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Vita privata - Intervista alla regista Rebecca Zlotowski - Roma 2025

Dopo True Detective: Night Country, Jodie Foster torna a indagare in uno psicodramma onirico diretto da Rebecca Zlotowski: abbiamo intervistato la regista alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma  

Vita privata della regista francese Rebecca Zlotowski è stato presentato alla XX edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, dopo la partecipazione fuori concorso nel maggio scorso al Festival di Cannes.

 

La protagonista è interpretata da Jodie Foster, che recita accanto ad alcuni tra i volti più celebri del Cinema contemporaneo francese come Daniel Auteuil, Mathieu Amalric e Virginie Efira

 

Il film sarà distribuito prossimamente nelle sale italiane da Europictures

 

[Trailer ufficiale di Vita privata]

 

 

Vita privata è un thriller psicologico, con una cifra che gioca a metà tra la commedia e il surreale. 

 

La storia comincia quando la psichiatra Lilian Steiner viene a conoscenza della morte di una dei suoi pazienti, rimanendone profondamente turbata e, convinta che si tratti di un omicidio, decide di indagare. Lilian finirà in realtà per interrogare se stessa, sfidando l'ostacolo dell'iper-razionalità che la separa emotivamente dagli altri, alle prese con un lutto che ha slatentizzato le sue ferite interiori. 

 

Rebecca Zlotowski ha dichiarato di aver scelto Jodie Foster come protagonista di Vita privata perché sicura che l'impeccabile padronanza della lingua francese da parte dell'attrice, unita alla sua sensibilità statunitense, avrebbero arricchito le sfaccettature necessarie per testimoniare le evoluzioni psichiche del suo personaggio.

 

Secondo la regista la macchina da presa è in grado di catturare l'intelligenza in movimento che Jodie Foster fa emergere in Lilian, grazie alla capacità dell'attrice di rendere visibile, con un'espressività spiccata, l'arco di un pensiero o di una realizzazione improvvisa.

 

 

[Vita privata: Jodie Foster in una scena del film]

 

 

Rispetto alla genesi di Vita privata, Rebecca Zlotowski ha raccontato di aver ricevuto la sceneggiatura dalla scrittrice Anne Berest, che è diventata la base del film, in cui ha conservato anche l'idea che le vite passate della psichiatra e della paziente scomparsa fossero collegate, in una sorta di consonanza ancestrale che trova nella morte di una la possibilità di rinascita dell'altra. 

 

La regista ha inoltre affermato di aver sviluppato parte dell'immaginario onirico presente in Vita privata utilizzando sequenze e immagini generate dall'intelligenza artificiale, che hanno conferito alle scene una strana atmosfera, con accostamenti bizzarri che rimandano all'imprevedibilità dei sogni o dei traumi che riemergono all'improvviso dall'inconscio. 

 

Se dal punto di vista della struttura narrativa avvitata attorno alla investigazione Vita privata risulta piuttosto debole e poco avvincente, il ventaglio delle tematiche affrontate appare comunque interessante: le tecniche della psicoanalisi (compresa l'ipnosi), la famiglia come luogo disfunzionale, lo schermo della razionalità come illusione di controllo delle emozioni e, soprattutto, la maternità, imperfetta, dolorosa, che obbliga la donna a mettere in discussione costantemente il proprio ruolo nell'ecosistema delle relazioni. 

 

Il tono di Vita privata è ambivalente, oscilla tra situazioni sfacciatamente comiche e immersioni più cupe nelle profondità della protagonista, che cerca disperatamente di capire come aprire le porte della percezione.

 

 

[Vita privata: la regista Rebecca Zlotowski (a destra) durante l'intervista alla Festa del Cinema di Roma]

 

 

Giulia Berillo

Alcune tra le scene oniriche di Vita privata sembrano suggerire un transfert e controtransfert tra la psichiatra e la paziente scomparsa: voleva rappresentare anche questo tema?

 

Rebecca Zlotowski:

Sicuramente quando si apre la porta alla psicoanalisi si entra in un campo da gioco per cinefili che è straordinario e quindi non si può evitare anche questa lettura del transfert e controtransfert.

Premetto di non essere una specialista in questa materia e non ho ancora finito di capirla appieno. 

 

Quello che mi interessava da cineasta era il rapporto faccia a faccia nello studio di un terapeuta: indagando la relazione fortissima che si crea nel rapporto tra la psicanalista e la paziente si scopre non c'è mai un solo protagonista, ma anzi sono sempre due.

Al centro c'è il rapporto che la terapeuta ha con la storia che le viene raccontata e questo dà avvio a tutto il film, serve a mettere sullo stesso livello le due protagoniste.

 

In genere nello schema classico abbiamo un paziente che entra nello studio e parla in maniera ininterrotta e il terapeuta ascolta, mentre in questo caso abbiamo invertito la dinamica, perché facciamo morire subito la paziente, che perciò diventa qualcuno di totalmente misterioso, mentre di solito sono i pazienti che raccontano e si svelano.

Qui la paziente diventa invisibile e la psicoanalista, che abitualmente dovrebbe essere il personaggio che non dice niente di sé, diventa super chiacchierona, ci racconta tutto, piange, entra in empatia. Alla fine lo spettatore non ha più nessun mistero nei suoi confronti, perché si racconta in maniera totale. 

 

Valentino Ciotoli

In Vita privata c'è una battuta che viene pronunciata due volte - "non è questione di credere" - in riferimento all'ipnositerapia in un caso e alla psicoanalisi nell'altro, quindi due opposti per la protagonista (irrazionalità e superstizione contro razionalità e scienza): lei crede che la realtà sia fatta di due opposti, bianco e nero, oppure esiste in mezzo un'immensa tavolozza di grigi? 

 

Rebecca Zlotowski:

Io penso che quella battuta sia completamente sbagliata, perché invece è sempre tutto una questione di credere nelle cose, quasi di fede, una sorta di finzione condivisa, ma non in senso negativo: per vivere appieno un'emozione bisogna credere nell'emozione che stiamo per vivere. 

 

Quando nel film il figlio della protagonista le dice "non ti credo più", non si riferisce a lei come psicoanalista, ma al loro rapporto disfunzionale come famiglia.

Così come quando la psichiatra si reca dalla terapeuta dell'ipnosi e, avendo una mentalità scientifica, non crede che quella tecnica sia davvero efficace, e scambia la propria diffidenza per intelligenza, quando invece avrebbe bisogno di lasciarsi andare. 

Non so se credo che l'esistenza sia tutta una zona di grigi; sicuramente quello che credo sia importante è che dobbiamo continuamente metterci in discussione e porci delle domande. 

 

Giulia Berillo

Lei ha dichiarato di aver utilizzato l'intelligenza artificiale per alimentare l'immaginario dei sogni rappresentati in Vita privata: pensa che nel prossimo futuro l'IA possa minare l'autorialità del Cinema? 

 

Rebecca Zlotowski:

È inutile chiedercelo: l'intelligenza artificiale è già qui fra di noi, non è più un oggetto di dibattito. 

 

Proprio questa mattina stavo sentendo un discorso del regista Michael Mann, ospite al Festival del Cinema Lumière di Lione: è stato uno dei primi a utilizzare il digitale in Nemico Pubblico e quando l'ho visto per la prima volta è stato quasi uno shock, era una cosa totalmente nuova. 

Viviamo un po' lo stesso momento antropologico: così come è stato per l'avvento del digitale, adesso c'è l'avvento dell'intelligenza artificiale. 

È qui: l'unica cosa che dobbiamo fare è abbracciarla, non farci dominare, non avere paura, capire come funziona e sfruttarla al meglio. 

 

In Vita privata l'ho usata ed è stato fantastico perché ho creato delle immagini oniriche che ho adorato.

Quindi è inutile chiedersi se arriverà o meno: è qui, impariamo a usarla a nostro vantaggio.

 

Mi fa molta meno paura per il Cinema rispetto all'informazione: quello è un terreno più delicato rispetto a una finzione cinematografica. 

 

[Intervista a cura di Giulia Berillo e Valentino Ciotoli

____ 

 

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