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The Running Man - Recensione: sorridete alla telecamera

Con il suo nuovo film Edgar Wright si inserisce nel sempre più nutrito filone di adattamenti di Stephen King, affidando al carisma di Glen Powell un racconto distopico che somiglia un po' troppo al nostro presente

Titolo originale: The Running Man
Genere: Azione, Fantascienza, Thriller
Regia: Edgar Wright
Sceneggiatura: Michael Bacall, Edgar Wright 
Cast: Glen Powell, Josh Brolin, Colman Domingo, Lee Pace
Distribuzione: Eagle Pictures
Uscita Italia: 13 novembre 2025
Durata: 133 minuti
Paese: UK, USA 

 

The Running Man è il secondo adattamento cinematografico de L’uomo in fuga, romanzo distopico pubblicato nel 1982 da Stephen King sotto lo pseudonimo Richard Bachman: Edgar Wright, insieme a Michael Bacall, ne firma una rilettura in chiave action-thriller fantascientifico ad alto tasso di adrenalina. 

 

Se il primo adattamento del 1987 - L’implacabile di Paul Michael Glaser - si traduceva in un godibile action camp da videoteca, pensato come veicolo per il popolarissimo Arnold Schwarzenegger, la nuova versione di The Running Man aggiunge un tassello al Cinema ipercinetico e cinefilo di Wright.

 

In The Running Man lo spettacolo va di pari passo con il divertimento e l'emozione, trovando in Glen Powell un protagonista carismatico. 

 

[Trailer ufficiale di The Running Man]

 

 

In un futuro non troppo lontano, gli Stati Uniti vivono sotto un severo stato di polizia, volto a placare il malcontento generato da disuguaglianze sociali e povertà dilagante.

 

La televisione di Stato, guidata dallo spietato produttore Dan Killian (Josh Brolin), ha il compito di distrarre le masse con reality show tanto pericolosi quanto seducenti, capaci di promettere ricompense e un futuro migliore ai meno fortunati.

 

Ben Richards (Glen Powell), operaio licenziato di continuo per il suo carattere a dir poco fumantino, si trova costretto a provvedere alla figlia malata e a garantire una via d’uscita alla compagna.

Decide così di candidarsi come partecipante a uno dei reality show in onda sul canale nazionale, venendo scelto proprio per il più remunerativo e spietato tra tutti: The Running Man, una caccia all’uomo in cui tre concorrenti devono sopravvivere per un mese, braccati dai Cacciatori e dal pubblico stesso, incentivato da taglie e ricompense a consegnare (o eliminare) i malcapitati.

 

Armato di ingegno, volontà di sopravvivenza e tanta, tanta rabbia, Richards si imbarca in un viaggio attraverso gli Stati Uniti che lo metterà di fronte alla violenza di Stato e gli farà scoprire a quali sotterfugi il Potere può fare ricorso per mantenere la propria versione dei fatti. 

 

 

[Glen Powell è Ben Richards, star di The Running Man]

 

Che cosa rimane delle distopie passate se non un grigio presente? Come renderlo un po' meno grigio? 

 

A questo ci pensa Edgar Wright, che con The Running Man (romanzo che King ambientava proprio nel 2025), conia una action comedy adrenalinica che racconta il mondo di oggi senza intenzioni predicatorie, ma con un'ironia sardonica che guarda senza nasconderlo troppo al miglior Paul Verhoeven, ma con un certo gusto british.

 

Lontano dall’estetica camp del film di Glaser, Wright mette in scena metropoli alienanti, architettonicamente simboli della divisione tra l’1% e il resto della popolazione, costretta a inseguire un American Dream trasformato in gioco al massacro televisivo.

Tocchi retrofuturisti rimandano al Fahrenheit 451 di François Truffaut: la giungla urbana dialoga con gli spazi rurali, luoghi di resistenza per eccellenza in virtù della propria lontananza perimetrale dal panopticon del Grande Fratello. 

 

L'espansione del mondo di The Running Man rispetto a quello de L'implacabile è notevole: The Running Man diventa un vero e proprio road movie, con Powell che si sposta in auto, in moto, in aereo e, naturalmente, correndo.

 

Espandere il mondo del film serve a due scopi: da un lato rendere l'azione ancora più coinvolgente sul piano del ritmo e dall'altro mostrare quanto sia ampio il raggio d'azione dei tentacoli del Potere sul piano ideologico. 

 

 

[Josh Brolin veste i panni di un luciferino produttore televisivo in The Running Man]

 

Sebbene la critica sociale sia presente, Wright non è preoccupato di scrivere un pamphlet ma vuole intrattenere, deputando al suo tipico umorismo il ruolo di commentario sociale e al suo protagonista quello di fungere da modello di resistenza e inflessibilità, di fronte alla seduzione dei poteri forti e del loro potere corruttore. 

 

Wright ha la fortuna di potersi avvalere di un Glen Powell in stato di grazia e in un momento della sua carriera in cui l'attore sta mettendo in scena tutto il proprio range.

Così come in Hit Man di Richard Linklater, Powell si trasforma e si traveste, ma qui la maschera fragile cela una rabbia pronta a esplodere.

Il suo Richards ricorda gli antieroi carpenteriani, in particolare il Nada di Essi vivono: un uomo comune schiacciato dal Potere, deciso a non lasciare il palcoscenico senza prima aver dato fuoco al teatro. 

 

Powell è coadiuvato da un cast di grande talento e carisma: il luciferino Josh Brolin, l’elegante Colman Domingo, la solida Katy O’Brian, il glaciale Lee Pace e soprattutto Michael Cera, che si ricongiunge con Wright dopo il cult Scott Pilgrim vs. the World e si diverte nel ruolo di bombarolo anarchico, alleato di Richards e coscienza politica del film.

 

 

[Michael Cera torna a lavorare con Edgar Wright in The Running Man]

 

Con The Running Man, Wright conferma tutta la propria maestria nel confezionare grandi scene d'azione, tra coreografie spettacolari e set piece sbalorditivi, come la sequenza in hotel o quella nella casa di Cera, che trasforma il film in una versione incendiaria di Mamma, ho perso l'aereo.

 

Come d'abitudine, Wright costella The Running Man di citazioni cinefile irresistibili, dal cameo di Schwarzenegger sulle banconote ai nomi ricamati sulle tute, che richiamano quelli di attori che hanno recitato in adattamenti cinematografici dell'universo kinghiano.

 

Non mancano in The Running Man, come già accennato, diversi rimandi al nostro presente: post-verità, intelligenza artificiale, manipolazione delle immagini.

I deepfake televisivi del film ricordano i deliranti post del'attuale Presidente degli Stati Uniti, mostrando quanto la manipolazione della popolazione sia efficace proprio in quanto accettata passivamente anche quando spudorata.

Wright è capace di mettere in scena la manipolazione capitalista con ironia, senza giudizio ma con tanta empatia per l’umanità.

 

Non è un caso che a distanza di neanche due mesi da Una battaglia dopo l'altra troviamo un nuovo film che si chiude sulle note di The Revolution Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron; il Cinema del 2025 è un Cinema che usa i generi per fare denuncia, per parlare alla platea mondiale degli spettatori provando a fargli aprire gli occhi, seppur con un certo grado di ingenuità. 

Con The Running Man Edgar Wright realizza il film verhoeveniano che l’adattamento di King avrebbe dovuto essere sin dall’inizio; ironico che RoboCop sia uscito nello stesso anno de L’implacabile.

 

Wright si conferma autore di un Cinema di genere dinamico e citazionista, ma dalle caratteristiche uniche e inimitabili.

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