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La valle dei sorrisi è un film di Paolo Strippoli con protagonisti Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano e Giulio Feltri, insignito del Premio Solinas 2019 per il Miglior Soggetto.
Piove, governo ladro!
Anche se a uno come Paolo Strippoli, cresciuto a pane e A Classic Horror Story, delle condizioni politiche o meteorologiche non mi pare interessi poi così tanto.
Ciò che preme al rutilante enfant prodige di barese lingnaggio e orrorifica vocazione sembra piuttosto il volerci trasportare di peso fra il pungente gelo, i torbidi misteri e la surreale joie de vivre che brulicano e si annidano in quell’alpeggiante Twin Peaks da oggi è meritatamente consociuta come La valle dei sorrisi.
[Il trailer a prova di spoiler de La valle dei sorrisi]
Differentemente dal traumatizzato Danny Torrance di kinghiana memoria, personalmente non possiedo alcun microgrammo di Shining o “luccicanza” che dir si voglia.
Ciononostante credo di sapere benissimo quel che state pensando e no, amici cari, malgrado tutto ciò che si è detto e scritto - spesso a sproposito - il buon Strippoli non è certo Ari Aster e La valle dei sorrisi men che meno un Midsommar riveduto e corretto secondo italici usi e costumi.
Certo è che tra i sorridenti redneck che popolano lo sperduto borgo montano di Remis e gli efebici accoliti dell’abbacinante Hårga bagnata dal temibile sole scandinavo, di analogie e comunione di esoterici intenti paiono passarne parecchi; quantomeno a prima (s)vista.
Che poi il burbero e spesso alticcio Sergio Rossetti - l'ex promettente judoka divenuto disilluso professore di educazione fisica incarnato da un ottimo Michele Riondino - da poco trasferitosi per lavorativo diktat nella summenzionata Valle dei sorrisi si porti sul groppone un trascorso assai tribolato quanto la traumatizzata Florence Pugh in svedese sabbatico rehab beh, non credo ci sia poi troppo da discutere.
[Michele Riondino professore di cupezza e depressione ne La valle dei sorrisi]
Un uomo distrutto, inequivocabilmente miscredente e sprezzante contro tutto e tutti al punto da apparire simpatico quanto una ginocchiata negli stinchi.
Un cuore freddo come il ghiaccio e duro come la pietra il suo, al pari di quel brullo e impervio landscape nel quale si ritroverà a vivere una densissima Horror Story che, per richiamare a raccolta colui che qui scrive e dirige con gran passione e talento, nonostante i numerosi e ben dichiarati cinefili rimandi così Classic stavolta non mi pare poi troppo.
D’altronde sempre al nebbioso ed estremo Nord ci troviamo a bazzicare, seppur a una latitudine ben differente da quella toccata dal babbo di Hereditary e a nulla serve negare il fatto che sì, strano ma vero, anche stavolta al centro di tutto pare esserci un criptico e ancestrale rituale non meglio identificato.
Uno di quelli parecchio strani a dirla tutta, soprattutto se compiuto con il favore delle tenebre in Quella casa nel bosco che, di riffa o di raffa, un po' tutti noi brividodipendenti ormai ben conosciamo.
Un liturgico appuntamento nel quale i perennemente e perturbantemente lieti nativi che abitano la suddetta La valle dei sorrisi - forse in qualche modo imparentati tanto ai malevoli ghigni a trentadue zanne dello Smile di Parker Finn quanto ai druidici popolani del seminale The Wicker Man di Robin Hardy - una notte alla settimana si riuniscono in seduta plenaria per abbracciare a turno un misterioso ragazzotto, rispondente all’evangelistico nome di Matteo (Giulio Feltri).
Perché mai tutto ciò? Un eccesso di affetto collettivo?
Una maxi seduta di auto-aiuto a conduzione paesana? Un cerimoniale Scambio della Pace che poi così pacifico realmente non sarà?
Oppure, ma guarda un po’, forse la bizzarra convinzione che costui possa in qualche modo esorcizzare l’altrui male alla stregua di un totemico amuleto in carne e ossa?
[Giulio Feltri è il misterioso oggetto del sacrale misfatto de La valle dei sorrisi]
Che sia la maradoniana Mano di Dio, così come sguaiatamente predicato dall'invasato - oltre che gustosamente sboccato - Don Attilio (Roberto Citran forse nel ruolo, se non della vita, quantomeno del proprio decennio), piuttosto che la pura e semplice forza della suggestione è cosa non così semplice né, onestamente, importante da dirsi.
Ciò che realmente conta è invece l'opprimente e decisamente sacrale exploitation alla quale il nostro timido taumaturgo di quartiere si ritrova perennemente sottoposto; il tutto senza che il caro e assai esigente paparino Mauro (Paolo Pierobon) mostri la benché minima volontà di batter ciglio.
Anzi: batti l'abbraccio finché e caldo come se non ci fosse un domani!
Una bella gatta da pelare, non c’è che dire.
Non bella tuttavia quanto la giovane barista Michela (Romana Maggiora Vergano), evidente interesse passionale del disorientato nuovo riettoso venuto nonché decisa a instradare quest'ultimo verso il gran misterioso marcione che alberga al di sotto del forestale tappeto dell’apparentemente idilliaca Città Zero di cui, per dirla à la Sachnazarov, si sta qui cinematograficamente favoleggiando.
Malgrado la spessa scorza e il non indifferente pelazzo sullo stomaco infusigli da un fu doloroso Momento X del suo recente passato, il sempre più disorientato Sergio si renderà ben presto conto di come La valle dei sorrisi nella quale si è ritrovato a vivacchiare cominci sempre più convintamente a somigliare a quel patinato concentrato di Happiness che la sordida impalcatura di specchi, leve e nebbia negli occhi del geniale The Stepford Wives di Brian Forbes aveva a suo tempo già inquietamente imbastito.
Che fare dunque dinnanzi a un così aracano fatto compiuto?
Voltare il viso dall'altra parte mentre il thriller si tramuta progressivamente in puro e autentico orrore?
Uniformarsi al piatto e desaturato mood del circondario con il rischio di finire in un ennesimo parto della cine-penna di Donato Carrisi?
Continuare stenuamente ad aggrapparsi al proprio coriaceo ateismo anche quando tutto intorno grida miracolo a pieni polmoni?
Oppure, senza andare per forza a importunare La ragazza nella nebbia che, come direbbe il nostro amato Stefano Lodovichi, passeggia allegramente In fondo al bosco, si potrebbe magari tentare di portare in salvo il superdotato Matteo così da sottrarlo dalle grinfie dei suoi terribilmente esigenti compagniucci di sagra, no?
A proprio rischio e pericolo, ovviamente!
[Romana Maggiora Vergano serve drink annacquati da parecchi loschi segreti ne La valle dei sorrisi]
Lo stesso rischio che, non si sa bene come o perché, anche l'indecifrabile Pinchler (Sergio Romano) afferma di star da tempo meditando di correre dopo essersi risvegliato, forse troppo tardi ormai, dall'obliante illusione collettiva che per quasi un decennio lo ha legato ai destini dei suoi gai compaesani.
Di rischi, viste le kafkiane circostanze, il nostro scorbutico professore avrà in effetti modo di correrne parecchi anche in solitaria, ma non prima di avere altresì l'opportunitá di conoscere intimamente - nel senso più paragenitoriale del termine - un tormentato giovane uomo che, esattamente come lui medesimo, non aspetta altro che una mano amica - meglio ancora se proveniente da oltre i soffocanti confini della sua paesana cricca - per poter lenire un poco le proprie sofferenze ancor prima che quelle altrui.
Se tutttavia vale ancora la celebre massima secondo cui da grandi poteri derivano inevitabilmente anche grandi responsabilità, allora il sovrannaturale onere - più che l'onore - che grava sulle spalle del titubante (super)eroe in erba e in piena età scolare che costituisce di fatto il fulcro de La valle dei sorrisi somiglia piuttosto a un pesantissimo macigno a sua volta attraversato da una tagliente Spada di Damocle.
Un affilato e contundente oggetto che è anche a sua volta l'altrettanto tagliente soggetto principale di un racconto voglioso di parlarci di tante - forse anche troppe - succulenti cosucce; le quali, al pari dei disturbanti Yes Men e Women che popolano la ridacciana vallata di cui si titola, riunite tutte assieme si preparano a fondersi e confondersi come nemmeno il Together di Michael Shanks saprebbe apparecchiarci in ben altri luoghi e in decisamente più modesti laghi.
[Michele Riondino miscredente a tempo determinato ne La valle dei sorrisi]
Ma chi è dunque codesto Matteo?
Un angelo? Un demone?
Uno di quei mutanti che aspettano la loro brava lettera di ammissione alla celebre e rinomata X-Mansion?
Oppure un semplice placebo di carne e ossa al quale aggrapparsi come a una catartica coperta di Linus?
La biblica etimologia del suo nome lo vorrebbe come un vero e proprio Dono di Dio.
Non certo un Unbreakable come fu per l'eroe della strada di shyamalaniana memoria, ma comunque in qualche modo anch'esso Predestinato a grandi cose.
Una genesi anti(super)eroistica, la sua, che, proprio come quella dell'impermeabilizzato e immune Bruce Willis, tanto dentro quanto fuor di metafora parrebbe in qualche modo viaggiare e catastroficamente deragliare sui binari di un treno lanciato a tutta velocià verso un destino quantomeno apocalittico.
Un Armageddon che, tuttavia, pur fomentato e suggerito a dovere il nostro Paolo Strippoli sembra infine deciso a far deflagrare più in senso catartico che non propriamente escatologico.
Legacci produttivi? Fisiologico timore tipico di quei giovani autori ancora incosapevoli di quanto profondamente poter pigiare certi tasti?
Oppure, molto più semplicemente, credo proprio a lucida e stoica volontà di non superare troppo stucchevolmente quella sottile linea che divide il sovra dal naturale.
Una fonte d'inesauribile espiazione, più che vera e propria adorazione, quella offerta al prezzo d'indicibili sofferenze interiori dal nostro imberbe e bullizzato antistress umano; così come ben sanno a proprie spese anche l'idolatrata protagoniste de La Dea di Satyajit Ray e l'altrettanto sfruttata Santa piccola di Silvia Brunelli.
Anche se, a dirla proprio tutta, l'unica forse realmente capace di comprendere fino in fondo le (sovra)umane tribolazioni del nostro Super Boy è l'altrettanto balsamica Holly immaginata, in altri lidi e con altri toni, dalla conturbante fantasia della belga Fien Troch; anch'essa elevata, suo malgrado, a inesauribile fonte di eterno altrui conforto entro i soffocanti limiti di un microcosmo urbano nel quale il sottile confine tra fede e (auto) suggestione si mostra labile quanto la sua già compromessa sanità mentale.
È dunque nulla più che effimero balsamo il buon Matteo: destinatao a trasformarsi in una vera e propria addiction non troppo dissimile da quella innescata dalla vorace fame chimica che, alla lunga, finirà inevitabilmente per attanagliare il copro e l'anima un manipolo di veri e propri zombi senza il minimo scrupolo.
[Paolo Pierobon padre padrone e parecchio ingannatore ne La valle dei sorrisi]
Un'astinenza, quella psicofisiologicamente sperimentanta dalla forzatamente appagata community che abita La valle dei sorrisi, la cui allegorica stoccata ai brivido del consumismo compulsivo è solo una delle numerose chiavi di lettura con le quali poter tentare di dare uno straniante (con)senso a ciò che realmente cova sornione dietro alla distorta Sindrome di Pollyanna che brulica e dilaga in questo micro-universo fuori dal tempo e dallo spazio.
Se fino all’altro ieri avessi dovuto dar retta a quanti ancora sostengono che la rinascita del Cinema di genere italiano non può che passare obbligatoriamente per Federico Zampaglione e il planetario successo del suo osannato The Well, per quanto mi riguarda e in tutta la massima onestà sarei ancora qui in piena depressione a domandarmi quale stramaledetta sliding door mi sono incautamente trovato a oltrepassare.
Non tanto per il fatto che, sempre a mio personalissimo gustus, nonostante i capelli strappati e gli eureka così generosamente elargiti il sopracitato The Well non fosse alla fine poi così troppo well, quanto piuttosto perché laddove l'ex frontman dei Tiromancino omaggiava gli italici brividi che furono agendo quasi esclusivamente di grandguignolesca pancia, l'altrettanto ispirato Paolo Strippoli con La valle dei sorrisi mostra di saper giocare pressoché lo stesso gioco, ma ragionando di piena e pura testa.
[Il diavolo sta tutto nei dettagli e nelle geometrie de La valle dei sorrisi]
Che lo si chiami infatti psychothriller, folk horror o, viste le seppur mai direttamente nominate coordinate, gotico friulano, l’opera ultima del giovane cineasta di Corato rappresenta una creatura viva e pulsante che non ama certo farsi ingabbiare in (s)comode etichette di convenienza.
Il suo è in primis quel che si direbbe un ottimo film.
Non uno eccelso - Piove, ammetto candidamente, mi è garbato e mi ha folgorato decisamente di più - né tantomeno uno di quelli cosiddetti "mediocri" ai quali certa affannata e paurosa industria di genere ci ha recentemente abituati.
La valle dei sorrisi è piuttosto un fiero prodotto della gloriosa terra di Dante e dell'assai più dis-onorevole Antonio Razzi.
Un'eccellenza di tutto rispetto creata ad hoc, capace inizialmente di colpire allo stomaco come un poderoso sorso di whisky, lasciando poi al proprio corposo e bruciante aroma tutto il tempo perdecantare in attesa che uno scioccante e amaro retrogusto giunga a devastare il nostro assetato e già sufficientemente abraso palato.
Così come un perturbante e suadentemente ingannevole Giano Bifronte, questo piccolo gioiellino di desolante e angoscioso esistenzialismo si diletta sapientemente a giochicchiare con i sinonimi e i contrari che lo attraversano per tutte le sue avvolgenti - seppur oggettivamente eccessive - due orette di durata; partendo dal peso di un devastante trauma collettivo parcellizzatosi in seguito in tante piccole intime individuali ferite destinate infine nuovmente a (ri)congiungersi in un esplosivo e brulicante climax.
[Giulio Feltri e i suoi (sovra)naturali problemi di cuore ne La valle dei sorrisi]
Nel Cinema ancora giovane - ma tutt'altro che acerbo - di Paolo Strippoli la tensione è di fatto uno dei veri ingranaggi capaci di (s)muovere a più livelli una narrazione a lenta ma in costante carburazione.
Sotto questo preciso aspetto, dunque, La valle dei sorrisi non fa certo eccezione; ponendosi in una tensio quasi gestaltica dove la gelida e apparentemente immacolata geometria dell'insieme - elegantemente orchestrata dall'implacabile fotografia di Cristiano Di Nicola - finisce per corrompersi e guastarsi mano a mano che l'occhio del regista - e pure il nostro di ammaliati spettatori - si avvicina per ammirare i piccoli temibili pezzi di un terrificante puzzle che, come il celeberrimo orecchio mozzato del lynchiano Velluto Blu, brulica e marcisce al di sotto di una surrealmente Lumberton ad alta quota.
Dal singolo al tutto. Dal generale al particolare.
Dall'intera somma delle parti ai Mille pezzi di un delitto, come chioserebbe il folle Nicholas Roeg, che tale tuttavia non è, almeno non nel comune senso con cui lo intenderemmo in altri e alti generi.
Se di tensione tuttavia vogliamo parlare, allora è inutile non affermare come anche e soprattutto quella marcatamente sessuale sia al centro nevraglico di una dark tale come La valle dei sorrisi.
Un eros vissuto inevitabilmente come naturale estensione del mysterium e del secretum più che della solita scontata thanatos.
Che pur c'è e anche parecchia, ci mancherebbe; ma senza in realtà rubare troppo la scena a quel che di fatto è il vero succoso fulcro del discorso.
Un'attrazione che, sia essa tanto etero quanto omo, appare come la componente decisamente più "natuale" incastonata al centro di un'odissea che definere "sovra" è quanto di più eufemistico si possa affermare.
Se bazzicate da qualche tempo per questi lidi facendovi i CineFacts miei, avrete notato come spesso ami utilizzare metafore culinarie per render conto del Cinema che più amo degustare.
Non perché sia particolarmente goloso, quanto piuttosto perché, come già a suo tempo il caro vecchio zio Alfred Hitchcock, credo fermamente che il Cinema, più che un semplice pezzo di vita, sia in realtà un gran bel pezzo di torta.
Volendo dunque soccombere a un tale languore cinefilo, potremmo considerare La valle dei sorrisi come una solida, invitante e croccante Foresta Nera dal sapore innegabilmente corposo, dal comprovato potere saziante e con poche ma buonissime ciliegine disseminate nei punti e momenti giusti.
Una sana e più che mai necessaria botta calorica all'interno del solitamente languente italico piatto che, tuttavia, con qualche strato in meno - soprattutto nell'eccessivamente reiterata sezione centrale - e un tempo di cottura un tantino più contenuto avrebbe potuto accrescere ancor più il proprio già prelibato risultato.
[Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano in fatale attrazione ne La valle dei sorrisi]
L'ho già detto a proposito di un ancora fresco ed egualmente succulento bigné come Weapons e qui torno a ripeterlo con rinnovata personale convizione: l'horror ha funzionato, continua per fortuna a funzionare e, si spera, continuerà a farlo anche in futuro solo e soltanto a costi e minutaggi ridotti.
I veri brividi, siano essi di testa o di pancia, arrivano dritti al cuore, al cervello e soprattutto agli occhi quando il gioco vale economicamente la candela e, soprattutto, quando l'hitchcockiana equivalenza tra running time e capacità di resistenza dell'umana vescica continua a venire intelligentemente rispettata.
Sarà dunque forse per questo che, sempre e comunque a titolo puramente personale, i 95 eccelsi minuti di Pioverisultavano a mio avviso decisamente più efficaci e compatti rispetto ai seppur fitti 122 de La valle dei sorrisi.
Ma poiché il Cinema, differentemente dalla matematica, è in fin dei conti pur sempre una questione di mere opinioni, tolta la soggettiva contezza del fatto che una mezz'oretta di meno avrebbe certamente fatto ancor più la differenza, nulla mi potrà sviare dal prendere atto di come Strippoli e la sua creatura siano divenuti per me - e spero vivamente anche per tanti fra noi - una vera e propria cine-dipendenza.
Un film indubbiamente "elevato" - come d'altronde l'horror che lo sostanzia - e che, come la geografica altitudine alla quale si trova, si eleva ben al di sopra di tante coeve produzioni dentro e fuori i nostri italici confini.
Un film film ad alta quota insomma, malgrado la potenza del paesaggio venga volutamente sacrificata in favore di brividi e suggestioni quasi interamente interni e a misura di Kammerspiel.
La valle dei sorrisi è un film di grandissimo effetto, così come grandi sono gli effetti decisamente speciali ancora una volta messi in campo dal fidato - e a suo tempo ingiustamente snobbato ai David di Donatello - Giuseppe Squillaci, con piglio decisamente carpenteriano per non dire addirittura cronenberghiano.
Qui però mi fermo e mi taccio, perché tutto il resto non sarebbe certo la Noia (de)cantanta dal compianto Franco Califano, quanto piuttosto un puro, semplice e imperdonabile spoiler.
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