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Julia Ducournau - Intervista: tra corpi in rivolta e anime in mutazione

Dopo il successo di Titane, Palma d’oro a Cannes nel 2021, Julia Ducournau torna sul grande schermo con Alpha, un film che segna un ulteriore passo nella sua esplorazione radicale dell’identità, del corpo e dei legami familiari

Ho avuto il piacere di incontrare Julia Ducournau durante l'anteprima di Alpha del 17 settembre al cinema Troisi di Roma. 

 

Abbiamo parlato dell'importanza che ha la rappresentazione dei corpi in Alpha, ma anche nei suoi lavori precedenti.

La regista, inoltre, ha evidenziato come nel suo nuovo film sia centrale il rapporto che la protagonista ha con la madre: legame fusionale potentissimo, necessario da recidere per raggiungere l'emancipazione.  

 

Alpha è un coming of age non convenzionale che si compie attraversando l’ignoto, dove il corpo diventa campo di battaglia e di rinascita.

 

 

[Il trailer di Alpha]

 

 

Francesca Nobili 

Nei tuoi film il corpo è spesso uno strumento di trasformazione, ribellione, ma anche riconoscimento.

Viviamo in un'epoca in cui il corpo è sempre più esposto, sorvegliato e politicizzato: in questo senso, come interagisce Alpha con il nostro momento presente?

 

Julia Ducournau

In molti modi. Penso che l’idea dei corpi di marmo, simbolo della malattia che ho inventato per il film, provenga da molti posti.

Attraverso questi corpi in rovina volevo mostrare il modo in cui la società crolla in tempi di crisi. Il motivo per cui spesso parlo di corpi e famiglie è che per me corpi, famiglie e società, di fronte al trauma, funzionano allo stesso modo.

Penso che la capacità di reprimere avvenga allo stesso modo, sia nel corpo della società, nel corpo della famiglia o nel corpo stesso. Per me esiste una corrispondenza molto ampia tra il corpo e la società. 

 

Avevo in mente Alpha molto tempo prima di Titane, ma sapevo che sarebbe stato un film più tardivo.

Il motivo principale è perché affronta la figura materna e pensavo di non essere ancora pronta a entrare in questa complicata relazione nel mio lavoro.

Puoi uccidere il padre, ma non puoi uccidere la madre, giusto? Perché se uccidi la madre, uccidi una parte di te stesso, uccidi da dove vieni, il grembo originale, la simbiosi.

Così ho sviluppato qualcos'altro per un bel po', mettendo da parte Alpha

 

Poi il mondo ha preso una svolta molto drastica.

Con l'invasione dell'Ucraina prima, con la seconda presidenza Trump dopo e con tutto quello che sta succedendo ora, ho avuto la sensazione che quello che stavo scrivendo non fosse qualcosa che corrispondesse al mondo in cui viviamo adesso, non rappresentava come mi sento al riguardo, vale a dire sotto shock, temere di essere in un ciclo buio senza sapere dove stiamo andando. 

Così ho abbandonato quello che stavo scrivendo e ho cercato qualcosa di più scomodo, qualcosa in cui potessi sentire l'ignoto, in modo da poter lavorare sull'ignoto. E così ho fatto.

Questo è il motivo per cui ho realizzato Alpha in questo momento.

 

Alpha mi ha riportato alla prima volta in cui ho sentito che c'era davvero qualcosa che stava morendo nel mondo: ero una bambina e si stava vivendo la crisi dell'AIDS. 

Sentivo il bisogno di eliminare la mia paura, di concettualizzare realmente ciò che sta accadendo ora o ciò che stava accadendo nel momento in cui ho iniziato a scrivere il film, consapevole di non poter prevedere cosa sarebbe successo allora e cosa succederà in futuro.  

 

FN

Da Junior a Raw - Una cruda verità e Titane, sembra esserci un filo ricorrente - una riflessione sulla fluidità e complessità del gender.

Alpha continua su questa strada o ne segna una rottura?

 

Julia Ducournau

Né l'una né l'altra. Penso che la risposta stia nel mezzo, perché per me esplorare la fluidità della vita in generale non significa che tutti i miei personaggi debbano essere fluidi.

Quello che voglio fare, come regista, è seguire un gesto fluido.

Ciò significa che credo davvero che un essere umano sia una mutazione costante e che finché c'è vita, c'è mutazione e finché c'è mutazione, c'è vita.

Per me la morte è l'assenza di mutazione. Ogni giorno possiamo semplicemente lavorare sul flusso delle possibilità, estese e infinite, del nostro essere. Penso che sia nostro dovere esplorare tutto questo. 

 

In un certo senso, quindi, tutti i miei personaggi hanno archi trasformativi, il che è un modo per me di esprimere questo flusso, anche se di per sé il personaggio non è fluido.

Cerco, inoltre, di applicare questa fluidità al mio modo di fare Cinema.

Come ho detto prima, per me la cosa interessante è essere in continuo movimento, cercare di reinventare costantemente il mio Cinema e le mie scelte ed esplorare anche le infinite possibilità che ho come regista.

 

Ogni volta, per esempio, che sento di star cadendo in un cliché, vado subito dall'altra parte e, devo dire, che lo faccio senza alcuno sforzo perché è semplicemente nella mia natura. 

 

 

[Golshifteh Farahani e Mélissa Boros: madre e figlia in Alpha]

 

 

FN

L'uso del suono e del silenzio è molto importante nei tuoi film, ma ciò che mi colpisce davvero sono le canzoni che usi: come scegli la musica per la colonna sonora?

E in che modo la musica si collega al sentimento emotivo che vuoi mostrare?

 

Julia Ducournau

Si collega moltissimo; scelgo le canzoni dalla sceneggiatura e fin dalla fase di scrittura informo il mio music supervisor di trovare i diritti dei brani perché so che non cambierò idea. 

Quando scelgo una specifica canzone è prima per il suo testo, perché i testi parlano per i miei personaggi. È come se prendessi le parole di questi altri artisti, le mettessi nel film e le usassi per dar voce ai miei protagonisti. 

 

In The Mercy Seat di Nick Cave and the Bad Seeds, per esempio, c’è qualcuno che parla del suo ultimo momento; quindi c’è un senso di morte, di desiderio di essere vivi e di continuare a essere vivi.

In Alpha è Amin che parla in quel caso.

 

Ho scelto Let It Happen dei Tame Impala perché per me era assolutamente necessario che Alpha parlasse a sé stessa in quel momento: è sul punto di rivivere il trauma che l'ha resa quella che è; sta per rivivere il peso che ha dovuto sopportare per tutta la vita perché ha bisogno di riattraversarlo per purificarlo, per liberarsi. 
Quindi è Alpha che si dice “Let It Happen”, “andiamo, riviviamolo”.

 

Per l’inizio del film ho scelto Roads dei Portishead, quasi come se stessi parlando attraverso le parole di Beth Gibbons. 

“How can it feel, this wrong”. 

Ed è esattamente ciò che penso di oggi. Come può sembrare così sbagliato? Come ci siamo arrivati?

Come è possibile che tutto sia diventato un tale disastro? E questo mi parla molto di oggi e anche di quello che è successo negli anni.

Ecco perché utilizzo determinate canzoni, sono molto precise nelle parole che scelgono di usare e che io ho bisogno di sentire. 

 

Poi c'è la questione di come mixo tra loro i brani musicali. So che molte persone si lamentano del fatto che la mia musica è sempre mixata troppo forte. 

Probabilmente è vero, ma per me questo rumore rappresenta le voci dei miei personaggi e le parole che vorrebbero urlare.

 

FN 

Nei tuoi film precedenti la figura paterna ricopre un ruolo molto importante.

In Alpha aggiungi anche una forte figura materna e il rapporto della protagonista con lei: quale nuova dimensione volevi esplorare con la dinamica madre-figlia?

 

Julia Ducournau

Nel mio film tutti i personaggi attraversano un arco trasformativo, quello che chiamiamo “coming of age” o raggiungimento della maggiore età, anche se, culturalmente, questa espressione viene spesso ridotta all’adolescenza.

Per me, invece, il vero raggiungimento della maggiore età può avvenire in qualsiasi momento della vita. È un momento cruciale, quando qualcosa accade - un divorzio, un lutto, una perdita importante - e questo evento cambia per sempre il nucleo dell'identità di un individuo.

In quel momento deve superare, trasformarsi, adattarsi alla nuova realtà e da lì emergere come un nuovo sé.

Tutti i miei film parlano proprio di questo: di emancipazione. Emancipazione da una condizione, da una relazione, da un’identità passata e trasformazione. 

 

Con Raw e Titane ho lavorato principalmente sulla figura paterna.

Per me emanciparsi dalla figura paterna, anche se può essere doloroso, è in qualche modo più semplice. Forse è per questo che ho iniziato da lì.

Perché, in fondo, emanciparsi dal padre significa emanciparsi dal bisogno di convalida esterna, dallo sguardo esterno.

Un padre, dopotutto, non ti ha mai portato in grembo: è uno sguardo che viene da fuori. Per un certo periodo della vita, abbiamo bisogno di quello sguardo, ma poi arriva il momento in cui dobbiamo liberarcene. 

 

Con la madre è completamente diverso.

Non si tratta di convalida, ma di qualcosa di molto più profondo: si tratta di recidere, simbolicamente, il legame con il luogo da cui si proviene.

Non solo i nove mesi della gravidanza, perché la simbiosi non finisce alla nascita, anzi: spesso continua per tutta la vita.

Per alcune persone con il tempo questo legame fusionale diventa persino più forte, ma anche in quel caso arriva il momento in cui è necessario emanciparsi, come dicevo prima, per seguire la corrente verso se stessi.

Ma come si fa a farlo con una madre? Perché rompere quel legame è come perdere una parte di sé. È come perdere un arto.

Allora cosa cerchi? Come puoi trovare la tua integrità senza quel legame? 

 

Credo che sia molto più di un semplice processo di definizione della propria identità: è un vero e proprio reinventarsi dentro quella relazione.

Il modo in cui Alpha lo fa alla fine del film rappresenta proprio il punto a cui sono arrivata con questa riflessione. 

Per reinventarsi Alpha non può semplicemente tagliare fuori la madre: ha bisogno di diventare la madre di sua madre. Di restituirle la vita, metaforicamente.

Tirandola fuori da quella perdita impossibile che lei si rifiuta di accettare, dicendole la verità, cioè che ciò che è successo appartiene al passato, ed è tempo di andare avanti; Alpha la aiuta a tornare alla vita. 

E così, simbolicamente, diventa la madre di sua madre. Ed è in quel gesto che Alpha diventa adulta.

 

Alpha, il nuovo film di Julia Ducournau, è in sala distribuito da I Wonder Pictures. 

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