dieci anni prima, ma senza trovare una produzione.

Così l’ho proposto a loro e hanno subito accettato.

 

Insieme allo sceneggiatore Andrea Cedrola ho messo al centro di tutto la domanda fondamentale che era nata dentro di me leggendo quel memoriale, ovvero "cosa significa uccidere, sopprimere un'altra vita?".

Zagari in quelle pagine lo racconta molto bene, dal punto di vista di un assassino, che è un punto di vista inedito perché nessuno di noi narratori, scrittori e registi può avere quella prospettiva sull'uccidere, sul sopprimere la vita di altre persone. 

Quindi partendo dal libro ho cercato di sviscerare questo punto di vista ed eccoci qua a parlare del film.

 

LD

Volevo infatti subito ricollegarmi a un argomento che hai già toccato, ovvero la trasposizione tra libro e film.

Dicevamo che è molto fedele, essendo un memoriale hai voluto renderlo filologicamente molto simile all'opera scritta, nonostante qui stiamo parlando di un film.

 

Daniele Vicari 

Più che altro ho rispettato il punto di vista, perché con Andrea Cedrola abbiamo fatto dei cambiamenti necessari.

La famiglia Zagari ad esempio era molto più ampia di come la raccontiamo noi: Antonio aveva tre fratelli e due sorelle, noi abbiamo ridotto il numero dei personaggi del film e nonostante questa scelta sono comunque 48. 

È un film che ha una dimensione epica, tipo una serie televisiva, dunque alcune scelte erano obbligate.

Il personaggio di Angela, la donna che aiuta Antonio a farsi delle domande interpretata da Selene Caramazza, nel libro è appena accennata; per il film abbiamo dovuto inventare e costruire un personaggio, sempre però rispettando i sentimenti che nel libro il protagonista prova per questa ragazza.

In ogni caso non saremmo mai stati in grado di raccontare quello che racconta lui, ovvero come e perché vengono uccise tutte le persone che incontra nella sua vita. 

 

LD

Quella che metti in scena è forse stata la prima ondata di ‘ndrangheta che prese potere al nord e di cui a Milano abbiamo contezza per tutti i fatti successivi relativi al clan Papalia di Buccinasco, sono storie molto attuali che però hanno questa radice risalente a ormai 50 anni fa, se non di più.

 

Daniele Vicari 

Quando iniziai a compiere delle ricerche sul libro, sul sito di Libera di Varese, grazie ai ragazzi che animano questa associazione ho trovato dei dati che mi hanno impressionato: il fatto che in Lombardia dal 1970 al 1974 sono state rapite quasi 400 persone è una cosa di una dimensione impressionante, rapimenti che non sono tutti addebitabili alle organizzazioni mafiose, ma anche ad altre organizzazioni politiche.

Solo nella città di Varese sono state 6 le persone rapite, alcune di queste non hanno mai fatto ritorno a casa. Mi è sembrata una zona d'ombra troppo ampia per continuare a non parlarne e il memoriale di Zagari apre uno squarcio incredibile.

Anche grazie a Gianni Sparta, giornalista che si è occupato di lui e ha raccolto le sue parole, sono riuscito a capire in qualche modo le dinamiche che ruotano intorno a questa storia e la cosa ha permesso a me e ad Andrea Cedrola di scrivere il film in maniera - credo - abbastanza coerente con queste vicende. 

 

LD

Coerente e non solo: Ammazzare stanca è un film che non romanticizza la mafia in nessun caso. ;

Ormai siamo abituati a film e serie TV che esaltano il ruolo del gangster o del boss: qui invece finalmente tutto viene messo in discussione.

 

Daniele Vicari 

Proprio nel libro che avevo scritto sull'omicidio di Emanuele Morganti mi interrogavo su questa cosa, perché la sorella di Emanuele, Melissa, un giorno mi chiese “ma tu ti rendi conto che tante cose che si raccontano al cinema o in televisione finiscono per esaltare il ruolo dei delinquenti?" e in effetti questa domanda me la sono posta e ho trovato nel libro di Zagari una possibile risposta.

Il punto di vista di un assassino credo ci abbia permesso di non cadere nella trappola, almeno me lo auguro.

Vorrei fare una riflessione sul tema della rimozione del tragico: per poter andare avanti nella narrazione, in un film qualunque, la rimozione del tragico è un elemento determinante affinché lo spettatore possa andare avanti nel racconto senza essere schiacciato.

 

Rimozione del tragico significa che tu mi spari e io esco di campo, poi tu vai a prendere il caffè, ammazzi un'altra persona e continui così senza che il peso di questi gesti ricada su di te e nemmeno sullo spettatore. 

La vicenda di Zagari è invece esattamente il contrario, perché Zagari uccide le persone e soffre come un cane per questa pratica, però lo capisce pian piano nel tempo perché è stato educato a uccidere.

Questo ragazzo ha ammazzato 16 o 17 persone ed è quindi uno che su questo tema ha una tragica competenza; il fatto di poter raccontare dal suo punto di vista quello che è il lento crollo di un uomo che toglie la vita agli altri - e che in qualche modo uccidendo gli altri piano piano uccide qualcosa di se stesso - era un'occasione irrinunciabile per me, proprio per le premesse di cui parlavamo prima.  

 

LD

Il cast è molto azzeccato, composto da giovani attori promesse del Cinema italiano, ma vorrei chiederti in particolare come è stato lavorare con Selene Caramazza in un ruolo decisivo per il protagonista.

 

Daniele Vicari 

Nel 2017 ho fatto un film (Prima che la notte, ndr) con Selene quando era molto giovane: raccontava la storia di Pippo Fava, grande giornalista catanese ucciso dalla mafia e Selene interpretava il ruolo di una giovane fotografa-cronista che collaborava con lui in redazione. 

Lavorare con lei è stato meraviglioso perché Selene ha una presenza incredibile ancorché discreta, ma che sullo schermo, grazie ai suoi occhi luminosi, alla sua intelligenza scenica, al fatto di saper stare davanti alla macchina da presa e di relazionarsi con tutti gli attori che sono presenti in scena in quel momento, mi aveva molto colpito e siamo rimasti comunque in contatto.

 

Per il personaggio di Angela avevo bisogno di un'attrice che fosse portatrice di una storia, che fosse capace di aggiungere qualcosa al personaggio che avevamo elaborato sulla carta. 

Quando ho incontrato Selene e ha provato un paio di scene del film, in un provino classico, mi sono reso conto che è un'attrice capace di mettere in produzione la propria fragilità esistenziale.

 

La capacità che Selene ha di stare dentro le situazioni e di trasformare questa sua fragilità in un punto di forza mi ha permesso di vedere per la prima volta il personaggio di Angela, che è un personaggio molto complesso, che accetta per amore di stare insieme a un boss, un gangster, senza però rinunciare a spostare l'asticella più in alto per poter permettere anche a lui di uscire dalla loro condizione: questa caparbietà, questa intelligenza è una cosa che Selene ha messo a disposizione del film e per questo non mi sono stupito che a Venezia il primo premio che abbiamo vinto sia stato il Ciak d'oro per lei.

Anche il premio vinto da Gabriel Montesi e Andrea Fuorto per la recitazione mi hanno molto confortato per la scelta di questi giovani attori ancora non conosciutissimi, ma con una capacità di essere dentro il film che secondo me non ha tanti paragoni. 

 

LD 

La casa di produzione è Mompracem, costituita non solo da produttori ma anche da artisti.

 

Daniele Vicari 

Mompracem è stata fondata da Carlo Macchitella - purtroppo scomparso due anni fa, proprio durante la preparazione del film - insieme ai Manetti Bros. e Pier Giorgio Bellocchio.

Avere a che fare - durante il processo di produzione di un film - con degli artisti di questo calibro è stato molto bello e un privilegio, perché in generale i produttori, anche quelli più grandi, non sono degli artisti.

Loro ci hanno messo l’anima, ci siamo confrontati e mi hanno sempre supportato, a ogni passo.

Questa cosa non è secondaria, è un film talmente complesso rispetto al proposito di non cadere nelle trappole di cui parlavamo prima che forse farlo con degli artisti e delle persone sensibili mi ha permesso di non deragliare, di avere un confronto importante dal punto di vista proprio creativo. 

 

È stato un vantaggio non di poco conto.

____

 

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