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Fino alla fine del mondo non è solo un film.
Diretto da Wim Wenders e girato tra il 1990 e il 1991 con un budget di ben 23 milioni di dollari, Fino alla fine del mondo è un viaggio nel tempo e nello spazio: intercontinentale, interculturale, futuristico.
Il suo titolo è infatti tanto fisico – Fino alla fine del mondo è stato girato in ben nove Paesi diversi – quanto dimensionale: la storia è ambientata alla fine del 1999, quando la fine del secolo incombeva con le sue profezie di distruzione globale, paventate sia nella realtà sia nella letteratura.
Con un cast ricchissimo, ambientazioni naturali spettacolari e recitato in più lingue, Fino alla fine del mondo è il perfetto esempio della maestria di Wim Wenders nel narrare un profondo Cinema di viaggio, che si accompagna alla dimensione filosofica e a quella artistica, veri fondamenti della nostra umanità.
[Trailer ufficiale di Fino alla fine del mondo, di nuovo in sala nella versione Director's Cut restaurata in 4K]
Terra: la dimensione spaziale
Fino alla fine del mondo parte da Venezia per arrivare fino all’Australia centrale, attraversando Parigi, Berlino, Lisbona, Mosca, Pechino, Tokyo, San Francisco e Sydney, seguendo le tracce di Claire (Solveig Dommartin), una donna francese dalla rocambolesca esistenza affetta da un’avventurosa forma di autodistruzione.
Durante il suo viaggio Claire si troverà in bilico tra due uomini: il suo ex-compagno Eugene (Sam Neill) e il misterioso uomo dalla doppia identità Trevor/Sam (William Hurt), entrambi affascinati da lei ed entrambi disposti a seguirla fino alla fine del mondo.
Wim Wenders è sempre stato un regista di luoghi, rendendoli protagonisti tanto quanto, se non più, degli interpreti umani: un esempio perfetto è il suo ultimo film Perfect Days, in cui il protagonista Hirayama e la sua Tokyo si fondono, non potendo essere raccontati l’uno senza l’altra.
Gli spazi parlano attraverso la fotografia, dall’ampio respiro sia negli interni sia negli esterni.
La seconda metà di Fino alla fine del mondo è ambientata nelle zone desertiche dell’Australia meridionale, dove i nostri protagonisti sono ospiti del popolo aborigeno Mbantua: “gli aborigeni cantano la terra come la Bibbia”, dice il detective Raymond (Eddy Mitchell) a Eugene, sottolineando come terra e Storia siano spesso inscindibili, e come terra e racconto sono due facce della stessa medaglia.
In un momento di grande apprensione per le sorti della Terra, con la paura della distruzione del mondo alla fine del millennio, l’attaccamento al luogo che ci sostiene si fa ancora più forte.
[William Hurt e Solveig Dommartin sono Sam e Claire in Fino alla fine del mondo]
Futuro: la dimensione temporale
Fino alla fine del mondo, ovvero fino a un futuro imprecisato.
L’estetica del film è, potremmo dire, soft cyberpunk: narra il 1999 come un mondo sì futuristico per la gente del 1991, ma non così lontano come poteva sembrare quello di Blade Runner di Ridley Scott.
Visto con gli occhi di oggi, Fino alla fine del mondo sembra quasi contemporaneo.
L’impatto sulla Terra di un satellite indiano impazzito provoca un guasto elettrico e la perdita della memoria digitale della nostra civiltà; è così Eugene, voce narrante del film, a incarnare l’idea di futuro laddove sembra essere sparito per sempre.
“Il futuro è sempre frutto di fantasia”, dice Eugene, inizialmente avvilito dalla perdita delle bozze del suo romanzo, sparite a causa del guasto elettrico globale ma subito rimessosi al lavoro per iniziarne uno nuovo, di cui Claire è la protagonista.
“Il nostro dovere è compiere il futuro con l’immaginazione”, dice ancora Eugene, battendo senza sosta sulla macchina da scrivere (quasi un reperto archeologico), già proiettato verso una dimensione futuribile in cui il ricordo dell’umanità dovrà costituire le fondamenta, recuperando il passato nella sua forma migliore.
[Sam Neill e Eddy Mitchell sono Eugene e Raymond in Fino alla fine del mondo]
Immagini: la dimensione onirica
Trevor/Sam sembra un criminale qualunque, ma si rivelerà essere molto diverso.
L'uomo dalla doppia identità è infatti figlio di Henry Farber (Max von Sydow), inventore di un dispositivo capace di catturare le immagini attraverso la vista e di trasmetterle poi a livello cerebrale: tutto ciò perché la moglie Edith (Jeanne Moreau), cieca dalla nascita, possa così vedere il mondo e i volti delle persone care.
Sam giunge fino alla fine del mondo per catturare quante più immagini possibili di luoghi, amici, familiari, da poter poi consegnare al padre, che ha fatto della sua invenzione quasi un’ossessione.
Il dispositivo, infatti, funziona, ma brucia gli occhi di chi lo indossa per recuperare le immagini, provocando gravi problemi a Sam nel corso del suo viaggio.
L’esperimento riesce e Edith riuscirà finalmente a “vedere” tutto ciò che suo marito, suo figlio e Claire hanno raccolto per lei.
Ma Henry, distrutto dalla scomparsa della moglie proprio nella notte tra il 31 dicembre 1999 e il 1° gennaio 2000, non fermerà l’esperimento, portandolo a un livello ulteriore, ponendosi la domanda: "E se, nella stessa maniera, si potessero vedere anche i sogni?".
[I veterani del Cinema europeo Max von Sydow e Jeanne Moreau sono Henry e Edith Farber in Fino alla fine del mondo]
Claire e Sam si sottopongono all’esperimento, riuscendo a trasmettere i propri sogni su dei piccoli schermi che portano sempre con sé: ciò che all’inizio sembra una pratica straordinaria e iperreale si trasforma ben presto in una prigione.
Eugene assiste impotente alla crescente alienazione di Claire e Sam davanti ai loro schermi e al progressivo allontanamento tra loro due, sempre più rinchiusi in sé stessi.
Fino alla fine del mondo ci ha dunque mostrato, più di trent’anni fa, come l’abuso di un mezzo portentoso possa divenire dannoso se non sostenuto da una costante capacità critica del suo utilizzo: anche i sogni di Claire e Sam, cibo per la macchina sperimentale di Farber, si fanno più labili, sbiaditi, oscuri, angoscianti.
La qualità dei sogni peggiora con l'uso dello strumento, e Claire e Sam si perdono in essi.
“Sono staccato da me”, dice Sam, ormai stremato.
[Fino alla fine del mondo: il laboratorio del dottor Farber in cui Edith, Claire e Sam si sottopongono agli esperimenti con le immagini]
Parole: la dimensione umana
Fino alla fine del mondo è un inno alla Terra, all’umanità e alla sua straordinaria forza generatrice attraverso le parole. Il linguaggio è ciò che ci distingue dalle altre specie animali ed è ciò che ci salverà.
Eugene, che è uno scrittore, è infatti l'unico in grado di recuperare Claire dal baratro onirico in cui è caduta. Quando lo schermo che porta sempre con sé scarica le batterie, Claire entra in una vera e propria crisi di astinenza da immagini: vi ricorda qualcosa?
“Non sapevo quale fosse la cura per le immagini”, riflette Eugene, iniziando la sua assistenza a Claire, che proprio come una tossicodipendente in astinenza grida, suda e urla tanto da dover essere rinchiusa in un recinto.
Eugene continua così a scrivere il suo romanzo, non più soltanto come mezzo di salvezza per l’umanità, ma anche per la donna che ama, usando “il potere curativo delle parole”.
Sarà leggendo la propria storia attraverso le parole di Eugene che Claire guarirà, tornando presente a sé stessa e al mondo, ormai cambiato ma ancora lì, per tutti loro.
[Fino alla fine del mondo: Claire è ormai alienata davanti allo schermo che le mostra i propri sogni]
The World is not OK (o forse sì)
Fino alla fine del mondo è un concentrato di arte nelle sue multiformi dimensioni.
La fotografia di Robby Müller mette in scena autentici dipinti in movimento, con colori accesi e contrastanti che ricordano i silenti panorami di Paris, Texas, altro frutto della collaborazione tra Wenders e Müller. Le citazioni pittoriche sono molteplici, restituendoci quasi un museo su pellicola.
La colonna sonora è un almanacco memorabile dei migliori brani e artisti della scena internazionale, da Lou Reed ai Talking Heads, dagli U2 a Nick Cave: un uso iconico della musica pop che rappresenta la cifra stilistica di Wim Wenders.
[La scena di Fino alla fine del mondo che vede Claire e Sam impegnati a raccogliere le immagini di Elsa Farber (Lois Chiles), sorella di Sam, ricorda lo studio del pittore fiammingo Jan Vermeer: Elsa è infatti vestita ed esposta alla luce proprio come la protagonista del famosissimo quadro del 1665 La ragazza col turbante, meglio noto come La ragazza con l'orecchino di perla]
Fino alla fine del mondo è un’immersione profonda nel Cinema fatto con amore, che riesce a legare indissolubilmente forma e sostanza, estetica e introspezione, bellezza e distruzione, forza e fragilità.
La versione Director’s Cut, che Wenders realizzò già due anni dopo l’uscita del film, ci proietta nella visione completa del regista tedesco, sottoponendoci un grande interrogativo che oggi più che mai è basilare per la nostra specie: l’umanità riuscirà a confrontarsi con le immagini senza diventarne vittima?
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