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Willie Peyote - Elegia Sabauda è stato presentato in anteprima mondiale alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione Special Screening.
Il documentario dedicato al rapper e cantautore torinese Willie Peyote, al secolo Guglielmo Bruno, è stato scritto e diretto da Enrico Bisi, prodotto da Base Zero in collaborazione con Wanted Cinema e sostenuto da Film Commission Piemonte.
Elegia Sabauda ripercorre più di dieci anni di carriera di Willie Peyote, alternando il racconto professionale, dagli albori alle strette collaborazioni con i produttori Kavah, Frank Sativa e Stefano Genta, a quello più personale, con riflessioni intime sul suo percorso di vita, contraddistinto da un costante conflitto interiore tra le convenzioni a cui la società spinge ad aderire e la necessità ontologica di rimanere fedele alla propria identità.
Autore di sei album e diverse collaborazioni con artisti come Subsonica, Samuel e Jake La Furia, Willie Peyote ha saputo negli anni unire rap, rock e indie in un linguaggio riconoscibile e ironico, attento ai temi sociali e politici, veicolati senza maschere o ipocrisie.
In Willie Peyote - Elegia Sabauda Enrico Bisi - che di rap si era già occupato nel 2015 con il documentario Numero Zero - Alle origini del rap italiano - utilizza materiali inediti, stralci di live e scene di vita quotidiana tenute insieme da una chiacchierata di Willie Peyote in riva al fiume Po, riferimento implicito all'ultimo album dell'artista Sulla riva del fiume, che chiude la trilogia sabauda composta da Educazione Sabauda (2015) e Sindrome di Tôret (2017).
[Un brano dall'album Educazione Sabauda di Willie Peyote]
Il documentario ripercorre anche la crisi di Willie Peyote dopo il Festival di Sanremo 2023, in cui il rapper ha dovuto fare i conti con i propri errori mediatici e con la difficoltà di coniugare il proprio vissuto da outsider con la responsabilità di un successo di larga scala.
La presa di coscienza dei meccanismi televisivi gli ha permesso poi di vivere con maggiore serenità la partecipazione all'ultimo Sanremo, in cui ha presentato il brano Grazie ma no grazie, una critica ironica alla superficialità dei social network e della politica.
Al centro di Willie Peyote - Elegia Sabauda c'è il fare musica, inteso come atto creativo e fisico, arte viva che si nutre del confronto con i musicisti in sala di registrazione, parte integrante dei progetti discografici di Willie Peyote. E poi c'è il legame viscerale con Torino e il Toro, con la storia della città e la sua squadra di calcio, con quella bellezza piemontese riservata, che non si concede a tutti, ma che riempie gli occhi di chi la sa osservare. Non è solo un luogo, ma un modo preciso di stare al mondo.
Elegia Sabauda di Enrico Bisi restituisce un ritratto umano privo di retorica celebrativa, in cui Willie Peyote conserva il suo mordente politico, si diverte, si confessa nelle proprie asperità e nei propri traguardi senza incensarsi.
Emerge, inoltre, una riflessione idealmente rivolta all'industria musicale contemporanea sulla necessità di dimostrarsi autentici, di non strumentalizzare i temi civili per alimentare il proprio posizionamento, di ripartire dalla collettività per riempire di senso le proprie lotte.
[Una scena di Willie Peyote - Elegia Sabauda che ritrae un live dell'artista]
Qual è stata la genesi di Elegia Sabauda e come è stato lavorare insieme?
Enrico Bisi:
Il progetto nasce da una mia volontà di fare un film su di lui completamente libero, di potere raccontare, descrivere un artista - e Guglielmo persona - e il mondo che sta dentro di lui.
Questo anno e mezzo abbondante di riprese è andato molto bene; siamo partiti chiaramente un po’ in punta di piedi e man mano siamo stati sempre più ingombranti, però direi che è andato molto bene.
Guglielmo è stato sempre super disponibile, da quando mi ha detto di sì ha abbracciato la causa ed è sempre stato collaborativo - che non era scontato - anche in momenti molto complicati in cui era sotto pressione, per esempio Sanremo: noi siamo stati tutta la settimana a “disturbare” il suo lavoro - perché di fatto era un elemento di disturbo non richiesto e non necessario.
Quindi direi che dal mio punto di vista è andato tutto molto bene.
Willie Peyote:
Sulla genesi non posso dire niente perché è un’idea di Enrico, una scelta di Enrico, una responsabilità di Enrico [ride, N.d.R.].
Io le vivo così le cose: se decidi di fare una cosa, poi la fai bene, altrimenti non ha senso farla e quindi non mi sono mai posto il problema che fosse troppo, abbiamo deciso di farlo, e l’abbiamo fatto.
In Elegia Sabauda ripercorri 10 anni di carriera e poni l'attenzione sul "fare" musica in senso materico, dentro la sala di registrazione, quasi a voler offrire un'alternativa a una certa idea "sintetica" della musica di oggi: quanto è importante per te lo scambio umano nella fase di creatività?
Willie Peyote:
È fondamentale, nel senso che spero che questo documentario aiuti anche a far percepire una volta di più che il mio è un progetto collettivo, per quanto il nome poi sia uno, in realtà siamo in tanti a farlo, e non potrei fare altrimenti. Quindi per me la musica è scambio.
Sono cresciuto in un contesto nel quale si suonava e la musica era vissuta come un momento di scambio.
È come stare a tavola, vivo la musica, il cibo, lo stadio più o meno nello stesso modo: è la convivialità che mi piace di quegli ambienti lì.
[Una scena di Willie Peyote - Elegia Sabauda girata allo stadio durante una partita del Torino]
Dal punto di vista registico in Elegia Sabauda Torino è un elemento anche di contenuto e non solo di scenografia: qual è stato il criterio per rappresentare al meglio la città e cos'è questo "pudore sabaudo" che si intuisce dall'atmosfera del documentario?
Enrico Bisi:
Credo che questo pudore ci sia anche nella rappresentazione di Torino all'interno del film.
Non c'è il drone che viaggia su Piazza Castello o su Piazza Vittorio, che ti fa vedere la Mole da sotto, di fianco e da sopra.
Nella chiacchierata più lunga che lega il film c’è la Mole in fondo piccolina fuori fuoco, siamo sul fiume all’esterno del CAP 10100, che è il posto dove si sono tenuti i primi live più importanti di Guglielmo, quindi forse il pudore è anche lì: cerco di farti sentire Torino, ma non ti sbatto in faccia la sua bellezza.
Anche con Superga è stata la stessa cosa, ci sono un paio di inquadrature molto veloci che fanno vedere la Basilica, ma non ci sono momenti in cui ostento quanto è bello quel posto.
Willie Peyote:
È un atteggiamento molto torinese, un lavoro che devi sempre fare tu, non è Torino che ti viene a cercare. "Pudore" effettivamente è la parola giusta.
[Una scena di Willie Peyote - Elegia Sabauda con la Mole Antonelliana]
Considerato l'impegno sociale e politico che da sempre caratterizza i testi delle tue canzoni, qual è secondo te il ruolo dell'artista oggi, a fronte dell'uso cosmetico che si fa dei temi etici, soprattutto nella scena rap?
Willie Peyote:
Credo che la cosmesi attraverso i temi sociali e civili non sia un problema solo del rap, penso che le grandi aziende, le Big Tech, abbiano tracciato la strada già da molto tempo. Viviamo in un mondo in cui ci si lava la coscienza facilmente con un colore o un logo.
Io lo faccio perché ne ho bisogno, non penso mai a cosa fanno gli altri.
Prendo una posizione perché penso sia giusto farlo: non mi preoccupo oggi, non mi preoccupavo ieri e non mi preoccuperò domani di chi fa lo stesso, o di chi non lo fa perché non lo fa.
Io penso che non deve essere quello il motore che ti spinge a prendere posizione, se prendi posizione è perché ne senti il bisogno tu, fare la conta di chi c’è e chi non c’è è una cosa che non porta da nessuna parte.
Lo faccio perché ne sento il bisogno, non ho mai utilizzato un tema sociale per cercare di farmi bello agli occhi degli altri.
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